La “Guerra Santa” nel mondo tradizionale: incomprensioni e deviazioni

Nov 26, 2025

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Gianfranco Peroncini ha appena pubblicato per Passaggio al bosco un testo dal titolo Sul problema della guerra. Orientamenti per un’interpretazione tradizionale (pag. 190, 14,00 €). In questa intervista, l’autore spiega il filo conduttore della sua ricerca, analizzando scenari metafisici, spirituali e drammaticamente contingenti dei tempi ultimi.

La guerra, presa come simbolo o stato di fatto, oggi è un argomento tabù. Eppure lo studio ne propone un’interpretazione non penalizzante.

Nei tempi ultimi si fa gran confusione tra “stile militare” e “militarismo”. Anche perché ultimamente vediamo stormi di falchi da poltrona che si aggirano tra gli scranni parlamentari e nelle redazioni dei giornali più “venduti” incedendo impettiti e marziali con lo scolapasta in testa.

Una gran confusione come detto. Ovviamente, non è il caso di riferirsi alla caserma come ideale di esistenza, se assimilabile a un ottuso e meccanico irrigidimento. Ma è bene non buttare il bambino con l’acqua sporca. Una concezione guerriera della vita, nella sua intrinseca subordinazione a superiori elementi spirituali, trova riflessi specifici con la guerra e la professione delle armi. Ma non si esaurisce in questo.

Provare e sperimentare i propri limiti nel rischio e nel sacrificio, sono due degli elementi che caratterizzano da sempre una società di guerrieri. Anche l’ambito militare infatti, come ogni comunità, si definisce sulla base di un complesso di valori e disvalori sui quali modella il quotidiano. Tuttavia, è bene non dimenticare che qualità come senso del dovere e dell’onore, disciplina e spirito di sacrificio, sono alla base non solo della vita militare ma anche di ogni segmento della più ampia società civile che si prefigga obiettivi non banali. Come, per esempio, una corretta ricerca scientifica, un’oculata amministrazione pubblica e privata, l’insegnamento di ogni ordine e grado, una sana attività economica non in contrasto con la qualità della vita.

Da un’attenta applicazione di tali principi derivano, ovunque, rigore, efficienza, professionalità. Dati indispensabili, ça va sans dire, anche per la formazione di un reparto di élite.

Il nocciolo del problema sembra risiedere nella contrapposizione tra due forme di civiltà e di società dai cui sviluppi ha preso le mosse l’ultima fase della storia contemporanea. Intendiamo quanto inerente all’elemento militare e a quello borghese, al diverso significato e alle diverse funzioni che vengono a essi riconosciuti.

Nello sconvolgimento di valori e di strutture caratteristico dell’epoca ultima, la concezione della democrazia moderna che si affermò in Gran Bretagna, antesignana del mercantilismo planetario contemporaneo, l’elemento primario della società è costituito dal “tipo” borghese e da una vita determinata dalla preoccupazione fisica per la sicurezza e il benessere materiali. A esso anche l’elemento militare si trova subordinato, rigorosamente tenuto a margine di qualsiasi influenza nella vita associata in genere.

Questo tipo di strutturata organizzazione sociale oggi si compie nel segno di un passaggio dal “guerriero” al “soldato”, essenzialmente un tecnico-mercenario con compiti di polizia estesi oltre i confini territoriali nazionali. Secondo la formula più aggiornata della corrispondente ideologia, gli eserciti dovrebbero solo servire come una polizia internazionale intesa a difendere la “pace”, il che nel migliore dei casi, vuole dire la vita indisturbata delle nazioni più ricche.

Altrimenti, a parte le maschere di comodo, si ripete quel che fu già proprio alla Compagnia delle Indie e ad analoghe imprese: le forze armate servono alle democrazie moderne per imporre o mantenere l’egemonia economica, per assicurarsi mercati e materie prime e per creare spazi ai capitali in cerca di investimento e di profitti.

Hiroshima e Nagasaki, da questo punto di vista, sembrarono un decisivo salto di paradigma bellico.

L’esistenza stessa della bomba atomica avrebbe portato allo scoperto negli Stati Uniti, capofila di tutte le tendenze del mondo occidentale, derive latenti in tutte le società dominate dall’elemento borghese. Con poche decine di ordigni di devastante potenza, in grado di avere ragione di qualsiasi avversario, nell’euforia degli anni immediatamente posteriori al ‘45, all’ombra degli apocalittici bombardamenti terroristici sul Giappone, si pensò di poter risolvere ogni preoccupazione di tipo militare.

Visto che l’ideale delle democrazie è quello di trovare dei mercenari (oggi si definiscono pudicamente “contractor”, potenza edulcorante e lavandaia del linguaggio politically correct…) che facciano la guerra per loro, in cambio di armamenti e finanziamenti. In subordine, si preferisce affidarsi a un’illusoria superiorità tecnologica e industriale che qualora non sia sorretta da una controparte morale, da uno spirito “guerriero” autentico, o da condizioni estremamente favorevoli al suo dispiegarsi, finisce per dimostrarsi una carta tutt’altro che vincente. Come ha insegnato la storia delle “guerre rivoluzionarie” della seconda metà del ‘900.

L’opposizione si delinea tra virtù “civiche” e militari delle quali si riconosce l’esistenza ma che non devono applicarsi alla vita complessiva della nazione. In particolare, la concezione democratica non ammette che organismi dirigenti possano avere tratti e struttura militari. Impossibile riconoscere a qualità e discipline di questo tipo una superiore dignità rispetto a tutto ciò che è borghese.

Una maniera sbagliata d’impostare il problema, a quanto si legge nel libro.

Esatto. Altre considerazioni devono entrare in linea di conto. L’idea gerarchica non si esaurisce nella declinazione guerriera. La forma più originaria di gerarchia, infatti, si definisce con valori d’ordine essenzialmente spirituale dal momento che, etimologicamente, gerarchia non vuol dire altro che “sovranità del sacro”.

Il che serve a comprendere come molte organizzazioni a base spirituale, in un proficuo intreccio tra forma e substantia, assunsero come supporto gerarchie simili a quelle guerriere, riproducendone esteriormente l’aspetto – basti pensare all’Ordine dei Gesuiti – fermi restando i rapporti di subordinazione tra sacerdozio e regalità, tra conoscenza e azione.

Contrariamente a quel che la polemica borghese e liberale pretende, l’idea guerriera non si riduce a un materialismo selvaggio, non è sinonimo dell’esaltazione del bruto uso della forza e di una violenza distruttrice, ma la formazione calma, cosciente, dominata, dell’essere interiore e della condotta personale.

La visione del mondo dell’antichità, per la ricorrenza in essa del tema antagonistico tra cosmos e caos, propiziava l’integrazione dell’idea del combattere in senso spirituale. Nel mondo ellenico, già nella lotta materiale si volle riconoscere il riflesso di una lotta cosmica perenne tra l’elemento spirituale, olimpico, e quello titanico, il cui simbolo più notevole, a metà strada tra l’uomo e la divinità, si colloca nei significati profondi della figura di Eracle.

Siamo all’interno di una visione del mondo antipodale rispetto al mondo moderno.

Avere fede, dice Sant’Agostino, significa credere in ciò che non si vede. La ricompensa per questa fede sarà vedere ciò in cui si crede. E questo ci conduce a capire che nel sentire proprio all’umanità tradizionale ogni realtà era un simbolo e ogni azione un rito. Ciò si dimostrava vero anche per la guerra che rivestiva un carattere sacrale per cui “guerra santa” e “via di Dio” finirono per diventare una cosa sola.

Alla base di tutto, come ricordato, si trovava l’interpretazione della vita come una lotta tra le forze della luce e dell’ordine contro quelle oscure del caos e della materia. Il combattimento doveva essere vinto sia nel mondo interiore che in quello esteriore. L’idea alla base era che, con la morte eroica, il guerriero trascendeva il piano della guerra materiale per entrare in quello di una lotta a carattere trascendente.

