Il viaggio nella più remota preistoria degli Indoeuropei è giunto fino alla fine dell’età paleolitica, quando nella patria ancestrale (Urheimaf), collocata nel Nord dell’Europa, ebbero inizio le prime grandi scissioni tribali e le consecutive migrazioni (Völkerwanderungen). Le varie facies culturali che si affermarono, progredendo via via in altre ancora – a partire da quest’epoca e per tutto il territorio europeo, giungendo sino al cuore dell’Asia – ne sono la diretta testimonianza, non solo dal punto di vista archeologico, dunque della sola cultura materiale, ma soprattutto antropologico, confermando inequivocabilmente la comune origine e lo stesso paradigma.
Da tutto ciò, emersero anche i Siculi, i quali, dal loro originario stanziamento nel cuore dell’Europa settentrionale, tra i fiumi Elba e Vistola, facenti ancora parte del macrogruppo proto-illirico fino a tutta l’età neolitica, occupandone gran parte, dalle attuali regioni di Emilia-Romagna, Marche, Umbria, fino alla Maremma toscana e al Lazio. Il suolo ove sorse Roma, Caput Mundi, fu in origine un pagus siculo e teatro dove si consumò la sanguinosa tragedia della loro espulsione da parte dei progenitori dei Romani. “Siculi. Popolo ario venuto dal Nord”, frutto di una ricerca unica, ripercorre le tappe di questo percorso.

A tal proposito, molto interessante è la copertina. Vi osserviamo un ornamento applicato su cinturone bronzeo dal territorio di Terravecchia di Cuti, ritraente la bionda Dea Hybla (vari i riferimenti iconografici, fino addirittura all’epoca rinascimentale),datato VII-VI sec. a.C., e compreso nella serie ritrovata oltre il fiume Salso – limite naturale tra Siculi e Sicani, tra Terravecchia di Cuti, Colle Madore e Centuripe (quest’ultimo centro al di qua del Salso) – a partire dal primo avamposto siculo in terra sicana, ossia il centro vicanico di Sabucina (sin dai tempi di Pantalica I Nord, XIII sec. a.C.). L’aspra guerra tra Siculi e Sicani, si rammenti, è accennata da Diodoro Siculo, forse ben trattata in quelle pagine di preziosa Storia ormai strappate e per sempre perdute.
A memoria di questi sanguinosi scontri per il territorio restano tali ornamenti con il viso della Dea che dall’alto fa sbocciare i fiori, con i capelli sciolti a formare una cascata di pura energia, e sempre sorridente (Geleatis). I Siculi, infatti, avanzavano in battaglia con il sorriso sulle labbra (come testimoniano le offerte votive con le relative iscrizioni di Montagna di Marzo), pronti a lasciare le proprie spoglie mortali alla terra e ascendere così alla sede degli Altissimi; pronti a sacrificarsi per la Natio, per l’Onore, per l’incrollabile fede nel Divino. Dai Balcani, terra che ha conosciuto le più antiche culture indoeuropee, dove la metallurgia ha donato testimonianze visibili risalenti a molto prima di quanto certa cieca e stolta presunzione accademica caparbiamente vuole ancora imporre (come l’ascia in rame ritrovata a Prokuplje, in Serbia, datata al 5500 a.C., oppure le prime produzioni in bronzo di stagno già nel 4650 a.C., sempre nei Balcani), questo popolo proto-illirico ha raggiunto l’Italia, che da un loro re ha preso il nome, l’ha vissuta percorrendone tutta la costa a meridione, fino all’arrivo definitivo in Sicilia, divenuta loro terra, e dedicata – appunto – alla bionda Dea Hybla, Signora dei fiori. Siculi. Popolo Ario venuto dal Nord, dunque, vuole essere un sentito omaggio a tutto questo: a un’eredità da omaggiare e preservare, come il più prezioso dei tesori.




