Avarizia e prodigalità. Le vie per l’abisso e la distruzione

Apr 6, 2026

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Vi è un antico detto popolare per cui “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Tale proverbio, a prima vista, potrebbe sembrare contraddittorio rispetto alla visione del mondo retta e giusta che noi cerchiamo quotidianamente di incarnare. Non è infatti questo un atteggiamento tipico della modernità, quello di privilegiare l’effimero invece del bene più durevole? Non è forse questa la logica che alimenta il consumismo? In realtà, non è propriamente così; per comprenderlo, dobbiamo ricorrere ad un altro esempio, anche questo proverbiale, tratto da una favola di Esopo: “La gallina dalle uova d’oro”. La favola narra di un contadino che aveva una gallina che produceva uova d’oro. Un giorno pensò di ucciderla e di impossessarsi di tutte le uova presenti nella sua pancia. Dopo aver fatto ciò e averle aperto il ventre, non trovò nulla, e, come se non bastasse, perse anche la sua fonte di reddito, divenendo povero. Qual è il filo che unisce i due proverbi? In un caso si mostra la prudenza, nell’altro l’avidità del futuro che, invece di rendere previdenti, ingabbia gli uomini nel presente. Ovvero, quanto più un uomo è dominato dall’attesa del futuro, tanto più perde cognizione del presente, diventandone vittima. E questo è il grosso peccato che è generato dall’ignoranza dell’eterno. Il detto “meglio un uovo d’oggi che…” quale funzione didattica ha? Riconnettere l’uomo al suo limite. Non è forse vero che si alleva un uccello per le uova? Queste non sono forse una fonte di nutrimento che garantisce sostentamento quotidiano? Ha senso privarsi di ciò per cui l’animale viene cresciuto? Inoltre, se ciò viene compiuto in vista del futuro, nel tempo venturo non sarà sempre vero che le uova nasceranno dalla gallina? Qual è la ratio nel preoccuparsi di un animale non ancora visibile, quando si dispone di quello attuale?

Vi è chi potrebbe giustamente osservare che gli uomini devono programmare il futuro, altrimenti in nulla si differenzierebbero da altre forme di vita. Ciò è evidentemente fattuale, a condizione di operare in rapporto al presente. Se si dispone oggi di una gallina e di alcune uova, si pensi prima a ciò che serve al proprio fabbisogno. Poi, si destini il superfluo al futuro. Se già si ha l’uovo e si può vivere, allora si può asserire, “meglio un’altra gallina domani, che due uova oggi”. Migliore è far fruttare nel lungo periodo che aumentare inutilmente i consumi. Il protagonista della favola, invece di occuparsi di ciò che era in suo potere, si lasciò sedurre dalla brama del “tutto e subito”. Tanto chi pensa al domani senza curarsi dell’oggi, tanto chi pensa al “tutto e subito” rappresentano due estremi speculari, ovvero brama di accumulo e brama di consumo, dunque prodigalità e avarizia. Uno vive per accumulare e uno vive per consumare, entrambi si dimenticano di vivere. E, per quanto strano possa sembrare a prima vista, sono entrambi affetti dall’ansia del futuro, semplicemente l’uno dando sfogo all’istinto, l’altro usando malamente la ragione.

Nel primo caso, la cosa si spiega in questi termini: in natura, gli animali sono portati ad immagazzinare il massimo delle energie e a dissiparne il meno possibile, e ciò ha una logica che scaturisce dall’incapacità di prevedere cosa può accadere. Un leone, ad esempio, è progettato per cacciare, ed è istintivamente consapevole di dipendere dalla caccia per sopravvivere. Di conseguenza, ogni occasione che capita per rifiutare uno scontro inutile la coglie, in modo che l’energia risparmiata divenga utile nella caccia e nella difesa del branco da altri predatori. Allo stesso modo, nel momento in cui avrà catturato una grandissima preda, ne mangerà il più possibile, dato che un indomani potrebbe non avere più cibo a disposizione, a causa di siccità, grossi spostamenti di mandrie e altri fattori. L’uomo, come è noto, essendo un animale, anche se razionale e politico, dispone anche di una componente biologica, per cui, inconsciamente, è portato ad accumulare e conservare energia. Differentemente da altri animali, però, dotato com’è di capacità razionale, si libera dalla dipendenza del bisogno, allevando altri esseri. Egli, infatti, vedendo che la vacca produce latte e vitelli e capendo che ciò avviene in virtù di uno specifico tipo di nutrimento, la alleva. Per mezzo di allevamento e altre attività, crea un villaggio, sottraendosi dal bisogno di dover necessariamente cacciare, destinando energie e cure a determinate azioni in modo stabile e quotidiano. Per quale scopo l’uomo fa ciò? Per dedicarsi a vivere di cose più alte di lui: la vita in famiglia, la preghiera nel tempio, lo svago, lo sport, l’arte militare, ecc…. Proprio tramite l’affidamento su di sè e sulla propria comunità, dovrebbe ricordarsi che il presente dipende da lui, come pure il regolare la ciclicità delle stagioni e delle fasi della vita, imparando, contestualmente, a conservare e a consumare quel che è necessario per un tempo prevedibile, non per un futuro di cui non si ha ancora contezza.

