Figli della luce. I fratelli Lumière, il genio europeo, il fascismo

Gen 26, 2026

Tempo di lettura: 7 min.

Passeggiando per le strade di Lione, mi è capitato, in una fresca sera di aprile, di imbattermi in una stele. Una piccola stele marmorea, bianca, sbiadita, affissa sulla facciata di una filiale qualunque della Bank of China, in rue de la République. Una stele dimenticata, ignorata dalla gente che neppure la degnava di uno sguardo, immersa nei suoi pensieri e persa nella fretta tutta urbana. Anch’io, come loro, quasi la oltrepassai, ma per qualche ragione la notai e sentii di soffermarmi a leggere. “Auguste et Louis Lumière, inventeurs de cinématographe, ouvrirent ici le 25 janvier 1896 la deuxième salle de cine du monde, così recitava.

In un attimo, ho realizzato. I miei passi mi avevano condotto sul luogo dove quasi tredici secoli prima era per la seconda volta nella Storia divampata quella bellezza in movimento alla quale, in fondo, ho consacrato tutta la mia vita. Mi fermai, e scrutai il posto. Non avevo mai camminato prima su quel marciapiede, e quella facciata l’avevo vista soltanto negli schizzi e nelle immagini d’epoca. Allora, però, soltanto i grossi sinogrammi dell’insegna, un cartellone che pubblicizzava un qualche investimento, alcuni impiegati che lasciavano l’ufficio alla chiusura, una guardia giurata. Nient’altro. Lione, che pure ospita nella centralissima rue Saint-Jean il pregevole Museo del Cinema e delle Miniature, non aveva ritenuto di onorare in alcun modo – se non con il timido bassorilievo di quella lapide posta lì, sul grigio del cemento – il genio tutto europeo dei Lumière. Ne rimasi incredibilmente amareggiato.

Quel giorno, ero di ritorno da Parigi, dalla Parigi capitale culturale e artistica. Ero stato al Cinéma du Panthéon, come sempre. Come sempre, al cimitero Pére-Lachaise, avevo portato i miei omaggi italiani a Georges Méliès. Avevo adeguatamente omaggiato la Francia cinematografica. Eppure, la solitudine di quella stele mi riempì di tristezza. Calava la sera, e nella brezza lionese, dinanzi a quelle stanze storiche, occupate da un simbolo marchiano della speculazione apolide, estranea a nazioni e stirpi, contro la quale Ezra Pound tuonò i suoi ammonimenti, sentii come volare i versi di una canzone a me molto cara, versi con i quali apro questo mio intervento.

Tuttavia, a pensarci bene, quella stele può anche essere altro, e ben più di un banale residuo abbandonato di un’epoca passata. Dinanzi a uno spirito desto, anche una manciata di righe scarne incise su una lapide affissa sulla parete di una banca possono assumere una veste tutta nuova. La bellezza, il genio, l’amore, il coraggio non svaniscono solo perché una contemporaneità ormai intontita e abbrutita dall’egualitarismo, dalla vergogna di sé, dalla grettezza, dal risentimento, non sa più riconoscerne il manifestarsi. Frotte di anime buone credono che bastino i loro sputi, il loro astio, il loro interessatissimo disinteresse, i loro appelli indignati a sopprimere e cancellare una grandezza che le imbarazza. Non è così.

