ITALIA E MALTA: UN LEGAME ANTICO
I legami storici, culturali e spirituali fra Malta e l’Italia costituiscono un fenomeno antico e di lunga durata. Quell’arcipelago mediterraneo già in passato occupato da Fenici, Romani ed Arabi venne ripopolato, dopo l’anno 1000, da genti provenienti dalla vicina Sicilia e parlanti un idioma siculo-arabo. Una continuità, quella fra Malta e la Sicilia (e l’Italia meridionale in genere), riscontrabile non soltanto sul piano linguistico, ma anche su quello etnico. L’antropologa dell’Università di Toronto Leah Claide Walz ha infatti dimostrato in uno studio del 2008 (“Malta, Motherhood end Infant Mortality: Intergrating Biological and Sociol-cultural Insights”, Doctorate of Philosophy 2008, Departement of Anthropology University of Toronto) l’affinità genetica fra i maltesi attuali e gli abitanti della Sicilia e della Calabria.
Sul piano strettamente storico, Malta rimase legata alla Sicilia sino al 1580, quando – dopo alterne e complesse vicende – l’isola fu ceduta agli Ospitalieri, ordine religioso e cavalleresco che governò sino alle guerre napoleoniche e all’affermarsi del dominio coloniale inglese. Durante il suddetto arco temporale, l’italiano colto veniva impiegato dall’aristrocrazia e dalla cancelleria. Quasi a coronamento di tutto ciò, nel 1796 Mikel Anton Vassalli, padre del maltese moderno, diede alle stampe il cosiddetto Lessico, ossia un trilingue dizionario maltese – latino – italiano. Possiamo dunque affermare, senza tema di smentita, che nel 1800 (anno dell’avvento di quel dominio coloniale britannico destinato a durare sino al 1964) lo zoccolo duro dell’identità etnica, linguistica e spirituale maltese si era già strutturato. Un’identità, quella dell’arcipelago, che non poteva certo essere annientata dalle misure legislative di Sua Maestà.
L’IRREDENTISMO MALTESE
Fu proprio come reazione alle imposizioni inglesi in materia di fisco, giustizia e sistema scolastico che l’italo-maltese Fortunato Mizzi fondò nel 1880 il Partito Antiriformista. Si trattava di una formazione politica con idee molto vicine a quegli esuli risorgimentali che, in numero copioso, affluirono nell’isola (alla fine del XIX sec., soltanto a La Valletta, vennero censiti ben settecento italiani). Il Partit Anti-Riformista (questo il nome originale in lingua maltese) cessò la sua attività nel 1905 sotto la scure della repressione britannica. Dalle sue ceneri nacque, dopo la Grande Guerra, l’Unione Politica Maltese. Ben presto, però, da tale coalizione fuoriuscì la corrente più radicale e filoitaliana. Essa fu denominata Partito Democratico Nazionalista e suo leader era Enrico Mizzi, figlio di Fortunato. Per la riunificazione dei due partiti bisognerà attendere il 1926. Nel frattempo, si era già affermato nella vicina Italia il regime di Benito Mussolini: per il Duce e la sua cerchia, Malta e il suo arcipelago erano da considerarsi – al pari della Corsica – fra le ultime terre irredente. Una rivendicazione, quella fascista, che trovava terreno fertile fra la popolazione, tanto più in seguito ai tumulti del pane del 7 giugno 1919. In quel nefasto giorno (che oggi a Malta è festa nazionale), le truppe britanniche di stanza sull’isola aprirono il fuoco contro la popolazione che protestava a causa dell’aumento del prezzo dei beni di prima necessità e per l’aggravio della pressione fiscale.

