Due casi di femminicidio ai danni di due ragazze, prese a coltellate dagli ex compagni, hanno rilanciato l’allarme della violenza contro le donne e la necessità di destrutturare il Patriarcato. Gli episodi si ripetono, eppure il mainstream all’insegna del moralmente corretto, col suo esercito di influencer e attricette, ripropone lo stesso canovaccio, la stessa litania della responsabilità dell’intero genere maschile per crimini individuali. Il fenomeno, pur destando una certa preoccupazione, è più figlio di una sovraesposizione che di una vera emergenza sociale. Questo grazie alla propaganda femminista e decostruzionista che in genere va a nozze con i casi di femminicidio, per riproporre nelle scuole corsi di rieducazione sessuale e all’affettività, che fuori dal linguaggio paludato altro non è che propaganda Lgbt+ e queer, destrutturazione dei ruoli genitoriali e via di questo passo.
Mentre la melassa informativa riprende con più foga ideologica la sua guerra contro i maschi – rigorosamente bianchi ed eterosessuali, quindi tossici e malefici, secondo il vangelo del femminismo 2.0 – gli episodi di violenza ed abusi contro gli uomini sono del tutto derubricati ed oscurati dal sistema dell’informazione. Così capita di incappare nel caso delle tre femministe, Valeria Fonte, Carlotta Vagnoli e Benedetta Sabene, accusate di stalking e diffamazione dalla procura di Monza. Vittima sarebbe un ragazzo appartenente al circoletto delle femministe che – per una questione di corna relative a due delle interessate – sarebbe stato messo alla gogna social e fatto passare per abuser e manipilatore. L’uomo in seguito avrebbe tentato il suicidio ed infine deciso di denunciare le tre amazzoni che avrebbero deciso di farlo a fette sui social con frasi del tipo: “Gli facciamo fare la fine della mer*a che è”, “che si ammazzi col coltello”, “Ti giuro che avrà una morte sociale e politica che non immagini”.

Senza andare oltre nei dettagli, che lasciamo alle esperte di telenovela come Selvaggia Lucarelli, tale episodio di cronaca ci offre lo spunto per una serie di doverose riflessioni.
Innanzitutto, partendo dalla constatazione più lampante, che anche molte donne non offuscate dell’ideologia femminista non hanno nessuna difficoltà nel riconoscere: le donne non sono assolutamente esseri indifesi ed angelicati, oggetto dei desideri di possesso maschili; sono capaci di cattiveria come la loro controparte maschile, e se questa si traduce in maniera relativamente minore in violenza, è solo per un limite di inferiorità fisica rispetto agli uomini, non certo per eccesso di scrupolo e di minore abilità di efferatezza. Un esempio esemplificativo, per sfatare il mito della donna innocente ed eternamente vittima, è il caso degli infanticidi che vede come protagoniste assolute le appartenenti al gentil sesso.
L’immagine della donna come buona ed innocente, ingenua ed in fondo vittima di un mondo a dominazione maschile, è parte di un racconto accomodante che oltre alle femministe ha ammaliato anche gli uomini, soprattutto quando legati ad una visione conservatrice dei rapporti uomo-donna. Questo perché, di per sé, alimentava nell’uomo il desiderio di abnegazione e sacrificio, di amore e sentimento di protezione verso la donna. Pertanto, una delle maggiori colpe che si possono attribuire al femminismo, è proprio l’aver distrutto questo desiderio e questa idealizzazione che l’uomo nutriva nei riguardi della donna e che lo rendeva capace di slanci affettivi e di dono incondizionato di sé. Si può dire di più, il femminismo con il desiderio di emancipazione sessuale e professionale, ha prodotto un distacco emotivo negli uomini che non riconoscendo più il ruolo tradizionale della donna, per riflesso fanno sempre più fatica a riconoscersi nel proprio.

Solo le analisi più superficiali possono ricondurre il fenomeno all’insicurezza maschile di fronte alla libertà delle donne. Ma a giudicare bene, cosa ha prodotto il femminismo a parte la tanto decantata emancipazione? Siamo sicuri che le donne siano diventate migliori degli uomini? Io direi proprio di no. E a confermarlo ci sono i numeri dei divorzi, degli aborti, dell’ipersessaulizzazione con conseguente mercificazione dell’immagine femminile.
Il femminismo ha nei fatti svelato l’aspetto peggiore delle donne dove il vittimismo perpetuo, la litania dell’oppressione maschile usata ad hoc per avanzare corsie preferenziali di genere, la deresponsabilizzazione sistematica del genere femminile, ha finito col generare donne immature ed infantilizzate. Le donne possono essere manipolatrici, calcolatrici, subdole, immorali e ciniche, proprio come gli uomini. Questa cosa la tenevano ben presente le cosiddette società “patriarcali”, che conoscendo la natura intima della donna hanno sempre coltivato una certa diffidenza nei confronti del gentil sesso. Una diffidenza che era ben condivisa dalle stesse donne, che hanno sempre visto come minaccia e come loro nemico principale non tanto l’uomo, come la retorica delle femministe ipocritamente propone, ma la donna stessa! In un’epoca avvolta dalla melassa politicamente corretta, quello che dico apparirà blasfemo e passabile di misoginia (giudizio che respingo con forza), ma ogni donna alla quale ho confessato questa verità ha sempre finito col darmi ragione.
Riprendendo da da dove siamo partiti, gli episodi di violenza e oppressione non sono ad esclusivo appannaggio di un genere. Se la donna quasi mai (a dire il vero questa tendenza si sta pericolosamente invertendo) arriva ad uccidere un uomo, lo fa perché lo “specifico” di violenza si esprime in modalità diverse, ed una su tutte la violenza psicologica, come l’episodio delle tre femministe mandate a processo e tanti casi di vita quotidiana dimostrano. Non si tratta quindi di ricostruire i generi come qualche imbecille in piena nevrosi va ripetendo, facendo il verso alla grancassa del mainstream progressista. Non c’è da reinterpretare i generi, semmai di ricostruirli dalle fondamenta dopo decenni di decostruzione femminista post-sessantottina.
Senza per questo ricadere negli stereotipi di genere falsi e corrotti come la donna fragile e indifesa, né dell’ uomo violento e potenzialmente omicida. Non è con l’educazione all’affettività nelle scuole e forzando i maschi a fare outing delle proprie emozioni, a castrarli già in pubertà, che si preverranno episodi di violenza e di aggressività incontrollata. Ma educarli a saper interiorizzare il dolore e le ferite narcisistiche per trasformarle in progetto di miglioramento esistenziale, per il bene di sé e delle donne stesse.
Probabilmente è possibile, come sostiene qualcuno, che con la modernità la vera natura della donna emerga adesso, quando tutti i freni inibitori sono saltati ed il senso della vergogna ha lasciato il posto alla disinibizione più forsennata, e che quindi la gelosia di alcuni uomini – deboli e instabili – esploda in gesti folli come le donne accoltellate nei giorni scorsi. Inoltre, al netto dei deprecabili episodi di violenza contro le donne, contrariamente alla narrazione vittimistica del femminismo, sono molto di più gli uomini a rischiare l’alienazione e l’isolamento che non si traduce di certo in violenza, ma in annichilimento e lenta disperazione. È questa la vera bomba sociale pronta ad esplodere: milioni di uomini senza progetti da perseguire, né famiglie da poter creare e né donne da saper difendere. Ditelo a Valeria Fonte e alle amazzoni da tastiera.




