La politica della negazione, come l’odio dei nemici può trasformarsi nella migliore pubblicità

Dic 30, 2025

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Nella comunicazione politica c’è una regola tanto semplice quanto efficace: evitare sempre di utilizzare l’avverbio di negazione fondamentale della lingua italiana, il non. Questo perché il nostro cervello non è programmato per comprendere immediatamente questa locuzione e, quando viene utilizzata, noi recepiamo prima quello che viene dopo il “non” che il “non” stesso. Esempio semplicissimo: NON PENSARE AD UN ELEFANTE ROSA. Cosa abbiamo appena fatto leggendo ciò? Abbiamo pensato ad un elefante rosa. È più forte di noi e non possiamo controllarlo. Il meccanismo che sta dietro a tutto ciò è speigato egregiamente dal linguista americano George Lakoff, autore del libro “Non pensare all’elefante. Come riprendersi il discorso politico”.

Nel saggio Lakoff parla in maniera dettagliata di comunicazione politica e di come, l’uso della negazione di un determinato concetto o cosa, rafforzi ancor di più quest’ultima. La campagna elettorale per le nazionali del 2022 ci ha offerto uno splendido esempio di ciò. Enrico Letta, allora capo della coalizione guidata dal PD, utilizzò svariate volte la negazione parlando di Giorgia Meloni e di tutto ciò che lui non avrebbe fatto, non era rispetto a lei e non condivideva della leader romana e del suo partito. Risultato? I punti focali del programma del PD hanno perso di slancio e l’attenzione si è spostata ancor di più sulla candidata di FDI, garantendole pubblicità gratuita.

Non è la prima né l’ultima volta che casi come questo accadono, la Storia ce lo insegna. Ben & Jerry’s è un esempio emblematico di come un brand possa sfruttare le polemiche politiche e sociali per rafforzare la propria posizione nel mercato. Famosa per le sue prese di posizione sui temi più caldi della politica e dei diritti umani, l’azienda ha spesso suscitato forti critiche da parte di gruppi conservatori. Nel 2018, ad esempio, il marchio pubblicò una dichiarazione di sostegno ai migranti e alla legalizzazione della marijuana, scatenando un’ondata di boicottaggi e attacchi sui social media soprattutto statunitensi.

Invece di subire danni a lungo termine, Ben & Jerry’s ha visto un notevole incremento delle vendite e una maggiore fedeltà tra i consumatori più giovani e attenti alle problematiche sociali. A distanza di anni, il brand è diventato uno dei simboli di attivismo positivo nel mondo delle aziende, e la sua crescita continua a testimoniare come la pubblicità controversa possa rivelarsi un potente strumento di marketing. Dello stesso anno è il caso di uno dei marchi italiani più famosi. Qulche anno fa infatti, Dolce & Gabbana si trovò al centro di una bufera mediatica dopo il rilascio di una campagna pubblicitaria in Cina. Nella pubblicità, una modella cinese cercava di mangiare pizza e pasta con le bacchette. Apriti cielo.

Arrivarono subito a pioggia accuse di razzismo e di uso stereotipi culturali. Il video fu immediatamente preso di mira sui social, con molteplici appelli al boicottaggio del brand e pesanti critiche alla sensibilità culturale alla casa di moda. Ma, paradossalmente, questa controversia finì per incrementare la visibilità globale di Dolce & Gabbana. Nonostante la “figuraccia” in Cina, il marchio guadagnò una forte attenzione in Occidente, dove la provocazione fu vista come una forma di “libertà di espressione” e di creatività audace. Le vendite nei mercati non cinesi aumentarono significativamente, mentre il marchio riusciva a trasformare un errore pubblico in una strategia di marketing che lo rendeva ancora più desiderabile, soprattutto tra i consumatori giovani e influenti.

Ed ecco spiegato come la pubblicità negativa può abilmente trasformarsi in un catalizzatore per le vendite e la visibilità.

Tutto questo discorso per arrivare all’ultimo lampante esempio di ciò. Bastano tre parole ad evocare il mostro che si è aggirato per Roma negli ultimi giorni: Passaggio al Bosco. Il riferimento è ovviamente alla fiera del libro romana intitolata “Più libri più liberi”, coperta da una marea di critiche a causa della presenza dell’autore fiorentino Marco Scatarzi e della sua casa editrice (che hanno tutta la nostra solidarietà). A detta dei censori politicamente corretti dei nostri tempi, la casa editrice sarebbe “neo-nazista, anti-semita, neo-fascista” e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò solamente perché Marco ha sempre avuto il coraggio di pubblicare libri “scomodi” e che a molti non piacciono, ma i quali semplicemente parlano della storia della  nostra Europa. Nessun manifesto, nessun intento di ribaltare l’ordine democratico delle cose. Solamente la volontà di dar voce a chi forse non avrebbe mai avuto una possibilità se si fosse rivolto agli editori “canonici”.

Davanti a questa mastodontica polemica, con tanto di canti partigiani, libri coperti in segno di protesta e pugni chiusti, sapete quale è stato il risultato? Passaggio al Bosco ha avuto lo stand più visitato e le vendite sono schizzate, con più di 600 copie vendute in soli 3 giorni.

L’isterica protesta della sinistra si è trasformata in un clamoroso boomerang! Si voleva demonizzare, far scappare, cacciare, boicottare e silenziare. Il risultato è stato l’opposto. E di questo non posso e non possiamo che esserne contenti. I libri dovrebbero trasmettere sapere e nozioni, per quanto condivisibili o meno, senza che nessuno si possa permettere di censurare o mettere al rogo i volumi che gli vanno meno a genio. Semplice da comprendere…ma forse non per tutti.

Chi invece forse lo ha capito è stata l’organizzazione della fiera, che fortunatamente ha evitato di accettare le provocazioni e cacciare ingiustamente Passaggio al Bosco dal suo stand, finendo per ottenersi anche un aumentato numero di accessi, anche in virtù del fenomeno che abbiamo illustrato.

Insomma, potremmo riassumere la vicenda in questi semplici ma puntuali termini: più libri-più liberi uguale  più eco mediatica,  più popolarità e più vendite.

Nel caso in cui ai soliti detrattori, a lor signori con l’anima bella e il pianto facile, ciò non stesse bene, li invitiamo caldamente e serenamente a farsene una ragione.