L’autentico bellum iustum sul piano esteriore era considerato quello che riproduceva, in altri termini, la lotta da combattere in se stessi, un combattimento contro forze che sul piano individuale possano presentare gli stessi caratteri che nel singolo vanno dominati interiormente sino al raggiungimento della pax triumphalis, in maniera non dissimile da quanto esposto nella dottrina di Sant’Agostino. Da cui una sinergia operativa tra l’idea guerriera e quella di una certa “ascesi”, di una disciplina interna e di un controllo di sé che ricorre nelle migliori tradizioni guerriere e che si mantiene anche sullo stesso piano “semplicemente” militare.

La tradizione islamica sembra avere codificato esattamente questi principi.

Nell’Islam si distinguono due guerre sante: la “grande guerra santa”, el-jihâdul-akbar, e la “piccola guerra santa”, el-jihâdul-açghar. La prima è di ordine interiore e spirituale, la seconda è quella che si combatte sul piano esteriore contro un nemico corporeo.

Ma per entrambe l’unica concezione possibile dell’autentico jihâd si radica sul fatto che non solo il fine non giustifica i mezzi ma, in maniera ben più incisiva, i mezzi devono essere sempre in totale conformità con il fine. Per questo se il combattimento deve essere per Dio, deve essere, necessariamente, in Dio. Mezzi e fine devono cioè essere stabiliti da principi sacri, definiti e ispirati dalla presenza divina.

Certo jihâd è un tipo di guerra, almeno in prima istanza, ma si deve trattare sempre di una “guerra giusta”. Come in ogni tradizione ortodossa e regolare, la guerra è considerata giusta se la si comincia e la si prosegue in ottemperanza a formalità richieste nel quadro di un particolare sistema legale ed è guerra giusta se è condotta per giustificate ragioni, in coerenza con fondamenti religiosi o pratiche e consuetudini di una data società. Nell’Islam, come nella Roma antica, questi concetti sono inclusi nella dottrina del bellum iustum, per il quale sono necessarie sia valide ragioni sia precise formalità di conduzione della guerra. Ma non solo. La guerra deve essere non solo bellum iustum, ma anche bellum pium, cioè non in contrasto con le prescrizioni religiose e le sanzioni divine che ne derivano.

Come si vede, sono molti gli elementi necessari affinché una guerra possa essere qualificata come jihâd, come “giusta e santa”…

L’attualità contemporanea sembra avere fatto, tanto per cambiare, molta confusione anche su questo.

Non c’è alcun dubbio. L’impiego di mezzi vili e criminali tradisce sempre il fatto che lo scopo prefisso è tutt’altro che divino. Invece di un combattimento per Dio e in Dio, l’obiettivo di ogni presunto jihâd in cui si consideri legittimo il massacro di innocenti non può essere ispirato da Dio.

Nel corso di uno studio del 2011 David Kilcullen, tenente colonnello della riserva australiana, uno dei massimi esperti operativi e dottrinari occidentali di counterinsurgency, utilizzò il termine “takfiri” per descrivere l’ideologia dell’avversario e la definizione “terroristi takfiri” per descrivere coloro i quali usano il terrorismo per propagandare quella “ideologia”.

La dottrina del takfir contraddice l’ingiunzione coranica contro le conversioni religiose forzate come prescritto nella Sura Al-Baqarah 256 che recita: «Non c’è costrizione nella religione». In altre parole, nessuno può essere costretto a seguire una fede religiosa e a nessuno può essere impedito di praticarla. Il takfirism, argomenta Kilcullen, rappresenta un’eresia all’interno dell’Islam e venne posta fuorilegge nel 2005 con l’Amamm Message, grazie a un’iniziativa del re di Giordania Abdullah II che riunì oltre 500 tra ulema, esperti di dottrina islamica, e leader politici dell’Organizzazione della conferenza islamica e della Lega araba al fine di approvare un accordo consensuale senza precedenti.

La cronaca riverbera altre realtà…

Sono distorsioni strumentali in una logica di dominio geopolitico. Per comprendere il vero senso della natura del jihâd islamico, letteralmente “sforzo” (sottinteso sulla via di Dio), un termine abitualmente tradotto in Occidente come “guerra santa”, bisogna comprendere di converso la deviazione cosiddetta “jihadista” contemporanea.

Perché lo “sforzo” in questione, come sottolineato, deve essere condotto in Dio e non solo per Dio, cioè all’interno di un quadro di riferimento sacro per essere in armonia con le qualità spirituali, morali ed etiche di quel quadro. Solo a queste condizioni Dio guida il mujahid, il combattente del jihâd, lungo il cammino appropriato sia che lo sforzo venga condotto nell’ambito di una guerra esterna oppure di un impegno di carattere morale o sociale, di un dovere intellettuale o culturale e soprattutto – nel suo significato più profondo – contro il principale nemico di ogni uomo, il suo congenito egotismo.

Insomma, per cavarsela con una battuta, sembra di capire che l’Islam non goda di buona stampa…

Non è tutta colpa del destino cinico e baro. L’epoca contemporanea ha imposto al panorama intellettuale dell’Islam drammatici movimenti sismici imposti dalle sfide militari, economiche e culturali della dominazione planetaria occidentale. La risposta, per certi versi inevitabile, è stata quella di una rincorsa affannosa e ambigua a modelli estranei al portato storico e sociale islamico, sia da parte degli ambienti modernisti sia di quelli dei riformisti dogmatici – due facce della stessa medaglia anti-tradizionale – che hanno dato vita a forme di organizzazione modellate su quelle occidentali. Template ambiguamente proposti stravolgendo strutture tradizionali con un maquillage di modernismo e secolarizzazione che, paradossalmente, rivela un problematico complesso d’inferiorità.

L’altra ganascia che stringe in una morsa l’Islam tradizionale è infatti quella del riformismo dogmatico, sul modello wahabita dominante in Arabia Saudita, che propone una strettissima aderenza al Corano e alla sunna, gettando alle ortiche secoli di storia intellettuale dell’Islam e dichiarando che non serve alcun aiuto dai grandi interpreti del passato per capire e approfondire i testi. Chi non accetta di adottare questa interpretazione viene considerato un infedele o, nel migliore dei casi, un fuorviato.

A farne le spese sono stati soprattutto gli ambienti sufi, la dimensione più interiore e spiritualmente operativa dell’Islam, finiti drammaticamente nel mirino dell’offensiva modernista, ieri, e oggi in quella del cosiddetto fondamentalismo islamico grottescamente definito “jihadista”. Il sufismo è così diventato, secondo la moda islamista in voga, il capro espiatorio intellettuale per il ritardo fatto registrare dai paesi musulmani nei confronti della tecnologia hi-tech occidentale.

Un altro segno dei tempi.

Tutto rientra nella misteriosa dialettica ciclica dei tempi ultimi. Se infatti l’Islam, o qualsiasi altra religione ortodossa e regolare, si riduce a una semplice e meccanica osservanza delle regole esteriori, quella che il Cristo rimproverava agli scribi e farisei ipocriti, non è più una religione nel senso pieno del termine e non dispone più di una linfa interna vivificante.

Non può sorprendere, quindi, che i membri delle catene iniziatiche sufi siano sempre stati quelli più sensibili all’innata sacralità della vita umana, a prescindere dalla fede professata. Di converso, rientra nella perversa logica contemporanea che quanti si fanno vanto di dimostrare a livello mediatico globale e globalizzante un agghiacciante disprezzo per l’inviolabilità della vita umana siano anche i più ostili al sufismo.

Dovrebbe essere evidente a qualsiasi serio ricercatore del mondo islamico che i più inclini alla violenza non siano dei presunti “jihadisti”, cui viene generosamente offerto un assai problematico palcoscenico mediatico, quanto le devianze “takfire” di cui parlava Kilcullen, sostenute dai vari movimenti islamisti le cui radici, meramente “ideologiche”, le rendono ferocemente ostili non solo all’autentica spiritualità sufi ma anche a molti dei valori considerati sacri dall’Islam tradizionale.