Nel momento in cui ci si dimentica di sé, a cosa si da sfogo, invece? Alla propria parte più bassa e, al posto di razionalizzarla, la si asseconda, facendosi mere vittime del piacere. Mangiare è assolutamente piacevole, ma l’uomo dovrebbe sapere – se usa la ragione – che il piacere è finalizzato alla vita, e che, quando il suo corpo richiede più cibo del necessario, lo fa perché è biologicamente progettato ad accumulare. Certamente, potrebbe accadere una disgrazia, per cui quel che sosteneva, e si era messo da parte, sarà perduto, ma dopo che sarà capitato, si ragionerà sul da farsi. Preoccuparsi di cose imprevedibili non serve, soprattutto perché, finché si possiede la ragione, l’imprevisto potrà essere compreso una volta verificatosi. La ragione per cui – però – l’uomo diventa schiavo del consumo immediato non risiede nel meccanismo biologico. La biologia riceve un segnale e si proietta nella fase “Mangia il più possibile”. Il meccanismo, in verità, si innesca quando la ragione viene adoperata in malo modo, ovvero quando l’uomo si fa schiavo del piacere, e perciò, crede che l’obiettivo della sua vita sia esaltarlo, mentre invece lo sarebbe moderarlo. Una volta attivato questo ingranaggio, uscirne diventa difficile, dato che con la mente si modifica anche il corpo, reso viziato. Più si indugia in un atto, più si desidera attuarlo, fin quando non se ne viene distrutti.

Il perenne consumista, per ignoranza di ciò che è veramente il giusto e il buono, usa la ragione per moltiplicare i piaceri, assoggettandosi alla sua materialità biologica. Il suo fine è quello di non soffrire mai, per cui attuerà la sua vita preoccupato dal futuro e dalla paura di soffrire . Mangia, beve smodatamemte e si abbandona ad altri piaceri corporali sempre per il timore di esserne mancante e, alla fine, ciò che tanto voleva evitare, il dolore, diventa sempre più acuto. Infatti, più il piacere viene assecondato, più si fa effimero e inefficace, più, ogni volta che si manifesta, cresce il dolore, per eliminare il quale si cerca un nuovo stimolo, e così via, all’infinito nella distruzione. Questo è l’archetipo del consumatore, ovvero di colui che consuma l’esterno per accumulare internamente.

A questo tipo corrisponde un altro soggetto deviato, l’accumulatore, che consuma l’interno per accumulare l’esterno, e non è all’inizio orientato dal solo piacere, ma dalla smania di controllo. In virtù dell’anima razionale, che consente di conoscere ciò che è immutabile e di controllare la natura, costui, invece di vedere la vita come un grande ciclo, di cui lui è una delle minime parti, si proietta soltanto nel futuro e crede che la sua stessa felicità si orienti in esso, per cui accumula di continuo, in modo da potersi stabilizzare un indomani. Qual è la sua paura? Perdere posizione e perdere terreno. Ciò possiamo definirlo come superbia della ragione, oppure desiderio di immortalità materiale. L’uomo dispone della ragione per comprendere la natura, Dio, per quanto possibile, e per modificare l’ecosistema sulla base di principi che non dipendono da lui.

L’avaro, invece, crede di poter lui stesso decidere della natura e degli eventi, senza accettare il suo limite. E opera in tal senso per due motivi: da una parte confonde il legittimo desiderio di immortalità dell’essere umano, che rettamente dovrebbe essere orientato alla stirpe, allo stato, al susseguirsi della generazione, comprendendo però che nel divino tutto in realtà è Presente e che l’uomo vive l’eternità conoscendo. L’avaro ritiene, invece, che l’eternità sia lui o chi gli è immediatamente prossimo, e si illude che un giorno la raggiungerà stabilizzandosi definitivamente nei guadagni. Desiderando vivere da immortale, quotidianamente, rinuncia a vivere dell’eternità. Da un’altra prospettiva, anche lui è sedotto da qualcosa, ovvero la paura del dolore e l’odio della fatica. L’avaro, pensando che il fine della sua vita sia il piacere, gode di un feticcio, ovvero dell’idea che arriverà un giorno in cui vi saranno agi perenni e lui non dovrà più lavorare per vivere, godendo beato di tutti i guadagni accumulati. Si crede però più furbo di chi vive del piacere istantaneo e afferma implicitamente: “questo stolto consuma uova di continuo, mentre io accumulo galline che un indomani mi daranno tutte le uova che voglio, senza che nemmeno le debba curare”. Ovviamente, nel far ciò, ad altro non si condanna che a lavorare  continuamente, senza mai godere dei frutti delle sue opere, costringendo i suoi  familiari all’indigenza perenne. Alla fine della sua vita, cosa avrà conseguito? Che probabilmente i parenti gioiranno della sua morte e, avvezzi alle continue ristrettezze, si abbandoneranno alla pazzia, vivendo di una sfrenata prodigalità, dissipando il patrimonio e rinunciando al nome della famiglia e alla continuità. Proprio ciò che più temeva l’avaro, la morte, alla fine si avvera, in quanto del nome della sua famiglia non vi sarà più traccia.

Questi archetipi fin qui descritti, perché sono importanti? Perché rappresentano ciò che sta conducendo la civiltà europea nel baratro. Paura del dolore e della guerra, piacere sregolato e attesa messianica di un futuro senza sofferenze. Come tali cose distruggono un uomo solo, una famiglia e una stirpe, così distruggono uno stato e una civiltà nel lungo termine, fin quando non interviene – cosa che noi sappiamo avverrà – una forza in grado di invertire la rotta e interrompere il circolo vizioso