Parlare di cultura non conforme, oggi, significa non solo opposizione generica al sistema attuale, ma sopratutto affermare che non ci riconosciamo nel mondo delle idee attualmente vigenti, perchè ci ispira un altro mondo di valori. Ci siamo esiliati volontariamente da questo sistema: non in senso fisico o sociale, poiché viviamo sempre in società, ma almeno in un senso ideale, interiore.
Si tratta di una scelta che non si fa una volta per tutte, ma va rinnovata quasi ad ogni momento. La vita ci richiede una conferma continua, perché in ogni tappa del nostro cammino ci si presenta – in maniere diverse – la possibilità di optare per l’esilio interiore o, viceversa, per l’adattamento e la normalizzazione.
Ma cosa significa, qui ed ora, opporsi al potere oggi dominante? La risposta a questa domanda ha diverse dimensioni. Innanzitutto, però, significa opporsi alla criminale distruzione delle identità dei popoli del mondo; di tutti i popoli, ma specialmente, nel nostro caso, di quelli europei. Rifiutiamo la perversa sottomissione di tutte le nazioni, stirpi e culture al controllo di un governo mondiale, con l’obiettivo finale di omologarle in una massa informe, senza volto, dominata dal materialismo e dal culto del denaro.
Ci ribelliamo quindi al globalismo, e più precisamente al globalismo di stampo occidentale, intendendo, con questo, non soltanto una forma di governo, ma anche un ben determinato tipo di società. Il pacchetto completo, infatti, include anche una conformazione spirituale alle degenerazioni che sembrano aver preso il sopravvento qui in Occidente. Per essere del tutto chiari, rigettiamo senza riserve tutta l’ingegneria sociale e mentale operata dal sistema, con tutti i suoi espedienti: distruzione della famiglia, corruzione e manipolazione sessuale dei bambini, attacco alla mascolinità, alla femminilità e alla maternità, confusione delle identità sessuali, sostituzione etnica delle popolazione autoctone, negazione del loro diritto all’identità e alla terra dei loro Avi. Ripudiamo tutto ciò, nonchè il pesante razzismo antieuropeo oggi in essere, e riconosciamo un’irriducibile ostilità esistenziale in quanti lo propugnano.

“Chi ci nega”, per portare avanti la sua agenda, vorrebbe sradicare dalle persone ogni senso di identità, di appartenenza, di amore per le radici, per meglio soggiogare individui incerti e confusi. Ma quest’aggressione marcatamente anti-umana incontra, naturalmente, delle resistenze.
Nella giovinezza, questa resistenza si esprime normalmente come un rifiuto quasi istintivo dei valori dominanti, un “no” urlato dinanzi a un mondo percepito come vuoto, decadente e malato. Spinge a farlo una sana costituzione interiore, un senso di rettitudine quasi innato. Arrivati alla maturità, queste sensazioni si delineano maggiormente, si rafforzano con la riflessione e l’esperienza personale. Si ha avuto il tempo per osservare le deformità mentali e spirituali intorno a noi, e la dissidenza ha così acquisito densità e solidità. Infine, per chi è giunto ad un’età avanzata, il rifiuto della società in cui vive può giovarsi del ricordo di un’epoca meno decadente, della fedeltà ad un patrimonio di valori più sani, che i più oggi disprezzano e vorrebbero cancellare dalla memoria.
Ogni generazione ha le sue risorse, ma anche le sue mancanze. Perciò, per opporsi realmente al sistema, è necessaria l’unione dei diversi orizzonti temporali che ciascuna generazione rappresenta. Il potere questo lo sa, e di consesguenza spera di separare e alienare le generazioni tra loro. Il che ha anche un significato più profondo: una sorta di frantumazione, sfaldamento, disintegrazione del sentimento del tempo.

