La differenza tra etica e moralismo

Nov 6, 2025

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La parola etica deriva dal greco “εθος, che significa “carattere, comportamento, abitudine, disposizione. L’etica è, secondo la definizione aristotelica, una scienza pratica. Vi sono scienze che hanno come fine lo studio fine a se stesso, senza necessità di svolgere un’opera, quali la filosofia, la fisica, la matematica, e queste sono dette teoretiche, scienze che hanno come fine la produzione di qualcosa, come ad esempio, l’architettura, la medicina, la scultura, e scienze etiche che hanno come fine l’azione comportamentale, in queste rientrano l’etica, l’economia( nel senso etimologico della parola, ovvero amministrazione dell’oikos, della casa, quindi della prima cellula fondamentale della società) e la politica. In virtù di questo il comportamento umano è definito etico, se raggiunge lo scopo che gli è proprio, esattamente come uno scultore è considerata virtuoso se costruisce sculture belle e funzionali.

Un uomo, quindi, deve ricorrere alla scienza dell’etica per sapere come comportarsi bene con i figli, con i camerati, con gli amici, con i genitori e in generale nella comunità. Un buon padre è colui che rende i figli forti, in salute e provvede al loro mantenimento. Un buon cittadino di una corporazione è quello che lavorerà per trovare la soluzione migliore per superare i conflitti. Un buon giudice è chi distribuisce in maniera equa, applicando le leggi. Un buon guerriero chi ottiene la vittoria in campo militare e chi si comporta con spirito di obbedienza. Ogni azione quindi etica è fondamentalmente positiva, nel senso che pone in essere delle condotte per raggiungere un fine. I divieti, le punizioni, gli argini, attengono invece alla sfera negativa dell’etica e sono necessari affinché gli uomini dominino i loro impulsi. Ma il non trasgredire un divieto non è in sé indice di etica. Un marito non è buono in virtù del fatto che non tradisce la moglie con la donna di un altro, ma in virtù del fatto che garantisce alla propria consorte stabilità, protezione e amore. Il non andare con la moglie di un altro è invece un divieto funzionale al contenimento della libido, alla stabilità della famiglia, alla certezza della propria prole, a garantire ordine e a far tendere sentimenti e disposizioni verso un solo obiettivo, in quanto più sono le cose che si fanno, minore è la qualità di esse. Ma nessun uomo sarà lodato per non aver tradito la moglie.

Nei tempi moderni, invece, a dominare non è l’etica, bensì il moralismo. La cifra del moralismo, differentemente dall’etica, non è positiva, bensì è negativa. Non conta il risultato, l’azione conseguita, bensì la vuota parola, il concetto astratto, il divieto. Questa tendenza nasce con il protestantesimo, come è ben noto, ed è la base di tutti i fanatismi ideologici sovversivi. Assume così importanza, principio incompatibile con l’etica tradizionale europea, non cosa si fa, ma cosa si pensa. L’obiettivo finale del moralista, quello che lui crede un bene, è esterno, nasce dalla negazione di ciò che è all’infuori di lui, non all’interno. Ed è chiaro perché ciò avviene. Se si crede ad esempio che l’uomo virtuoso sia semplicemente colui che non uccide, si sarà portati a ritenere che la società perfetta è quella in cui non si uccide.

Ma siccome in tutte le società avviene da sempre qualche omicidio, chi dovesse porre la felicità nell’assenza totale degli omicidi mai la troverà, e attribuirà la causa della propria infelicità a chi uccide. Una volta esasperato quel tratto, cercherà di comprendere la causa che porta certe persone ad uccidere, ma siccome tutti sono potenzialmente assassini e le ragioni di chi così agisce sono varie, è assurdo credere di poter sradicare questa possibilità dalla società. Tuttavia il fanatico moralista credendo di conoscere la causa, individuerà quella che lui ritiene l’idea che porta la gente ad uccidere e, pur di raggiungere il proprio scopo, ucciderà tutti quelli che ritiene potenziali portatori della peste dell’omicidio. Si tratta chiaramente di una follia, tuttavia, dobbiamo chiederci la ragione per cui chi pensasse ciò non riuscirebbe nel suo intento. Non riuscirebbe perché ignora un principio fondamentale: tutto ciò che esiste, esiste per una ragione e non si può eliminare. La facoltà di uccidere, quindi, ad esempio, è inclusa tra queste, in quanto la violenza è una delle cose che animano la storia e gli uomini da sempre, e sono giuste se hanno un fine buono, degeneri se non lo hanno. Uccidere in guerra assume un significato, quindi, uccidere per rubare ne ha un altro.

Ovviamente, non ci soffermiamo oltre sul punto, in quanto si richiede una trattazione molto più ampia, che faremo in un altro momento. Il concetto appare chiaro nelle linee generali. Chiarito quindi in cosa consiste l’errore del moralismo, ora indaghiamo sui suoi orrori. Nel porre il male all’infuori, nel considerare la felicità non la pienezza dell’essere, bensì l’assenza di un qualcosa, il moralista si sente legittimato ad attuare ciò che crede sia il male assoluto, in quanto l’azione che persegue servirà al raggiungimento della felicità materiale perenne. A chiunque abbia buon senso è chiaro il paradosso di una simile asserzione. Ma perché sia ancora più chiara, facciamo esempi concreti circa il modus operandi di sovversivi disgraziatamente a tutti i noti, quali gli antifa. Il loro sillogismo è più o meno il seguente: la felicità deriva dall’assenza di fascismo, i fascisti sono la causa del fascismo, quindi la felicità si ottiene eliminando i fascisti. Loro credono di essere animali razionali, quando si esprimono così, ma non si rendono conto di quanto tragicomiche siano le loro asserzioni. Il sillogismo in primis deve avere come premessa maggiore ciò che è noto ed evidente. Ora, queste “persone “definiscono come fasciste una infinità di cose da non poterne dare una definizione univoca.

In secondo luogo, per definire un fenomeno come male o come assenza di felicità bisogna prima dire in cosa consiste il male e in cosa la felicità. Avendo prima stabilito che la felicità che coincide con l’etica è realizzata dal raggiungimento dell’ottimo fine dell’esistenza dell’ente, ne consegue che nessuna cosa può essere male in sé, in quanto l’essere è condizione tanto di ciò che è buono, tanto di ciò che non lo è. Dal momento che gli antifascisti, invece, pongono il fascismo, che neanche sono in grado di definire, come male in sé, evidentemente sono in errore, in quanto il male in sé non esiste. In qualsiasi sillogismo la cui premessa maggiore sia falsa, false ne sono le conseguenze. Quindi gli antifa sono in errore e circa le premesse e circa le cose da cui traggono i motivi delle loro azioni. E siccome la scienza etica è la conoscenza della verità che porta ad agire correttamente, nel momento in cui si agisce secondo dettami falsi, l’azione che ne segue sarà palesemente non buona. Proprio come non buona sarà la statua il cui scultore, nel costruirla, si convincesse che sommando due con due si ottiene cinque invece di quattro. Avendo stabilito in principio qual è l’essenza dell’etica e avendo dimostrato che il moralismo ne rappresenta la negazione, possiamo chiaramente constatare che il moralismo è l’esatta negazione dell’etica e che, essendo l’antifascismo moralista, rappresenta l’esatta negazione dell’etica. E siccome l’etica è una delle manifestazioni della Giustizia, l’antifascismo negando l’etica, che è una parte fondamentale della giustizia, rappresenta la negazione della Giustizia.