Mentre metà della Francia scopre con stupore le derive incendiarie di certe tradizioni importate, negare l’esistenza dell’insicurezza richiede ormai una buona dose di fantasia. Così, invece di nominarla, la si aggira e la si riformula: non è una rivolta, ma uno sfogo di rabbia; non è l’incendio di un centro culturale, ma il segno di un rifiuto dell’arte occidentale.
Da anni l’insicurezza è una presenza costante nel dibattito politico francese, una sorta di grande Bird Box collettivo in cui tutti preferiscono chiudere gli occhi e sperare che il problema si risolva da solo. Chi prova ad affrontare l’argomento viene spesso messo a tacere, screditato o esposto alla pubblica riprovazione. Il re è nudo, ma farlo notare è rischioso. Ammettere l’esistenza dell’insicurezza significherebbe riconoscere che si è mentito e che qualcuno, per paura o per convenienza, ha lasciato che il problema crescesse.
C’è chi riduce l’insicurezza alle sue manifestazioni più evidenti: aggressioni, omicidi, vandalismi. Come se bastasse contarli, trasformare il dolore in numeri e le vite spezzate in statistiche, buone per alimentare dibattiti e roboanti dichiarazioni politiche.
Ma fermarsi a questo significa guardare solo la punta dell’iceberg. Si dimentica una delle capacità fondamentali dell’essere umano: l’adattamento. Ci si abitua a tutto, anche a ciò che lentamente ci avvelena. E l’insicurezza quotidiana delle nostre società occidentali non fa eccezione. Noi giovani, cresciuti tra notizie di cronaca nera e auto bruciate a Capodanno, fatichiamo persino a percepirne il peso. Eppure basterebbe parlare con chi ci ha preceduto, confrontare i loro gesti con i nostri, per capire quanto sia cambiato il modo di vivere lo spazio pubblico.

Il vero costo dell’insicurezza non sta solo in ciò che accade, ma in tutto ciò che facciamo per evitarlo. È l’Uber preso per tornare a casa di notte, la domanda “il quartiere è tranquillo?” quando si cerca casa — sapendo che la tranquillità ha un prezzo. È un vestito lasciato nell’armadio perché “non è il caso”, una porta ricontrollata prima di uscire, un telefono da sostituire. Piccoli gesti quotidiani che ormai diamo per scontati.
Eppure basta passare un po’ di tempo in un paese davvero sicuro per rendersene conto. Le ragazze che vanno in Giappone e restano colpite dall’assenza di molestie per strada. Gli studenti in Erasmus che si sorprendono nel vedere bambini giocare da soli o telefoni e portafogli lasciati incustoditi sui tavoli.
In questo senso, l’insicurezza è soprattutto un problema giovanile. Noi giovani siamo la generazione che non ha avuto la fortuna di evitarla, come i nostri nonni, e che non ha ancora i mezzi dei nostri genitori per proteggersene scegliendo dove vivere. Restiamo lì, negli spazi comuni di cui disponiamo, a convivere con un problema che preferiamo non guardare in faccia. Ma chi vuole davvero affrontarlo deve prima riconoscerne l’ampiezza. Perché l’insicurezza non è solo ciò che subiamo, è anche l’insieme delle rinunce e degli adattamenti che abbiamo accumulato nel tempo. Ed è questo, forse, il peso più grande.




