L’espulsione invisibile. Come l’AI divora il lavoro (e alla mediocrità chi ci pensa?)

Feb 18, 2026

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A raccontarla fu Carmelo Bene stesso, in una di quelle indimenticabili e furiose apparizioni al Maurizio Costanzo Show. Il Maestro rievocò un dialogo avvenuto con l’attore Giancarlo Rocca alla presenza di Franco Ruggeri, allora potente Direttore Generale dello Spettacolo. Discutendo di arte, unicità e sostegno pubblico, Rocca – rivolto a Ruggeri – avrebbe argomentato: «Ma senti, di Carmelo Bene ce ne sta uno solo, chiaramente; gli altri sono tanti.». E, dopo una pausa: «Ma sono mediocri.». Per poi concludere, con logica stringente e spiazzante: «D’altra parte di te ce n’è uno solo ma se non ci pensiamo noi (noi Ministero, noi spettacolo del governo), se non ci pensiamo noi, alla mediocrità chi ci pensa?». Bene riportava quell’episodio per mettere alla gogna una certa mentalità. Ma oggi, quella domanda – “alla mediocrità chi ci pensa?” – risuona come la profezia inconsapevole di un terremoto epocale. Perché descriveva un patto sociale ormai in via di dissoluzione: lo Stato, con i suoi apparati, si faceva carico di gestire, organizzare e dare un posto alla “mediocrità”, cioè alla stragrande maggioranza delle attività e delle persone che costituiscono il corpo vivo dell’economia. Oggi, quel patto è stato rescisso. Non da uno Stato in ritirata, ma da un attore ben più efficiente: la tecnica. Alla mediocrità – intesa come l’immenso territorio del lavoro ripetitivo, standardizzato, amministrativo – ci pensa ora un algoritmo. E lo fa con una tale efficienza da rendere superfluo qualsiasi “ministero” dedicato. “L’AI non potrà mai fare ciò che faccio io.” È il mantra rassicurante che riecheggia negli uffici, negli studi professionali, nelle caffetterie dove si consumano le pause. È la versione contemporanea e professionalizzata del “non può succedere a me”, un meccanismo di difesa psicologica tanto comprensibile quanto tragicamente miope. Perché l’errore di fondo non sta nel riconoscere i limiti attuali dell’intelligenza artificiale, ma nel fraintendere completamente l’anatomia stessa del nostro lavoro. Tendiamo a definirci attraverso l’apice delle nostre capacità: quel momento di intuizione geniale, quella trattativa impossibile, quella progettazione innovativa. Ci raccontiamo la favola del nostro valore risolutivo. La verità, spiacevole e profondamente pragmatica, è che la nostra vita lavorativa non è costruita sul genio, ma sulla ripetizione. È un’esistenza modellata dal pantano delle incombenze mediocri, prevedibili e amministrative, che divorano la maggior parte delle nostre energie cognitive. È a questa “mediocrità” funzionale – il lavoro dei “tanti” a cui pensava Rocca – che, senza saperlo, dobbiamo il nostro stipendio. Prendiamo l’esempio dell’ingegnere senior, insostituibile quando progetta un componente rivoluzionario, o del buyer esperto, capace di decifrare le sfumature di un mercato e tessere relazioni complesse. Quel culmine di eccellenza rappresenta forse il 5% della sua giornata. Il resto è un susseguirsi di riunioni per allineare informazioni già note, di reportistica ossessiva, di trasferimenti manuali di dati tra sistemi incompatibili, di gestioni di solleciti e micro-anomalie. È in questo habitat, fatto di pattern ripetitivi e logiche procedurali, che l’AI si muove come un predatore affamato ed efficientissimo.

LA GRANDE ILLUSIONE DEL “LAVORO VERO”