A maggior ragione, questa opposizione frontale ai valori della tradizione islamica coinvolge nella sua deriva la desacralizzazione della religione musulmana e, nella logica conseguente di un’accelerazione di gravità inerente al piano inclinato imboccato, al rifiuto sempre più ottenebrato della sacralità delle altre tradizioni.

Il che, per un riflesso condizionato evidentemente ricercato con pertinace malizia, produce per reazione, nella logica concatenata degli errori contrapposti tipici di questa fase ciclica, un irrigidimento settario opposto, proporzionato alla gravità crescente dell’attacco.

Il simbolismo spirituale della guerra appartiene anche ad altre tradizioni. In quella indù si rintraccia nella Bhagavad-Gîtâ.

Il simbolismo della guerra come “guerra sacra” si trova espresso compiutamente nella Bhagavad-Gîtâ, uno dei testi più noti della tradizione indù. Alla base ritroviamo l’idea tradizionale secondo cui la ragione essenziale della guerra è quella di porre termine a un disordine. In altre parole, è l’unificazione di una molteplicità, operata con i mezzi che appartengono al mondo della molteplicità.

La Bhagavad-Gîtâ è un episodio a sé del Mahâbhârata che, con il Râmâyana, costituisce una coppia di scritti tradizionali molto diversi rispetto ai “poemi epici” individuati dal senso profano e letterario degli occidentali. Dove profano va inteso nel senso etimologico del termine: pro fanum, ciò che resta al di fuori del recinto sacro del tempio.

La “battaglia” di cui si parla nella Bhagavad-Gîtâ rappresenta, più in generale, l’azione nel mondo manifestato, secondo la natura e la funzione degli kshatriya, cui in particolare il testo è destinato. L’insegnamento è svolto nel senso di un dialogo tra il dio Krisna, che conduce il carro tra due eserciti schierati sul campo di battaglia, e il guerriero Arjuna. Krisna e Arjuna rappresentano rispettivamente il “Sé” e l’“io”, la personalità divina e l’individualità umana.

Un altro aspetto della massima importanza è il fatto che Krisna e Arjuna si trovano insieme sullo stesso cocchio che, nella trasposizione simbolica propria alla Bhagavad-Gîtâ, rappresenta il “veicolo” dell’essere, considerato nel suo stato di manifestazione.

Nel concreto, che cosa si esprime in quel testo sacro?

La Bhagavad-Gîtâ ripropone i temi di una reintegrazione spirituale destinata alla nobiltà guerriera. Il maestro, Krisna – paragonabile al guru interiore – deve portare il discepolo a una serie di “riconoscimenti”, preparando Arjuna alla scelta decisiva. Si tratta di una propedeutica spirituale che porta a riconoscere i doveri e le funzioni della natura propria essenziale, dharma, innata in ogni individuo.

Arjuna, persosi in una “selva oscura” di ignoranza rispetto ai doveri del proprio stato, deve ritrovare nella sua interiorità il retto sentiero. Solo a questo punto potrà sublimare la via dell’azione, trasformandola in quanto va al di là di una semplice vicenda militare, liberandosi dai desideri, dalle passioni e dagli istinti del combattente profano. Deve riconoscere l’esistenza di un Centro dentro di sé diverso dall’io individuale, su cui deve ripiegare la sua coscienza, fissandosi in modo stabile e immobile. In Occidente Meister Eckhart, sulla stessa “lunghezza d’onda”, poté scrivere che anche una pietra è Dio, solo che essa non sa di esserlo ed è proprio tale suo non sapere di essere Dio a determinarla come pietra.

Questa spersonalizzazione della guerra che opera un movimento di reintegrazione spirituale la possiamo ritrovare anche in Tolkien.

Il rango ontologico di esistenza della guerra come ritorno all’ordine e all’equilibrio è declinato anche nel Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien, in uno scambio di battute tra Frodo, lo hobbit “portatore dell’anello”, e Faramir.

Fratello di Boromir, Faramir è capitano dell’esercito di Gondor, un condottiero, scrive Tolkien, che gli uomini avrebbero seguito persino all’ombra delle ali nere… Nella Guerra dell’Anello, infiltrato dietro le linee nella zona dell’Ithilien, al confine con le terre di Mordor, combatte alla testa dei suoi reparti incursori un’audace e pericolosa guerriglia fatta di agguati e imboscate contro le forze del Nemico, per ostacolarne e rallentarne l’avanzata.

Avendo ricevuto l’ordine di uccidere chiunque si trovi in quel territorio senza il permesso del sire di Gondor, Faramir combatte una lotta senza indulgenze. Tuttavia, dichiara di non uccidere uomo o bestia inutilmente e mai con piacere, anche se necessario. Della sua vocazione guerriera parla così a Frodo: “La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo ciò che difendo: la città degli uomini di Nùmenor; e desidero che la si ami per tutto ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza».

Una sintesi efficace del concetto di “guerra senza odio”…

Nel senso esteriore, la guerra legittima è diretta contro coloro che turbano l’ordine sociale, tradizionalmente inteso come un riflesso di quello metafisico, allo scopo di ricondurveli e costituisce perciò una funzione di giustizia “riequilibratice”. Questa, tuttavia non può essere che la “piccola guerra santa”, in altre parole solo un’immagine dell’altra, la “grande guerra santa”. Come spiega Guénon, si tratta della lotta dell’uomo contro i nemici che ha in se stesso, gli elementi che, in lui, si oppongono all’ordine e all’unità.

Non si tratta di annientare questi elementi, i quali, come tutto ciò che esiste, hanno anch’essi la loro ragion d’essere. Bensì di “trasformarli”, riconducendoli all’unità. L’uomo deve mirare, prima di tutto e costantemente, a realizzare l’unità in se stesso, secondo tutte le modalità della sua manifestazione umana: unità di pensiero, unità di azione e anche – cosa che forse è la più difficile – unità fra pensiero e azione.

Nel libro si accenna anche alla mors triumphalis della tradizione classica.

Nell’ottica che stiamo cercando di rintracciare, è decisivo l’orientamento spirituale di tutta la vicenda, affinché la guerra non perda il suo carattere sacro e si degradi in un oscuro quadro selvaggio ove all’eroismo puro e decondizionalizzato si sostituisca la frenesia dell’esaltazione passionale e le bramosie più inferiori degli istinti presenti nell’animale umano.

Nella cornice di questo disciplinato regime psichico e spirituale, i luoghi di ristoro paradisiaci per chi cade sul campo dell’azione – su cui molto stoltamente si ironizza nel “laico” Occidente – valgono come simbolo, oltre la “lettera che uccide”, per stati sovraindividuali dell’essere da realizzare nel post-mortem, equivalenti in qualche modo alla mors triumphalis della tradizione classica, trasfigurante esperienza di reintegrazione nell’Unità divina.

Non è forse inutile precisare che un’autentica mors triumphalis è molto diversa dalla “bella morte” di una monca retorica dannunziana, proprio per il diverso controllo e la disciplinata forma di ascesi che comporta, come espresso nel Bushidō, la “via del guerriero” della tradizione giapponese.

D’altro canto, non si può trascurare la possibilità che un’autentica “bella morte”, per il rifiuto di certi vincoli individuali, a volte e in qualche modo, possa accostarsi a quanto di cui costituisce solo un riflesso, inficiato e depotenziato dalle correnti spurie del romanticismo ottocentesco, raggiungendo provvidenzialmente l’obiettivo della “grande guerra santa”. Che è il traguardo di un’autentica vita di santità. Guerriera o meno.

Hai appena accennato al Bushidō, definito l’etica e lo spirito del samurai.

L’anima interna del Bushidō può essere colta solo in seno alla cultura tradizionale giapponese. Il termine viene comunemente tradotto come “via del guerriero” ma l’insieme delle idee raccolte nel Bushidō va oltre un codice di morale pratica e formativa in quanto la via, do, si identifica con il dovere e il codice d’onore dei guerrieri, i bushi. Il carattere profondo del Bushidō si delinea in correlazione con il concetto indù di dharma: il dovere inerente alla propria e profonda natura interiore, la legge d’azione legata alla casta di appartenenza.