Nella partita che si sta giocando sul campo di battaglia della coscienza umana, la concezione del tempo o – meglio – il sentimento vissuto del tempo è il punto centrale. Il nostro Nemico vuole annientare la connessione tra passato, presente e futuro, e per attuare questo sordido disegno, tre sono le parole d’ordine:
- Sterilizzare il passato: falsificarlo ed impedire che venga trasmesso.
- Smobilitare il presente: mettere la proverbiale carota davanti agli uomini, affinché vi corrano dietro come somari.
- Chiudere il futuro: reprimere ogni aspirazione alla rigenerazione, e sridefinire decadenza e rovina come il migliore dei mondi possibili.
Le generazioni vengono isolate le une dalle altre, per spezzare la catena organica di trasmissione della cultura, dei valori e delle tradizioni. Si falsifica e si manipola la Storia, si denigra il concetto di Patria, il senso di appartenenza, il sentimento possente, radicato, di essere questo e non quell’altro, in nome di un’uguaglianza universale che altro non è se non disfacimento universale. In questo modo, si separa il passato dal presente.
Ma si lavora anche sul presente per chiudere l’orizzonte dell’avvenire e tagliare le ali al domani. Dalla più tenera età, si infarciscono le giovani menti di modelli di vita degenerati, e fin dalla scuola si incoraggiano la debolezza di carattere, lo sfaldamento interiore, la melassa intellettuale. La vitalità e l’energia dei giovani vengono neutralizzate per renderle innocue: svuotate nel buco nero della droga chimica, elettronica o consumistica, indirizzate verso una cultura di massa infame ed orizzonti puramente individuali, scevri da qualsivoglia aspirazione superiore. Così, ecco disattivato il potenziale rivoluzionario della gioventù, sempre e comunque primo motore di ogni cambiamento. Cosí, ecco separato il presente dal futuro.
Cosa fare, allora? Come ricongiungere le tre dimensioni del tempo, ricomporre la frattura e risaldare ciò che è stato disconnesso?
A questo punto, è opportuno fare un salto nella Storia e ricordare la vicenda di Hiroo Onoda. Come è noto, alcuni soldati giapponesi continuarono a combattere nelle isole del Pacifico dopo la resa del Giappone nel 1945, rifiutandosi di credere – in alcuni casi per parecchi anni – che la guerra fosse finita. Il più famoso fu appunto Onoda; nascosto nella piccola isola di Lubang, nelle Filippine, si arrese soltanto nel 1974, ventinove anni dopo la fine della guerra.

Senza dubbio, si tratta di una storia per noi agrodolce. Capiamo facilmente il perchè: mentre tutto andava avanti e cambiava intorno a lui, Hiroo Onoda non se ne accorgeva, e continuava a lottare in una guerra che non c’era più, e che apparteneva a un mondo ormai lasciato alle spalle.
Ora, è esattamente questo che ci dice il sistema, per togliere senso e legittimità alle rivendicazioni dei non conformi che si ostinano a respingere le dinamiche della società attuale. L’accusa è puntualmente quella di essere rimasti ancorati al passato, e perdersi in una guerra ormai finita. In altre parole, ci viene ripetuto che ogni rifiuto dei valori (o, meglio, disvalori) oggi dominanti equivale a tornare indietro, retrocedendo a un tempo superato senza più validità nè significanza.
Sorpassati, retrogradi, reazionari, antiquati, nostalgici. Quante volte abbiamo sentito queste parole pronunciate – o piuttosto ragliate – quando si osa rigettare le opinioni oggi alla moda e si denuncia la straordinaria decadenza e putrefazione della nostra contemporaneità. Ma è necessario rispondere a dovere a questo discorso avvelenato, perché sarà pure un cumulo di ragli, ma, comunque, sono ragli che sollevano una questione di fondo che esige una risposta. E la domanda è molto chiara. Siamo come Hiroo Onoda, stiamo combattendo una guerra che è già terminata e che appartiene a un mondo che non esiste più, mentre tutto intorno a noi è cambiato? Ha senso una dissidenza di principio, radicale, contro il sistema?
Affrontare questo domanda è necessario, anche se scomodo; per di più, siamo condannati a farlo in ogni fase della nostra vita, perchè avvertiremo sempre, in modi diversi, lo stesso silenzioso invito, come il sibilo di un serpente: “devi allinearti, resistere è inutile, devi gettare la spugna”. E se non ci abituiamo a dare una risposta adeguata, finiremo per cedere. La vita, talvolta, finisce per essere un acido corrosivo, capace di dissolvere qualsiasi cosa e distruggere ogni ideale. A meno che quell’acido noi non sappiamo neutralizzarlo.
Interrogandoci sul valore e sulle motivazioni della dissidenza, dobbiamo ammettere che a muoverci non deve, né può essere la semplice voglia di far ritorno a una situazione del passato, di risuscitare un sistema o un regime superati. La semplice fedeltà a un mondo precedente ha valore come testimonianza, e ad un livello individuale è una posizione più che onorevole. Ma non può essere sufficiente nè dobbiamo fermarci a questo; in tal caso, saremmo come il soldato giapponese, intrappolati in un mondo che non c’è più. Se così fosse, la critica progressista avrebbe ragione.
Invece, tale critica cade se comprendiamo correttamente l’esilio interiore non come fedeltà al mondo che era ieri, ma come difesa di principi sempre validi, ieri, oggi e domani. Magari oscurati o dimenticati in un periodo di decadenza, ma non per questo sorpassati né in difetto di validità. Non ritorno ad altri tempi, dunque, ma costruzione del domani attraverso l’impegno nel presente, ancorati alle nostre radici che affondano nel passato.