Gran parte della nostra energia professionale è infatti sequestrata da un’amministrazione strisciante, camuffata da lavoro sostanziale. Credere di poter competere con un sistema di AI integrato su questo terreno non è solo naif, è un suicidio professionale. Mentre noi organizziamo una riunione di un’ora per capire lo stato di un ordine, un’AI potrebbe, in tempo reale, avere tutti i dati, inoltrare richieste, bloccare anomalie e rispondere con precisione chirurgica a qualsiasi interrogativo, attingendo a uno storico completo e perpetuo. Ma il punto cruciale, che in molti continuano a eludere, non è la semplice “sostituzione” del singolo. È qualcosa di più sistemico e profondo: una riorganizzazione strutturale del valore. Nessun manager licenzierà tutti i buyer per assumere un algoritmo. Semplicemente, tre buyer potrebbero diventare uno e mezzo, e due ingegneri diventare uno, potentemente supportato da uno strumento di AI. L’obiettivo non è replicare l’umano al cento per cento, ma abbattere in modo drastico il costo delle attività ripetitive. Il risultato è duplice: non solo si riduce il personale, ma crolla anche il valore di mercato di chi rimane. Perché pagare a caro prezzo una competenza che, privata del suo fardello amministrativo, è diventata più comune e meno dispendiosa in termini di tempo? Non è un caso che molte aziende, soprattutto negli Stati Uniti, stiano già smettendo di cercare figure junior. Il loro lavoro di base – imparare, svolgere compiti semplici, supportare – non serve più, o serve in misura drasticamente inferiore. L’AI divora il gradino più basso della scala, rendendo impossibile l’apprendistato e creando un vuoto generazionale di competenze. Il consiglio cinico e ironico che si dava agli operai in crisi, “impara a programmare”, oggi si rivela una beffa tragica: sono proprio i programmatori junior a essere tra i più penalizzati, con l’AI che produce il codice standardizzato, ne corregge gli errori e lo documenta in pochi secondi.

IL CAPITALE È PIÙ ELASTICO DI TE: LA FINE DELLA RIQUALIFICAZIONE PERPETUA

La cruda realtà è che il Capitale, inteso come il sistema economico-tecnologico, si aggiorna più velocemente di qualsiasi individuo. Noi possiamo riqualificarci una, due, forse tre volte nella vita. Ma non dieci. I nostri limiti biologici e sociali – tempo, denaro, energie mentali, obblighi familiari – pongono un confine invalicabile alla nostra capacità di adattamento. Competere in elasticità con un sistema che impara in pochi minuti ciò che a noi richiede anni è una battaglia persa in partenza. E illudersi di essere “al sicuro” oggi è ingenuo, perché il sistema avrà bisogno di sempre meno lavoratori, pagando meno anche quelli ancora utili. Ogni volta che credi di esserti finalmente adattato, il Capitale ha già cambiato habitat. Pensate che nel 2025 si stima siano stati prodotti più contenuti da AI che da esseri umani. Una tecnologia disponibile al grande pubblico da soli due anni. Siamo già a questo punto. Immaginate il mondo tra cinque.

LE CONSEGUE AGGHIACCIANTI: DALLA PRODUZIONE ALLA POLITICA

Le conseguenze di questa espulsione di massa dal processo produttivo iniziano appena a delinearsi, e sono di una portata storica. Se la produzione di beni e servizi richiede una frazione sempre minore di lavoro umano, che ruolo avranno le masse? È plausibile che, espulse dalla sfera produttiva, le masse vengano progressivamente escluse anche dalla sfera politica. La politica di massa partecipata, con i suoi partiti e le sue lotte per la redistribuzione, è un’anomalia storica di poco più di un secolo, nata con la società industriale che aveva bisogno di lavoratori istruiti e in salute. Si potrebbe lentamente tornare a una “normalità” pre-moderna, dove il cittadino comune ha un’influenza sempre più marginale, relegato a spettatore di un gioco per élite. Anche altri pilastri sociali vacillano: se non serve più una forza lavoro ampia, sana e istruita, la salute collettiva perde il suo valore strategico per il sistema. La medicina di massa, concepita per mantenere efficienti i lavoratori, potrebbe trasformarsi in un puro business, orientato a più diagnosi, più malattie croniche e più dipendenza dal sistema farmacologico, piuttosto che al benessere della popolazione. Alla fine, il nostro compito – come individui che vogliono restare protagonisti del proprio destino e non semplici combustibili di un processo post-umano – è comprendere questi meccanismi nella loro spietata logica. Dobbiamo posizionarci strategicamente non per sostituire il sistema, un’impresa forse impossibile, ma per navigarlo con la massima lungimiranza, minimizzando il danno su noi stessi e sulle nostre comunità. Perché se non capisci la trasformazione in atto, non ne sarai l’artefice. Sarai soltanto il carbone che, inconsapevole, la alimenterà. E alla “mediocrità” che dava lavoro e senso ai “tanti”, ormai, ci pensa già un algoritmo. E non ha bisogno di un Ministero.

La stesura di questo articolo è stata stimolata dalla lettura di un recente testo di Guido Taietti, reso disponibile ai sostenitori del suo canale Patreon Progetto Razzia.

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