E proprio perché l’azione è efficace sul piano spirituale solo se conforme alla natura interiore di chi la esegue, in Cina e in Giappone le discipline realizzative – i metodi da seguire per ottenere una effettiva reintegrazione spirituale – sono dette “vie”. L’ideogramma antico sembra fosse composto dall’immagine grafica di tre idee: una strada, la testa di un maestro, i piedi di un altro uomo. Si tratta di un discepolo che segue il maestro sulla Via.

Ma non sono vie esclusivamente guerriere.

Ben detto e “bene-detto”… Queste vie di ascesi e perfezionamento, mediate dalla partecipazione religiosa attraverso i riti, sono quelle dell’azione e delle discipline più diverse. Per i giapponesi, sotto l’influsso del buddhismo Zen, quelle di un’approssimazione mediante arti, mestieri e corporazioni. Sul piano più esteriore, questi “supporti” sembrano mirare a padroneggiare una tecnica o all’approfondimento di un’arte. In realtà, con l’addestramento specifico si creano le condizioni per operare una trasformazione interna del discepolo.

La via del guerriero, strettamente connessa con lo Zen da un lato e con le Vie marziali (budo) dall’altro, confluiva naturalmente, a un livello superiore, verso un’unica disciplina ascetica: quella dello Zen. Le Vie marziali, che si esprimono nelle arti marziali, sono legate indissolubilmente al Bushidō e permettono un avvicinamento all’esperienza spirituale propria dello Zen attraverso la preparazione continua alla morte eroica, nel senso “trionfale” ricordato.

Anche da questo si può capire il senso profondamente “satanico” del divieto imposto alle arti marziali in Giappone a opera del proconsole nordamericano Douglas MacArthur, risorte in epoca recente, con tutte le inevitabili e fatali incomprensioni, sotto la forma yankee di semplice “sport”.

È il “tao del guerriero”.

Il “tao del guerriero” precisa le forme di una disciplina dell’azione per seguire la legge definita dalla propria natura interiore, attraverso un’etica eroica che pone in primo piano fedeltà, coraggio e spirito di sacrificio.

L’imperatore, tenno, sovrano celeste, è anche come mikado, “l’augusta porta”, la più alta personificazione di quel potere che rende trasparente la forza spirituale che anima il mondo. Impersonando e interpretando il “mandato del Cielo” rende l’atto del governare un atto religioso in quanto i riti divini e il governo del paese diventano una cosa sola. La fedeltà all’imperatore, paragonabile alla fides medievale, comprende dunque in senso eminente e trascendente la fedeltà allo Stato, alle istituzioni e al popolo giapponese, un carattere propriamente religioso destinato al superamento della personalità umana.

I samurai, è detto, sono l’incarnazione del Bushidō attraverso “gli insegnamenti del fiore di ciliegio”. Nel fiore di ciliegio la natura si rivela pura, come lo è la lealtà di un samurai. Il fior di ciliegio, giunto a completa fioritura, cade repentinamente, così l’ideale del samurai è morire combattendo senza rimpianto quando l’ora è giunta. “Son caduti come fiori di ciliegio” si diceva in Giappone dei soldati che avevano sacrificato la vita in battaglia.

Sintonizzandosi sulla stessa lunghezza d’onda, nonostante oltre mezzo secolo di sguaiata cultura hollywoodiana, non si faticherà a cogliere il senso autentico di un antico detto giapponese: “l’eroe è forte come una montagna, gentile come una brezza”.

Il che ci porta ha un punto che mi ha molto colpito, il controllo quasi sovrumano delle passioni nella tradizione samurai.

L’aspetto attivo del Bushidō è la severa disciplina, l’allenamento mentale che porta al controllo dei sentimenti e delle passioni, attraverso la capacità di mantenere il giusto equilibrio nel dovere di coltivare saggezza e sensibilità spirituale. La penna e la spada, l’animo del “saggio” e quello del guerriero, la saggezza e l’azione, la formazione di una sensibilità estetica e il valore nelle armi, lo studio dei classici e l’addestramento marziale, il sentimento e il coraggio, si riunivano in un’espressione esistenziale che riassumeva la retta educazione da impartire a un giovane samurai.

L’addestramento, l’educazione, spirituale e militare, duravano tutta la vita. Gli anni scorrevano in una dura disciplina, tesa a irrobustire il carattere, il corpo e la forza di volontà, tra esercizi fisici e arti marziali: abitudine alle sofferenze, alle privazioni, al controllo dei sentimenti e al dominio delle passioni. Qui trae origine la forse più lucida descrizione del coraggio guerriero mai esposta tradizionalmente, enunciata e vissuta proprio nel Bushidō.

Il punto mi pare molto importante. Spieghiamolo.

Si tratta di qualcosa di molto diverso da quanto sperimentato e sentito nelle società guerriere occidentali pre-cristiane, soprattutto di ceppo nordico. Esistono infatti almeno due tipi-base di coraggio guerriero, uno che saremmo tentati di definire “demonico” e uno di tipo “spirituale”.

Il coraggio del primo tipo, lo rintracciamo già nei poemi omerici dove descrivono un eroe che in genere combatte isolato e conduce gesta straordinarie che lo rendono quasi pericoloso per i suoi stessi alleati, il cui esempio più caratteristico nell’Iliade è offerto da Diomede, il re di Argo, che nella guerra di Troia si distinse come indomito guerriero, come narrato nel V canto, sino a essere considerato dopo Achille e Aiace Telamonio, l’eroe più valoroso delle schiere achee.

I latini conoscevano bene questo coraggio irriflessivo, sonnambulare, divino-ferino che riscontravano specialmente tra le popolazioni germaniche definendolo furor. Era il wut che s’impadroniva del guerriero germanico e lo trasformava in una specie di belva. In quelle culture non a caso pare esistessero confraternite di “guerrieri-lupo” o “guerrieri-orso”.

Tornando al Bushidō dopo questa divagazione totemica non poco inquietante nelle sue regressioni ferine…, si potrà osservare qualcosa di molto differente e percepire il carattere sovraumano e autenticamente eroico delle virtù richieste a un samurai. In sintesi, l’aspetto spirituale del coraggio, spiega Inazō Nitobe, è dato da una presenza dell’animo calma e composta. La tranquillità è coraggio in riposo e ne costituisce la manifestazione “statica”, così come le gesta audaci ne costituiscono l’aspetto “dinamico”. Un uomo coraggioso rimane sempre sereno. Freddo nell’ardore della battaglia, davanti alla minaccia o in presenza del pericolo o della stessa morte conserva il totale dominio di sé: di fronte a un pericolo imminente può comporre dei versi e, in faccia alla morte, elevare un canto.

Il che riporta, sin qualche modo, a un’espressione corrente nell’esercito statunitense (e più o meno effettivamente depositatasi nelle coscienze dei militari Usa…) che suona così: “may our courage exceed our level of violence”, che il nostro coraggio superi il livello della nostra violenza.

Si tratta della riemersione, ripresa dalla cultura profana occidentale, che invita a evocare la dimensione profonda del coraggio autentico per gestire paure, conflitti e dolore senza permettere che le azioni di trasformino in una dimensione distruttiva. Per sé e per gli altri.

Dato l’argomento, non possiamo non accennare alle Crociate.

In Occidente la dottrina della “guerra santa” trova naturale riferimento nelle Crociate. Si tratta di un’esperienza religiosa e militare ricca di riferimenti simbolici e spirituali. Già la conquista di una “Terra Santa”, e il simbolo correlato dei suoi “custodi”, getta una particolare luce spirituale su un fenomeno che travalica e trascende le contingenze storiche di una vicenda tanto complessa da sfuggire alle interpretazioni unidimensionali dei contemporanei.

