Alle prime luci dell’alba del 3 gennaio 2026, Nicolás Maduro, successore di Hugo Chavez alla guida del Venezuela, è stato catturato a Caracas dalla Delta Force statunitense, epilogo di una escalation iniziata nell’agosto 2025 con il raddoppio della taglia che già era stata posta sulla sua testa e un massiccio dispiegamento navale USA.
Non si tratta di una novità assoluta. Già nel dicembre 1989, l’esercito americano entrò a Panama e provò ad arrestare Manuel Noriega, capo militare de facto del Paese sin dal 1983, nonché per anni fantoccio della stessa CIA nell’area, con accuse simili a quelle oggi rivolte a Maduro. “Faccia d’ananas” – questo il suo soprannome – si rifugiò nei locali della nunziatura apostolica, dalla quale uscì soltanto il 3 gennaio 1990, sfinito da un assedio praticato dalle truppe statunitensi a colpi di fumogeni e musica heavy metal ad altissimo volume. Tradotto negli Stati Uniti mentre Panama precipitava nel caos e nella violenza, Noriega fu condannato nel 1992 a 40 anni di carcere da una corte federale.

Il blitz che ha portato all’arresto di Maduro è stato incomparabilmente più chirurgico dell’invasione di Panama, con la Delta Force esercitatasi per settimane su una replica esatta della residenza presidenziale, ma le conseguenze, per il Venezuela, l’America Latina tutta e la nostra contemporaneità geopolitica non sono certo più lievi.
Sia chiaro: non c’è niente, assolutamente niente, da rimpiangere nel governo di Nicolàs Maduro. Il Venezuela giunge al 2026 stremato da oltre un decennio di insostenibile e devastante crisi umanitaria, con milioni di profughi che negli anni hanno abbandonato – o hanno provato ad abbandonare – la madrepatria, e una povertà diffusa che ha intaccato irrimediabilmente il tessuto sociale, oltre che il consenso nel regime, la cui immagine a livello internazionale è stata definitivamente compromessa dalle controversie sorte intorno alle contestate elezioni del 2024.

Un regime, quello di Maduro, che si è retto nel tempo, in linea con le dittature comuniste di ieri e di oggi, su un’inestricabile simbiosi fra potere amministrativo-burocratico e militare, i cui esiti – dalle carestie epidemiche alla repressione sanguinosa sino al soffocante clientelismo – sono purtroppo ben conosciuti anche nella storia recente della nostra Europa. A questa, si aggiungeva una seconda colonna, ovvero il narcotraffico e i cartelli che lo muovono, che hanno fatto del Venezuela uno dei principali porti franchi del commercio mondiale di droga (cocaina, soprattutto; dal Messico, invece, è il famigerato Fentanyl a invadere e uccidere), ancor più dall’entrata in vigore delle severe sanzioni petrolifere che hanno colpito Caracas.

Tuttavia, però, non c’è al contempo neppure niente da gioire. Giusto poche settimane fa, arrivava nelle sale italiane Il nuovo anno che non arriva, piccolo gioiellino cinematografico romeno di Bogdan Mureșanu, che al suo debutto alla regia descrive i giorni immediatamente precedenti la caduta di un’altra feroce tirannide comunista, quella di Nicolae Ceaușescu, dal punto di vista di un florilegio di persone qualunque, accomunate da una disperata rassegnazione e da un’assoluta perdita di fiducia in un avvenire diverso. Di tutto il film, la parte più bella e sinceramente commovente è la fine, l’apoteosi, la libertà che finalmente irrompe e scuote le anime, accompagnata dalle gioiose e potenti note del Bolero di Ravel.
In Venezuela, però, non è accaduto niente di tutto questo. A Caracas non si è registrato alcun popolo che, posseduto dalla sacra fiamma della Storia, abbatte il despota e apre con fierezza una nuova pagina della sua vicenda. Al contrario, soltanto un uomo strappato dal suo letto insieme alla moglie da un’irruzione militare di teste di cuoio in mimetica (a difenderlo, fra l’altro ed eloquentemente, non militari venezuelani, ma agenti segreti dell’esercito cubano), e portato in manette a New York – in spregio a ogni diritto internazionale – ad adempimento di una sceneggiata camuffata da giustizia.

A scandire le ore del 3 gennaio, infatti, soltanto l’arroganza di un’impero americano sempre più decadente, a cui altro non rimane che la prepotenza da “sceriffo del mondo” per mascherare una società sempre più frammentata, sfilacciata, divisa. Soltanto la protervia del dio denaro, che, dopo aver fagocitato i ricchi campi petroliferi venezuelani dopo già quelli mediorientali nelle ripetute “esportazioni di democrazia”, punta le sue smanie ai giacimenti di gas della Groenlandia, estremo nord europeo (“Ne parleremo fra 20 giorni”, ha dichiarato Donald Trump a margine dell’annuncio della cattura di Maduro). L’arbitrio, dunque, il soldo e poco altro.

Per questo, è necessario, dinanzi alla rapida evoluzione degli eventi, mantenere il sangue freddo e la mente lucida. Soprattutto, occorre conservare una chiarezza di visione e un nitore di analisi del tutto inattuali rispetto al sovraccarico di informazioni ed emozioni che compone la contemporaneità. Fra il narcocomunismo terzomondista di Maduro, fossile politico di cui non sentiremo la mancanza, e il capitalismo made in USA, uso a trattare il mondo come il banco di un tavolo da poker, orgogliosamente optiamo per una terza via, per noi unica ed eterna: l’Europa, il suo interesse, la sua tutela. Scegliamo l’Europa come linea di orizzonte e modo d’essere, come prospettiva imperitura e baluardo esistenziale dinanzi a “ciò che ci nega”, dall’est, dall’ovest, dal sud. Scegliamo un’Europa forte, libera, indipendente, che torni a far sentire una propria voce coerente e coesa sullo scacchiere internazionale. Ostinatamente, orgogliosamente, noi scegliamo l’Europa. Che questo nuovo anno, appena iniziato e già scosso dai furiosi marosi del secolo, possa davvero rendere realtà i nostri sogni e la nostra fede.




