Dal punto di vista tradizionale, una guerra è “giusta” se è condotta per ragioni che oltrepassano gli egoismi e gli interessi materiali. Nella Roma antica c’era il “bellum iustum”, che prevedeva un quadro di riferimento sacro, in armonia con le sue qualità spirituali ed etiche.
Nella tradizione islamica – invece – si distinguono la “grande” e la “piccola guerra santa”, laddove la prima è interiore e spirituale, mentre la seconda si combatte contro un nemico esterno. Una concezione guerriera della vita, oggi liquidata da una modernità decadente e ipocrita, non si esaurisce nel mestiere delle armi: essa contempla una verticalità fondata sul senso del dovere e dell’onore, sulla disciplina e sullo spirito di sacrificio, sul coraggio e sul cameratismo.
Da ciò, in una società ordinata, derivano rigore, efficienza e professionalità. Dalla tradizione indù della Bhagavad-Gîtâ al Bushidō, passando per la cavalleria medievale, questo saggio ripercorre i codici esistenziali dei guerrieri, indagandone i principi e le applicazioni, le origini e le declinazioni, i fondamenti e gli utilizzi. Riscoprire questi sentieri – oggi – significa ritrovare una bussola infallibile e forgiare in sé una corazza impenetrabile.
Avere fede, dice Sant’Agostino, significa credere in ciò che non si vede: la ricompensa per questa fede – allora – sarà vedere ciò in cui si crede.

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