REMIGRAZIONE: intervista a Luca Marsella

Gen 30, 2026

Tempo di lettura: 4 min.

Wikipedia ha aggiunto una voce quantomeno discutibile per Remigrazione: come spiegarla invece in modo realistico, semplice e accessibile per chiunque?

Il problema della definizione corrente di “remigrazione” è che viene spesso caricata di significati che descrivono un giudizio politico. In realtà, la remigrazione può essere spiegata in modo molto più semplice e concreto: è una strategia statale volta a ridurre nel tempo la presenza di immigrati attraverso strumenti giuridici, amministrativi ed economici, in parte esistenti. Non si tratta di un’azione improvvisa o coercitiva, ma di un insieme coordinato di misure che includono il rimpatrio degli irregolari, l’espulsione di chi viola gravemente la legge e programmi strutturati di ritorno volontario assistito. L’elemento centrale è la programmazione: uscire dalla logica emergenziale che ha caratterizzato gli ultimi decenni e riportare la politica migratoria nell’alveo della sovranità decisionale dello Stato. È il contrario della deportazione, che prevede i rastrellamenti, e che chi associa a una proposta di legge è ovviamente in malafede.

Proviamo a immaginare lo scenario preferibile, cioè il successo della proposta di legge. Come sarebbe il “giorno dopo” l’entrata in vigore? Sul breve, medio e lungo periodo cosa potremmo aspettarci a livello sociale ed economico?

Nel caso in cui la nostra proposta di legge sulla remigrazione entrasse in vigore, il cambiamento sarebbe innanzitutto istituzionale. Il giorno dopo coinciderebbe con l’attivazione di procedure, fondi e dispositivi amministrativi. Nel breve periodo si aprirebbe una fase di riorganizzazione del sistema migratorio: revisione dei permessi di soggiorno, rafforzamento dei rimpatri, ridefinizione delle politiche di accoglienza, dei ricongiungimenti familiari e avvio di incentivi al ritorno volontario. Nel medio periodo, gli effetti più visibili riguarderebbero la riduzione progressiva della pressione su welfare, edilizia popolare, servizi scolastici e sanitari, insieme a una maggiore capacità di pianificazione della spesa pubblica. Nel lungo periodo, l’obiettivo sarebbe una stabilizzazione sociale e demografica, fondata su una presenza straniera più limitata e selezionata, con ricadute anche sul mercato del lavoro e sulla coesione complessiva del tessuto sociale. Sicuramente il taglio dei fondi al business dell’immigrazione incontrollata scatenerebbe le reazioni sguaiate della sinistra, a cui sarebbe finalmente sottratta una fonte di guadagno economico e politico non indifferente.

Le piazze sono piene e si aggiungono sempre più persone comuni, non militanti: la strada e la vita reale si stanno riproponendo come fantasmi dimenticati ad un intero “arco costituzionale” che si è alienato da almeno 30 anni? Che sensazioni hai?

Il ritorno delle piazze, con una partecipazione sempre meno riconducibile al solo attivismo organizzato, segnala un mutamento profondo. Per anni il tema migratorio è stato trattato come una questione tecnica o morale, sottratta al conflitto politico reale. Oggi, invece, emerge come esperienza quotidiana, legata alla percezione di sicurezza, all’accesso ai servizi, alla trasformazione dei quartieri. La presenza di persone comuni indica una frattura tra politica e società, come se una parte consistente dell’Italia avesse la sensazione di non essere stata ascoltata per lungo tempo. La strada torna così a essere uno spazio politico primario, non per forza sostitutivo ma complementare alle istituzioni. Noi non siamo un partito e vogliamo ribaltare il concetto di politica stessa: basta delegare o votare il meno peggio, ma prendere un tricolore, scendere in piazza, firmare e far firmare la proposta di legge dal 30 gennaio, riprendersi i propri quartieri e le proprie città simbolicamente e fisicamente, insomma, essere parte della Riconquista. Le ultime manifestazioni di Brescia e Piacenza indicano che questo sta avvenendo.

Le reazioni e le resistenze sembrano sempre più nevrotiche e forse nemmeno troppo di successo, e alcuni fanno finta di niente, come se non fosse il tema più discusso oggi. Come vedi le fazioni “avverse”?
Le reazioni contrarie appaiono spesso più emotive che strutturate. Da un lato si insiste su una delegittimazione morale del concetto stesso, dall’altro si tende a minimizzare la portata del fenomeno, come se fosse marginale o passeggero. In entrambi i casi, emerge una difficoltà a confrontarsi con il nodo centrale: il fallimento del  modello migratorio fondato sull’accoglienza permanente e sull’assenza di politiche di ritorno. Le resistenze sembrano meno efficaci proprio perché non propongono una visione alternativa di lungo periodo, ma si limitano a difendere l’esistente, nonostante le sue evidenti criticità. Le contro manifestazioni si scontrano con i numeri esigui che portano in piazza, le critiche ideologiche con i commenti che ricevono ad esempio sui social dagli italiani. La sinistra è ormai distante anni luce dalla realtà.

Quali riverberi può avere in Europa il movimento italiano? Siamo i primi ad avere una proposta concreta, ma la UE prima o poi dovrà affrontare la questione.

In ambito europeo, l’approvazione di un’iniziativa italiana strutturata sulla remigrazione avrebbe un impatto significativo. Un cambio di paradigma in uno Stato importante costringerebbe le istituzioni europee a confrontarsi con la questione non più come emergenza, ma come componente ordinaria delle politiche migratorie. È evidente che il tema va affrontato e le risposte andranno date anche a livello europeo.

Lascio a te la chiusura, e ti ringrazio.

Al di là delle polemiche, la remigrazione si configura come una proposta che tenta di riportare la questione migratoria su un piano di governo e di responsabilità politica. Non promette soluzioni rapide né indolori, ma introduce una direzione chiara dopo decenni di interventi frammentari. Il vero nodo non è tanto se il tema piaccia o meno, quanto il fatto che ormai si impone come questione strutturale, destinata a segnare il dibattito pubblico e le scelte politiche dei prossimi anni. Noi l’abbiamo messa nero su bianco e con la raccolta firme non solo vogliamo portarla in Parlamento, ma vogliamo dimostrare che sia la volontà degli italiani e che non si può più attendere o essere moderati.

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