Questi punti di vista erano (sono) propri delle correnti di pensiero autenticamente dissidenti rispetto al presente sistema occidentale, eretiche rispetto all’ortodossia che è venuta a prevalere. Sottostante a tutte queste correnti, come del resto a queste nostre considerazioni, si trova quella concezione del tempo che venne spiegata, da Giorgio Locchi, con l’immagine del tempo tridimensionale, sferico, propio della tendenza storica sovrumanista, opposto al tempo lineare della tendenza egualitaria.
Lo sguardo sul passato può avere molte scale temporali, perché non esiste un unico passato, ma molti. Si può provare nostalgia per la propria infanzia e per il mondo in cui si è vissuto. Si puó guardare alla storia nazionale recente o lontana, al Medioevo europeo, alla classicità di Grecia e Roma; ancora oltre, agli indoeuropei che rappresentano, forse, il più remoto passato in cui è possibile parlare di un’identità europea collegata al presente.
Ovviamente, ciascuna di queste possibilità toccherà o meno fibre diverse in persone diverse. Ma proprio di questo si tratta, di affermare contro ogni determinismo la libertà del presente, del futuro e anche del passato, nel senso di scegliere quale passato significa qualcosa, e che cosa, per noi. Adottando questo punto di vista, una sorta di multiscala temporale, qualunque accusa di nostalgismo apparirà del tutto ridicola e patetica.
Tuttavia, è proprio questa idea di tempo che il “progressista” non può o non vuole comprendere. Per costui, infatti, non esiste la libertà nella Storia: si può soltanto essere più o meno avanzati nel percorso obbligato verso l’utopia; unica scelta concessa, quella tra farlo volentieri o invece opporre resistenza. Questa seconda possibilità, beninteso, è condannata come reazione, nostalgia, immobilismo, in virtù di quella spocchiosa, arrogante posizione di superiorità morale che ben conosciamo e riesce sempre più insopportabile.
Invece, il vero immobilismo, quello della morte in vita, è proprio quello del progressista. Perchè il suo scopo è quello di plasmare esseri umani senza un orizzonte che vada oltre l’immediato. Coscienze che non guardino al passato e nemmeno all’avenire, se non per mantenere per tutta la vita biologica il potere d’acquisto che permetterà loro di conservare un presente sempre uguale a sé stesso. Che poi, in realtà, non è che una stagnazione immobile, collasso delle tre dimensioni del tempo in un unico punto senza dimensione, attualità puntiforme di eterna agitazione ma, in fondo, statica e inerte, incapace di quell’azione creatrice che forgia il futuro.
Terminiamo queste riflessioni con l’immagine dell’albero. Le radici sono il passato; il corpo dell’albero, tronco, rami e foglie, sono il presente; la luce del sole, verso la quale l’albero cresce e si sviluppa, è il futuro.

Come abbiamo molte scale temporali che conformano la nostra identità, le radici si estendono su numerose scale di profondità. Alcune sono vicine alla terra, allo strato superficiale e fertile dell’humus, proveniente dalla decomposizione delle foglie e degli esseri che vivono e poi muoiono, ma sempre lasciano qualcosa. Ma le radici si estendono oltre, affondano a profondità sempre maggiori nella terra, nel passato remoto o addirittura mitico; da tutte si ricava nutrimento, anche dalle più profonde.
Tuttavia, un albero non vive solo delle sue radici. Il corpo dell’albero ha bisogno anche della luce, e cresce cercandola; senza proiettarsi sul futuro, nella visione dell’avvenire, qualsiasi impegno presente sarà come un albero che non riceve la luce, destinato a perire per quanto profonde e valide siano le sue radici. Allo stesso modo, ogni ribellione al sistema vigente che non guardi al futuro finirà per morire, disperdendosi nell’oblio per quanto nobile sia il passato da cui trae ispirazione.
Al contrario, se l’albero dispone di forti radici e luce abbondante, sarà in grado di superare danni e ferite, e anche se perde foglie e rami, certo ne spunteranno di nuovi. Potrà anche risorgere e risollevarsi dopo una sconfitta se avrà saputo proiettarsi in entrambe le direzioni, verso le profondità della terra e verso la luce in alto. Spunteranno i germogli in primavera perché, durante il lungo inverno, sotto l’apparenza della morte covava la vita, anche se era una vita involuta, nascosta e introversa.
Perchè questo albero d’inverno, in realtà, ha dentro di sé molta più vita di quel sistema di morte statica che è l’ideale progressista.