Da non dimenticare poi come alla storia delle Crociate appartiene anche una serie di attivi scambi intellettuali tra Oriente e Occidente, non essendosi infatti risolta in una serie di rapporti solo ostili. Ciò non poteva non essere, dal momento che nelle Crociate si trovarono spesso di fronte come avversari uomini che combattevano assumendo la guerra secondo lo stesso significato spirituale, dimostrando l’unità dello spirito tradizionale che, ove sia presente con rappresentanti qualificati, può manifestarsi anche nei momenti dei contrasti più drammatici.

Nelle Crociate si stringeva il nodo cruciale di un doppio percorso esistenziale, nel segno della  “guerra sacra”. Come segnala Franco Cardini, nella crociata, il guerriero faceva penitenza delle sue soperchierie e si candidava a cadere martire del Cristo. Era un’esperienza esistenziale e spirituale che coniugava iter militare, missione guerriera e peregrinatio paenitentialis. Con la prima crociata e i problemi a essa connessi, la Chiesa elaborò un modo originale per conciliare la militia Christi dell’antico senso ascetico-monastico con la nuovissima accezione del martirio al servizio della fede.

Miles Christi è un termine che la dice lunga sulla sopravvivenza di quanto stiamo parlando anche in tempi oscuri, se pensiamo che è un termine utilizzato nel contesto della Cresima cattolica in riferimento alla crescita e al rafforzamento della fede cristiana al fine di diventare “soldati di Cristo” e testimoni della fede.

Sino dai tempi del primo Cristianesimo era usata l’espressione miles Christi per indicare chi si impegnava nella battaglia per lo spirito in una testimonianza di fede che poteva giungere sino al sacrificio del sangue. I martiri furono i primi milites Christi poi, quando cessarono le persecuzioni, questo titolo fu attribuito agli asceti e ai monaci, cioè quanti rifiutavano il secolo per vivere pienamente l’esperienza di una vita assolutamente spirituale. Fu con gli ordini religioso-militari che si giunse alla codifica della spiritualizzazione cristiana degli ideali cavallereschi che, sul piano storico, contribuì, tra l’altro, a spostare il problema etico-canonistico della guerra dallo ius in bello allo ius ad bellum. Cioè dalle cause della guerra, e quindi dalla sua giustificazione, al comportamento da tenere durante il suo svolgersi.

Il focus più importante dell’intera vicenda è però un altro. Al crociato, infatti, era promessa una completa gloria spirituale. Gerusalemme, mèta della conquista crociata, si presentava nel doppio aspetto di una città terrena e di una città celeste per cui la Crociata diveniva l’equivalente, in termini di tradizione eroica, del “rito” di un pellegrinaggio, e della “passione” di una via crucis. D’altra parte, gli appartenenti agli Ordini che maggior contributo diedero alle Crociate – come i Cavalieri del Tempio e quelli di S. Giovanni – erano uomini che, come il monaco o l’asceta cristiano, avevano imparato a disprezzare la vanità di questa vita. L’insegnamento vita est militia super terram poteva realizzarsi in loro in modo integrale, sia sul piano interiore che su quello esteriore.

Dalle Crociate alla cavalleria medievale il passo è breve…

Nelle Crociate ricorrono i significati fondamentali di espressioni come: “Il paradiso è all’ombra delle spade” o: “Il sangue degli eroi è più vicino a Dio dell’inchiostro dei filosofi e delle preghiere dei devoti”. Qui si radica il cuore e l’anima della cavalleria medievale.

Storicamente, nell’Alto Medioevo, soprattutto tra IX e X secolo, la società si dovette confrontare con lo sfaldamento dell’Impero carolingio, organizzandosi per vivere nella e per la guerra. Da queste esigenze di difesa derivò la rigida distinzione dei laici in bellatores e laboratores che, con gli oratores, completavano le categorie sociali medievali, identificate da Georges Duby, grande storico francese specialista del Medioevo, sulla scorta della tripartizione funzionale studiata da Georges Dumézil per le civiltà di origine indoeuropea.

Uno schema, quello dell’insieme organico del clero, dell’aristocrazia feudale e degli addetti alla produzione dei beni, che non avrebbe retto oltre il XII secolo allo sviluppo urbano e al conseguente e ciclicamente inesorabile nuovo articolarsi della società.

Qui scorgiamo le basi, ricorda sempre Cardini, per un nuovo modo d’intendere l’esercizio delle armi, alla luce di una nuova etica guerriera tesa a difendere i deboli, i pauperes, contro i violenti, i prepotenti, i potentes. L’esercizio delle armi legittimato dall’impegno a tutelare le chiese e i diritti delle vedove, degli orfani, di chiunque non sia in grado di potersi difendere da solo, converge in un Idealtypus che diverrà fondamentale nella cultura dell’Occidente: il cavaliere. L’epica delle chanson de geste sarebbe diventata lo strumento di propaganda privilegiato dei nuovi ideali.

La figura del guerriero Idealtypus crebbe nella considerazione sociale medievale acquistando un grande e indissolubile valore spirituale il cui riflesso si scorge nel rilievo dato ai santi militari come l’Arcangelo Michele, San Giorgio, San Maurizio, attraverso il simbolismo dei quali la professione delle armi accentuava la sua dimensione sacra. Ancora oggi, retaggio sottile di un passato non dimenticato, nonostante tutto, il cavaliere rimane una figura senza tempo.

La cavalleria medievale era una sublimazione dell’aristocrazia feudale?

L’aristocrazia feudale si collegava strettamente a una terra e alla fides consacrata a un principe. Nella cavalleria, invece, si realizzava l’idea dell’universalità attraverso l’ascesi dell’azione, presentandosi con i caratteri di una comunità supernazionale i cui membri, consacrati al sacerdozio militare, non avevano più patria e dovevano fedeltà a un’etica legata da una lato all’onore, alla verità, al coraggio e alla lealtà, dall’altro a una autorità spirituale di tipo universale, che era essenzialmente quella dell’Impero. La cavalleria e i grandi Ordini cavallereschi nell’ecumene cristiano rappresentavano la controparte di quel che il clero e il monacato erano nell’ordine della Chiesa. La cavalleria non aveva carattere ereditario. Si poteva divenire cavalieri: l’aspirante doveva compiere imprese che dimostrassero il suo disprezzo eroico per la vita.

Un’ultima segnalazione. Nelle chansons de geste, il massimo valore cavalleresco è dato dalla prouesse, il coraggio, che, tuttavia, deve essere completato dalla sagesse, la saggezza. La sintesi di prouesse e sagesse dà vita a una superiore e completa realtà esistenziale, la mesure, l’equilibrio. In ciò l’ideale cavalleresco, plasmato dall’incontro delle tradizioni germanico-celtiche con quella cristiana, si avvicina più ai canoni del Bushidō che a quelli propri al mondo del furor guerriero nordico.

Abbiamo fatto un accenno di passata alla “Terra Santa”, concetto suscettibile di molti sviluppi.

A questo punto diventa importante chiarire i significati spirituali e tradizionali di quella che funse da obiettivo primario delle Crociate – come, peraltro, di ogni vera e legittima “crociata” – vale a dire la “Terra Santa”.

Uno degli attributi più noti, ma in genere non sempre ben compresi, dei Cavalieri dell’Ordine del Tempio, più noti come Templari, è quello di custodi della “Terra Santa”. Sul piano più esteriore il titolo è da mettere in relazione con l’origine di quella particolare milizia monastico-guerriera e le Crociate, dal momento che la “Terra Santa” della tradizione cristiana è la Palestina.

Il problema diventa più complesso, segnala Guénon, quando ci si accorge che varie organizzazioni orientali, in sinergica sintonia spirituale con i Templari, per dir così, si sono ugualmente fregiati del titolo di “custodi della Terra Santa”. In questo caso non può trattarsi della Palestina ma resta comunque significativo che queste organizzazioni presentino un numero consistente di tratti comuni con gli ordini cavallereschi occidentali e che alcune di esse siano state storicamente in relazione con questi ultimi.