CARMELO BORG PISANI FRA IMPEGNO PATRIOTTICO, ATTIVITA’ CULTURALE E GUERRA
Fu in un contesto così incandescente che si affermò una delle figure più significative dell’irredentismo maltese filofascista: Carmelo Borg Pisani. Nato il 10 agosto 1914 in una famiglia filoitaliana, Carmelo trascorse infanzia e adolescenza fra Malta e Italia. Animato dal sacro fuoco della passione politica e dall’amore per l’Italia e la sua cultura, già a quattordici anni si iscrisse alla OGIE (Organizzazioni giovanili di italiani all’estero). Era anche un assiduo frequentatore della Casa del Fascio di La Valletta, dove – sotto la guida del Professor Umberto Biscottini – collaborò all’Archivio Storico di Malta. Nel 1930 lo troviamo presso il Campo Dux di Viareggio, mentre due anni dopo seguì a Roma un corso per diventare “Capo centuria”.
Una prima svolta nella sua non lunga vita si verificò nel 1933, al termine degli studi liceali. Nell’anno in cui in Germania andava al potere Adolf Hitler, il nostro si trasferì definitivamente sul suolo italiano. Nella sua nuova patria di elezione, il giovane Carmelo diede sfogo alla sua caleidoscopica personalità: fu infatti artista (presso l’atelier del pittore Carlo Siviero), giornalista, storico della sua terra, agitatore politico e uomo d’arme. Profondamente convinto che i colonialisti inglesi stessero distruggendo l’anima italiana di Malta, aderì al “Comitato di Azione per Malta”, organizzazione di chiaro stampo irredentista. Ne era presidente Carlo Mallìa, docente universitario in esilio in Italia in quanto perseguitato dalle autorità di occupazione britanniche. Sempre sotto la direzione di Mallìa, Carmelo prese parte alla redazione in Italia del giornale in esilio “Malta”, posto all’indice dagli inglesi pochi giorni prima del “fatale” 10 giugno 1940. Benchè “soldato politico” totalmente e mazzinianamente dedito alla causa, non perse mai l’amore per lo studio della storia e delle radici profonde della sua terra, tanto da essere nominato presidente del “Circolo degli Amici della Storia di Malta”.

Forti erano anche in lui lo spirito guerriero e la volontà di tradurre le idee in azioni. Un desiderio, quello guerresco, che venne frustrato prima dall’impossibilità di partecipare alla campagna d’Etiopia (1935) e poi dall’esclusione dal Regio Esercito a causa della sua grave miopia (1940). Tuttavia, il nostro non si perse d’animo e nella primavera del 1941 si arruolò nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Fu in questa veste che venne inviato in Grecia e partecipò all’occupazione di Cefalonia. Nell’isola ionica, in seguito tristemente nota per il massacro di migliaia di militari italiani per mano tedesca dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il giovane Carmelo fu gravemente ferito. Rientrato in patria, si iscrisse (con altri irredentisti maltesi) alla Scuola Allievi Ufficiali della Milizia di Artiglieria Marittima per la difesa delle coste e dei cieli, il MiMart di Messina. Qui ottenne subito il grado di sottotenente. Il tutto nonostante le grandi sofferenze fisiche e l’ invalidità, esito della campagna di Grecia.
Il sogno di una Malta finalmente libera dal giogo britannico e riunificata all’Italia parve ad un passo dal realizzarsi quando il regime mussoliniano progettò lo sbarco sull’isola con l’operazione denominata “C3”. Carmelo, fiaccato nel corpo ma indomito nello spirito, non perse occasione per fare da avanguardia. Con lo pseudonimo di Caio Borghi si imbarcò su una squadriglia della Regia Marina nella notte fra il 17 ed il 18 maggio 1942. Lo sbarco avvenne sulle scogliere di Dingli, e piùprecisamente nella località di Ras al Diwwara. Erano luoghi a lui noti sin dalla più tenera infanzia, e proprio la conoscenza capillare dei territori dell’arcipelago sarebbe dovuta fungere da avanscoperta informativa per la progettata invasione italiana. Come una sorta di novello Polifemo, andò a dimorare in una grotta, portandovi viveri ed equipaggiamenti. Dopo soli due giorni, una violenta procella inondò l’anfratto. Ormai incapace di scalare la scogliera come tante volte aveva fatto da bambino, fu salvato da un’imbarcazione inglese di passaggio.

Trasportato all’ospedale militare di Mafta, fu subito riconosciuto da un suo vecchio amico d’infanzia: l’ufficiale anglomaltese Tom Warrinton, e fu proprio costui a denunciarlo proditoriamente alla autorità inglesi, le stesse che lo prelevarono dal nosocomio e lo misero agli arresti domiciliari a Sliema. Dopo aver stoicamente resistito a pressioni di ogni tipo perché collaborasse con i britannici e tradisse la causa italiana e maltese, nel mese di agosto fu trasferito presso il carcere di Corradino, ubicato nella località di Paola. Processato a porte chiuse da una giuria di tre magistrati maltesi e difeso da due avvocati, fu condannato a morte tramite impiccagione perché ritenuto colpevole di alto tradimento e cospirazione. La sentenza fu eseguita nella prime ore mattutine del 28 novembre 1942. I togati di Sua Maestà non gli riconobbero né la cittadinanza italiana né l’eventuale status di prigioniero di guerra. Le spoglie di colui che a buon diritto può essere considerato il quarto martire dell’irredentismo italiano (dopo Cesare Battisti, Guglielmo Oberdan e Nazario Sauro) riposano ancora oggi presso l’ossario di Paola.