La “Terra Santa” è indicata anche con espressioni come “Centro del Mondo” o “Cuore del Mondo” e dalla testimonianza concorde di tutte le tradizioni che riportano designazioni equivalenti. La prima considerazione da trarre è che “vi sono altrettante “Terre Sante” particolari quante forme tradizionali regolari, poiché esse rappresentano i centri spirituali corrispondenti rispettivamente a queste diverse forme. La “Terra Santa” è anche la “Terra dei santi”, la “Terra d’immortalità”, la “Terra pura” che Platone nel Fedone considera il “soggiorno dei Beati”, come pure la “Terra dei Viventi” che designa il “soggiorno d’immortalità”, di modo che, nel suo senso proprio e rigoroso, essa si applica al Paradiso terrestre o ai suoi equivalenti simbolici.

Una realtà che si rintraccia in tutto il mondo tradizionale, anche in quello del popolo dell’uomo rosso.

Torniamo sempre a questa comune semantica spirituale. Li abbiamo chiamati “indiani”, sulla base di un incredibile errore di calcolo da parte di un cocciuto capitano genovese. Poi l’ultima, grottesca, moda culturale che ha voluto coniare il contorto neologismo di Native Americans. Ma prima i pellebianca per designarli avevano usato tutti i nomi possibili: Piedi neri, Senza arco, Cosce bruciate, Orecchie pendule, Nasi forati, Sioux, Navajo e quant’altro, cercando di dominarli attraverso la magia del nome. Invece gli uomini rossi erano semplicemente “il popolo”…

Il carattere di questa usurpazione viene spiegato da Tall Oak (1936–2022), Quercia svettante, dei Narragansett del Rhode Island. Qual era il vero nome degli “indiani” d’America a quell’epoca? Si tratta di una questione molto dibattuta. In ogni singola tribù, ancora oggi, da una parte all’altra del continente e senza che esistano conoscenze reciproche, quando si cerca di tradurre la parola con la quale dall’origine erano soliti indicarsi tra loro ci si imbatte in un termine che indica sempre la stessa cosa. Nella lingua narragansett è nunuog, “il popolo”, gli “esseri umani”. Quando sulle loro coste giunsero i Padri pellegrini gli “indiani” sapevano chi erano. Ma ignoravano chi fossero loro. Così li chiamarono Awaunageesuck, gli “stranieri”. Perché erano gli alieni. Mentre loro erano “il popolo”.

Era questo il nome che collettivamente si sono sempre date le tribù del Nordamerica. Non è un caso o una coincidenza fortuita. L’esistenza dei popoli antichi e di quelli tradizionali, in generale, è dominata da due idee fondamentali, quella del Centro e quella dell’origine. Nel mondo spazialmente ordinato di quelle civiltà ogni valore viene riferito a un Centro sacro primordiale dove il Cielo ha incontrato la Terra, luogo deputato a essere il ricettacolo delle influenze, delle grazie e delle benedizioni divine che si riversano sul mondo. Lo stesso vale per l’origine, vale a dire il momento, sottratto alle casualità temporali, in cui il Cielo era tanto vicino che le cose terrestri erano ancora per metà celesti.

Essere conformi alla tradizione del proprio popolo significa dunque essere fedeli all’origine e, di conseguenza, porre la propria esistenza quotidiana al Centro, nella purezza delle origini e all’interno della norma universale. Il che riporta alla questione iniziale, al simbolismo della “Terra Santa”.

Un altro aspetto fondamentale della questione è quello dei “custodi” della Terra Santa.

Quanto detto conduce a questo secondo aspetto della questione in quanto, nella tradizione occidentale a noi più vicina, la “cavalleria del Santo Graal” e i “custodi della Terra Santa” sono una cosa sola.

Bisogna distinguere tra i detentori della tradizione, la cui funzione è conservarla e trasmetterla, e coloro che ne ricevono soltanto, in maggior o in minor grado, una comunicazione e una partecipazione. I primi, depositari e dispensatori della dottrina, sono alla sorgente, che è propriamente il centro stesso. Di qui, la dottrina si comunica e si distribuisce gerarchicamente.

Coloro i quali partecipano alla tradizione, dunque, non possiedono gli stessi gradi di conoscenza e non svolgono la stessa funzione per cui i “custodi”, per esempio, si pongono al limite del centro spirituale, preso nel senso più vasto, o all’ultima cinta, quella da cui il centro è nello stesso tempo separato dal “mondo esterno” e messo in rapporto con esso.

I “custodi” hanno una duplice funzione: sono propriamente i difensori della “Terra Santa”, nel senso che impediscono l’accesso a coloro che non possiedono le qualificazioni richieste per penetrarvi, e costituiscono la sua “copertura esterna”, ossia la nascondono agli occhi profani assicurando comunque relazioni regolari con l’esterno.

Il ruolo di difensore è essenzialmente una funzione consona alla casta guerriera. Tuttavia, nel caso dei Templari, è necessaria un’ulteriore precisazione. Per quanto la loro iniziazione fosse eminentemente “cavalleresca”, come conveniva alla loro natura e con tutti i caratteri particolari a essa inerenti, i Templari possedevano un duplice carattere, a un tempo militare e religioso.

In altre parole, nel mondo occidentale, in cui lo spirituale assume la forma specificatamente religiosa, i “custodi della Terra Santa”, finché ebbero un’esistenza “ufficiale”, dovevano essere dei cavalieri che fossero nello stesso tempo monaci. Ciò che in effetti furono i Templari.

È possibile, allora, comprendere agevolmente come, in tali condizioni, la distruzione nel 1307 dell’Ordine del Tempio da parte di Filippo il Bello – per dirla con Evola “una delle figure più sinistre della storia”… – abbia comportato la rottura delle relazioni regolari con il “Centro del Mondo”. E infatti proprio al XIV secolo bisogna far risalire la deviazione che doveva segnare una definitiva rottura con l’ordine tradizionale, portando alle devastazioni spirituali e sociali dei tempi ultimi.

Il che, ancora una volta, riporta al simbolismo tradizionale della guerra.

Nel contesto che abbiamo affrontato, è un loop al quale è impossibile sottrarsi. Come detto, lo scopo di ogni “guerra” è quello di ottenere la “pace”.

Riuscendo a liberarsi dagli ottusi e stolti condizionamenti di pensiero propri a un’epoca appiattita su valori a dir poco meschini e volgari e facendo valere nuovamente l’antica legge tradizionale dell’analogia tra macrocosmo e microcosmo, cioè passando dal mondo esterno a quello interiore, tutto acquista una luce di chiarezza cristallina.

La “pace”, la vera e sola Grande Pace, come sottolinea Schuon, è la calma di ciò che riposa in se stesso, nella propria virtù, l’armonia, il riposo nell’Essere puro, equilibrio di tutte le possibilità. Tale atteggiamento scioglie i nodi dell’anima, allontana l’agitazione, la dissipazione, la contrazione, aspetto statico complementare dell’agitazione. Una calma che deriva dalla pace divina, fatta di beatitudine e bellezza infinite. La bellezza ha infatti come fondamento, sempre e dovunque, un aspetto di riposo, di equilibrio delle possibilità. È la rassegnazione alla Provvidenza, la quiete in Dio.

Come diceva Sant’Agostino, la felicità è desiderare quello che si ha. Dato che la felicità non è avere quello che si desidera. Il contrario di quello che propone il mondo moderno. Rivoluzione Francese, feste di massa sotto le lame delle ghigliottine per irrorare di sangue gli altari alla dea ragione, genocidi etnico-culturali, sette di banchieri che pianificano i destini del mondo, sono l’evoluzione sociale darwiniana del rifiuto della re-ligio. Quello che Marco Respinti ha definito il filo rosso che dalla Parigi rivoluzionaria porta diritto ai fasti nefasti del Novecento.

È questo il pozzo avvelenato che impedisce di cogliere il vero significato di un’autentica “guerra santa” sino alle grottesche contraffazioni dei tempi ultimi, all’ombra dei riti sanguinari e hollywoodiani di presunti califfati in odore di impronunciabili e spiazzanti interessi geostrategici planetari.

L’impostura delle contraffazioni islamiste dei tempi ultimi.

Conviene ribadire al proposito due importanti principi della fede islamica che raramente ottengono la luce della ribalta e non solo da parte dei detrattori per partito preso. Il primo, già ricordato, stabilisce che nessuno deve essere forzato alla conversione all’Islam, il secondo che una guerra per Dio deve essere sempre condotta in Dio.

Misericordia, compassione e tolleranza sono infatti aspetti fondamentali dell’autentico spirito del jihâd esteriore, la “piccola guerra santa”, dato che non si tratta solo di una questione di valore bellico ma soprattutto di sapere quando combattere, come combattere nel modo corretto esercitando, ogni volta che sia possibile, le virtù della misericordia.

L’imperativo ontologico della misericordia e della compassione viene spesso ripetuto nel Corano e non si riallaccia a legalismo o sentimentalità bensì alla radice sacra e profonda di ogni cosa dato che nella prospettiva islamica la compassione è la vera essenza del Reale. Un detto tra i più citati del profeta Muhammad rivela che sul trono di Dio sono scritte queste parole: «La mia misericordia supera la mia ira».

Un altro dettato comune a tute le tradizioni ortodosse e regolari.

Nella tradizione islamica, come in ogni tradizione vivente, tutte le scienze, dalla filosofia alla giurisprudenza, sono provvidenzialmente previste per riparare il difetto principale dell’uomo e dal quale tutti gli altri discendono a cascata, l’ignoranza. La cui unica cura è la conoscenza del Reale. Che oggi si cerca disperatamente di esorcizzare – passata la fase della stupidità naturale… – con la new entry invertita dell’intelligenza artificiale.

Nella specifica visione dell’Islam, infatti, l’uomo non è tanto un essere decaduto in cerca di redenzione quanto un amnesiaco spirituale a cui deve essere indicata la strada del ricordo di sé e del Sé. L’uomo, attraverso l’intelletto, il suo decoder spirituale per così dire…, la cui sede è nel Sole del cuore e non nella Luna della mente, è in grado di leggere i segni di Dio. Ma l’intelletto deve essere sgrezzato, raffinato, depurato da tutte le scorie che ne oscurano la visione.

Per questo a ogni gruppo umano è stato mandato un ricordo del tawhid, dell’unicità di Dio e delle sue conseguenze. Da questa prospettiva, lo scopo della Rivelazione non è quello di offrire una verità nuova quanto di riaffermare l’unica verità che è in senso eminente, l’unica verità che sia mai esistita. Questo è un punto importante da capire, alla luce dell’antagonismo, che oggi non esita a tracimare nella ferocia più cieca, contrapponendo strumentalmente, da una parte e dall’altra, mondo occidentale e occidentalizzato all’Islam. Si tratta di una perversione dei tempi ultimi, come detto mal compresa da una parte e dall’altra.

Oggi ci troviamo su lidi molto lontani da questi orizzonti.

Le meraviglie della squilibrata tecnologia applicativa occidentale hanno condotto nelle secche della drammatica crisi economica e sociale attuale, qualcosa che non è mai stato vissuto prima d’ora per intensità, dimensioni e ripercussioni potenzialmente devastanti le cui ragioni, ridotte all’osso, si possono ridurre in una semplice constatazione, apparentemente sfuggita ai più formidabili think tank internazionali, e cioè che in un sistema finito di risorse uno sviluppo infinito è impossibile.

In altre parole, ci siamo abituati in maniera un po’ ipnotica a vivere in un sistema finito di risorse che è il nostro pianeta e ci siamo convinti della fattibilità, congruenza e stabilità di un sistema economico e produttivo che prevede uno sviluppo inesorabile, accelerato e infinito basato sul consumo. Cosa che, palesemente, è illogica prima che impossibile.

Da cui una crisi epocale le cui vie d’uscita appaiono ogni giorno più problematiche.

Che fare allora? Se l’era già chiesto, con un certo successo…, un rivoluzionario del ‘900…

Si potrebbe sottolineare, seguendo una linea metafisica e provvidenziale in grado di evitare errori catastrofici, che il primo obbligo di ogni credente è quello di dedicarsi ad apprendere i principi della sfera spirituale. Non si tratta di un precetto estraneo alla tradizione cristiana, e quindi occidentale, come più che autorevolmente affermato nei Vangeli: “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù” (Matteo, 6, 33).

È per questa ragione che le scienze tradizionali non hanno mai “scoperto” molte delle applicazioni tecnologiche che consentono di assolvere compiti fondamentali in maniera più rapida ma che non per questo necessariamente aumentano la qualità della vita e possono distrarre dal compito più importante e necessario. La preoccupazione principale, infatti, non è mai stata il controllo dell’ambiente materiale per fini pratici.

Sforzarsi di essere sempre coscienti del mondo trascendente e spirituale non significa necessariamente distogliersi dagli affari di questo mondo. Anche il sufismo, la dimensione più interiore, ascetica e iniziatica, dell’Islam, non implica di per sé una scelta anacoretica di ritiro dal mondo. I sufi parlano di ritrarsi dal mondo esteriore nel senso di recidere i legami imposti dall’avidità, dall’incontinenza e dall’orgoglio. Ma non è il sufi a non essere nel mondo: è il mondo a non essere nel sufi.

Al credente nel mondo ma non del mondo è imposto un difficile impegno di discernimento per vagliare il vero dal falso. Come scrive al-Ghazali, uno dei più autorevoli “mistici” della Persia, vissuto a cavallo tra X e XI secolo, bisogna essere pieni di zelo per estrarre il vero dalle affermazioni di quanti sono fuorviati. Sapendo che la miniera d’oro è sempre colma di polvere e detriti…

La “grande guerra santa” è dunque un obbligo imprescindibile di ogni guerriero dello spirito, non solo musulmano.

La grande guerra santa è il risveglio dell’anima dall’incantesimo dell’oblio di sé, propedeutica necessaria per accedere alla conoscenza della vera ragione per cui è stata creata. Solo quando Dio ha reso bello il carattere di un vero credente questi sarà capace di realizzare la bellezza sul piano storico quotidiano dato che solo il simile riconosce il simile, solo il simile produce il simile, solo il simile attrae il simile, solo il simile si ricongiunge al simile.

Tutto appare molto chiaro, non fosse per la confusione dei tempi ultimi.

Nel senso più estroflesso, oggi il jihâd ha finito per significare essenzialmente la difesa del dar al-Islam, il mondo dell’Islam, dall’intrusione e dall’invasione di forze esterne ed estranee. Le prime guerre della storia islamica, che minacciarono l’esistenza della comunità nascente, sono diventate sinonimo della “guerra santa” esteriore, la “piccola guerra santa”.

Dal punto di vista storico, la “piccola guerra santa”, è stato uno degli aspetti ricorrenti del mondo islamico quando parti o il complesso di quell’universo sono stati minacciati da forze ostili, interne o esterne. Dal XIII al XIX secolo il confronto si è svolto soprattutto nei confronti dell’Occidente, esasperandosi nel periodo delle conquiste coloniali e radicando nell’immaginario collettivo e nelle stratificazioni psichiche del mondo musulmano un antagonismo di rivalsa di cui ancora oggi vediamo all’opera i frutti avvelenati.

Il confronto con un Occidente percepito come il depositario di una potenza solo materiale ma in apparenza irresistibile ha finito per coinvolgere anche il piano dottrinale dell’Islam, innescando una catena di azioni e reazioni concordanti che hanno finito per delineare un orizzonte culturale da cui hanno preso vita i movimenti armati definiti dai media occidentali, assai impropriamente, come“jihadisti”.

Ma la “piccola guerra santa” non è solo militare.

Certamente. Come indirettamente già accennato, parlando dello stile militare, si applica anche all’ambito socio-economico coinvolgendo il ristabilimento della giustizia nel dominio esteriore dell’esistenza umana, a partire dall’individuo stesso. Nel mondo islamico, la ricerca di una più equa giustizia sociale o la costruzione di solide ed efficienti imprese economiche in accordo con i fondamenti del Corano, secondo modalità alternative rispetto a quelle secolari contemporanee, rappresenta una delle molteplici vie per ristabilire l’equilibrio nella società umana e quindi anche per condurre un corretto jihâd declinato a livello sociale. Posto che sia messo sempre al centro il benessere integrale della persona e che la stabilità materiale non diventi un fine a se stesso.

Ma tutto l’insieme delle forme esteriori di jihâd sarebbero incomplete se non fossero integrate a livello interiore dalla “grande guerra santa”. Tutte le stazioni del cammino di perfezionamento spirituale passano attraverso il prisma della “grande guerra santa”.

Secondo un maestro sufi contemporaneo esiste una differenza nel fondamentale combattimento interiore tra i veri “guerrieri dello spirito” e la massa dei “semplici” credenti. Ogni uomo, di fede o meno…., è in guerra con la propria dimensione infera, con il demonio, secondo un’espressione più diretta. Per i più, si tratta di un combattimento intermittente, sporadico, discontinuo, con molti compromessi e molti armistizi. Discorso differente con i “guerrieri dello spirito”, i quali hanno ingaggiato una lotta contro l’Avversario per liberarsi dal suo dominio e che, addirittura, portano la guerra nel suo territorio.

La reazione è allora furibonda e per sventarne gli effetti non basta lo sforzo morale e spirituale dell’individuo. Si tratta di una condizione necessaria ma non sufficiente che deve essere integrata con le armi fornite dal piano celeste – riti, preghiere, meditazioni, digiuno, pratica delle virtù e dei comandamenti – la necessità cioè di concentrarsi sulla “unica cosa necessaria”, lasciando il resto nelle mani dell’Onnipotente.

È la difficile battaglia contro la nafs

Nafs è un termine arabo che nel Corano assume il significato di ego o anima, concetto fondamentale nella psico-pedagogia della tradizione islamica, specialmente nel Sufismo, dove rappresenta la dimensione più infera dell’esistenza interiore umana, la sua natura animale e, sino alla sua rettificazione, una tendenza satanica.

La dottrina islamica sottolinea l’importanza di combattere la nafs perché in un hadith ampiamente citato, quando il profeta Muhammad tornando da una battaglia disse: “Torniamo dalla piccola guerra (jihâd) per affrontare la grande” e i suoi compagni gli chiesero “Profeta di Dio, qual è la grande guerra?” rispose: “La battaglia contro la nafs”.

Jalal al-Din Rumi (1207-1273), fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti”, considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana, mette in guardia contro la nafs che si traveste da ipocrisia religiosa, affermando che a volte si manifesta con un rosario e un Corano in mano, una scimitarra e un pugnale nelle maniche…

Nel testo, per agevolare la compressione, definisci il Discorso della montagna come la guerra santa del Cristianesimo.

Il senso metafisico della Rivelazione evangelica non si discosta dal senso interiore del jihâd, proposto a tutti i credenti in Dio, in quanto si riferisce sempre alla conversione interiore, effettiva, concreta, al fine di farla diventare salda come una roccia, ancorata su punti di appoggio assoluti. Come nelle parole del Cristo: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Matteo 7, 21-24).

Il Discorso della montagna si presta efficacemente a questa opera di reintegrazione in quanto si colloca al centro della predicazione cristica. E non a caso con la sua testimonianza di verità, il Figlio dell’uomo mette al primo posto tra le Beatitudini quella della povertà: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli” (Matteo 5, 3). L’affermazione propedeutica è da correlare a un’altra, speculare: “Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Luca 6, 24).

Il punto fondamentale da comprendere è che questa povertà, conditio sine qua non per l’entrata nel regno, è una povertà eminentemente spirituale: beati i poveri in spirito…

Si tratta di una virtù di natura soprannaturale in quanto può essere solo lo spirito a infondere questa attitudine all’individuo che, in quanto tale, non avrebbe mai pensato di accettarla e cercarla. Adottare e praticare la virtù della povertà spirituale non è altro che il risultato di un’operazione divina all’interno dell’essere umano. Cioè un combattimento spirituale, un jihâd an-nafs, una guerra nei confronti della deviazioni della propria anima. Per svuotare il vaso del cuore umano dalle sue passioni e renderlo così capace di trasformarsi in un Santo Graal. Il che è, essenzialmente, il vero significato dell’umiltà: essere vuoti di sé e pieni di Dio.

Tenendo sempre ben presente che l’energia fondamentale dell’anima non deve essere distrutta bensì convertita e riorientata, allontanandola dalle nubi oscure che le impediscono di vedere come compassione e misericordia sono le armi necessarie a sconfiggere l’Avversario.

Solo quando la percezione dell’intelletto è ottenebrata dal capriccio, la compassione si trasforma in passione oscura, amarezza e rabbia. Il nemico viene allora combattuto sul suo stesso degradato terreno invece che dalle elevate postazioni principiali. Da quel momento non si combatte più per Dio perché non si combatte più in Dio.

È questo il significato reale dell’esortazione di Giovanni secondo cui bisogna adorare Dio “in Spirito e Verità”?

Per comprendere bene il concetto bisogna chiarire natura e significato della virtù in generale e di quella spirituale in particolare. La virtù, infatti, non possiede un valore solo morale.

Nella lezione di Schuon, la virtù, come un’autentica “ginnastica spirituale” se ci si passa generosamente l’audacia della similitudine, agisce sull’anima per distoglierla dalle passioni, dagli istinti, dalle tendenze egocentriche, per orientarla verso la verità trascendente. La virtù riesce così a tradurre in modo personale la verità metafisica e da morale si trasforma in spirituale quando riesce a far abbandonare all’uomo ogni interesse personale, ogni affannosa ricerca dei frutti delle proprie azioni, ogni ricompensa esteriore, proprio perché ha in se stessa la propria ricompensa.

Adorare Dio “in Spirito e Verità” significa rispettarlo pure attraverso il velo costituito dall’uomo, la qual cosa in pratica vuol dire che occorre rispettare in ogni uomo la sua santità potenziale per quanto è ragionevolmente fattibile. In una parola, ammettere se non comprendere la trascendenza del Creatore equivale a riconoscere la sua immanenza nelle creature.

Abbiamo cioè l’obbligo con gli altri di mostrare loro, nei limiti del possibile, che non ci soffermiamo sulla loro accidentalità terrena, bensì che siamo consapevoli della loro sostanza celeste, e ciò esclude qualsiasi trivialità nel comportamento sociale. La gentilezza è un modo indiretto di aiutare il prossimo a santificarsi o a ricordarsi che, essendo fatto di santità in quanto immagine di Dio, è appunto per questo fatto per la santità.

Ed è proprio l’accenno al senso metafisico e profondo dell’amore per il prossimo – simbolo e riflesso della deiformità di tutti gli uomini, e della necessità della misericordia e della compassione – che unisce il combattimento spirituale cristiano al jihâd islamico. Semantiche diverse di uno stesso significato metafisico: la guerra santa è combattere in Dio al fine di combattere per Dio.

Riassumendo, quanto sia pure sommariamente descritto è il senso autentico del jihâd e non solo nella tradizione islamica della guerra. Ci sono state e ci saranno deviazioni e trasgressioni rispetto a questa norma che non sempre è stata integralmente applicata nella pratica.

Ma ciò non toglie che sia sempre rimasta valida come principio e, come nella cavalleria medievale occidentale, anch’essa non indenne da colpe, inadempienze, violenze e omissioni sul piano contingente storico, quello spirito è sempre rimasto alla base di ogni autentico elemento di eroismo e nobiltà.

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