Ciò che è grande e bello, per definizione è eterno. Ed è eterno perché è. Semplicemente, limpidamente, senza altri attributi. Indipendentemente dal volgere degli anni, dalle opinioni delle moltitudini, dall’invidia dei rancorosi, la grandezza e la bellezza non muoiono. Piuttosto, rimangono. Sono melodie che critici saccenti e arroganti interpreti amano sterilizzare, antichi acquedotti diroccati e cosparsi di licheni, morti “che nessun vincolo univa nella necropoli deserta,  gesta negate o trivializzate al filtro del current year, ritratti di re, conquistatori, avventurieri a cui qualche studente lancia niente più che un’occhiata distratta in una sala di museo. Sono una stele commemorativa su una banca di Lione. Soprattutto, però, sono testimonianze, quiete e silenti, ferme nella loro immane potenza tranquilla. Sono lì, salde, mentre dum volvitur mundus, la mediocrità del secolo si agita loro intorno. E dinanzi a chi, nonostante tutto, riesce a vedere e non solo a guardare, anche le “vecchie bandiere” e i “cartelli per i turisti” possono riprendere colore e vita, facendosi stendardi di battaglia e rampe di lancio per quel formidabile e necessario “insorgere contro il fatalismo” a cui oltre il tempo continua a spronarci Dominique Venner.

In fondo, anche questo libro non è solo un breve saggio sulla vita dei Lumière nel centotrentesimo anniversario del debutto pubblico del cinematografo, o un compendio fra gli altri della loro opera. Fiumi di inchiostro sono già stati riversati in proposito, e non c’era bisogno né di Adriano Scianca né di Inquadrature Perfette per aggiungere altri contributi al mucchio. Non è neanche, come sottolinea l’Autore nel primo capitolo, un mero scandagliare la contiguità con il fascismo dei due celebri fratelli di Besançon, fatidica accusa che ha portato alla rimozione degli stessi dalla banconota da 200  franchi, e il definire i cui margini lasciamo volentieri “a menti sbirresche che amano vedere la vita come un immenso processo penale”. No, davvero.

Figli della luce è una testimonianza, ed è un omaggio. E’ testimonianza di una temperie, in cui il genio si colloca, attecchisce fecondo e fiorisce. Louis e Auguste Lumière, infatti, non furono solamente due laboriosi e fantasiosi imprenditori. Furono due uomini che, sin dalla loro giovinezza, seppero cogliere il moto degli “astri del progresso tecnico che in un dato momento si allineano”, e consentirono a questa vibrazione, tramite il loro talento, di farsi intuizione, e poi visione. L’inventore, in fondo, è un artefice. Lo ricorda l’etimologia dello stesso verbo, che deriva “inventare” da in-venio, “scoprire”, ossia penetrare l’essenza di una materia inanimata, e trovando, rinvenendo in essa un senso più alto, darle vita. L’azione dell’inventore, di per sé, ha un che di divino, in quanto, nel rendere per la prima volta agibile ciò che era impensato, riconduce nelle sue mani il flusso della Storia, dandogli un impulso nuovo. Egli trasforma in atto ciò che nella sua mente era in potenza, ma per far ciò, prima deve riconoscere un moto atavico che gli tocca il cuore, e lo spinge d’un tratto oltre la semplice esperienza. In questo, l’invenzione dei Lumière è esemplare: nel cinematografo, come ricorda l’Autore, “non ci sono più corpi che si muovono in un contesto astratto e asettico, ma una pienezza dinamica. Noi siamo in un tutto che si muove. Lo siamo sempre stati”.

Tuttavia, tale temperie, tale vibrazione, non è data dal caso. La pura casualità è l’unica spiegazione che il nostro contemporaneo pare riuscire a dare alla propria esistenza. Abituato a percepirsi come una monade assoluta, fluttuante in un eterno presente senza passato e senza futuro, senza padri e figli, avi e discendenti, non riesce ad accettare che il genio possa legarsi a un archetipo, e questo ad un orizzonte preciso e determinato. E nel caso dei Lumière (e di infiniti altri), quell’orizzonte era e rimane l’Europa. Un’Europa che non è un mero agglomerato di territori o istituzioni, ma una terra, una stirpe, un retaggio. Un modo d’essere che solca i millenni e si protende verso l’avvenire più lontano, come le caravelle che un tempo travalicarono gli oceani per scoprire l’ignoto, come i telescopi che gettano lo sguardo fra le stelle, come l’esploratore che battezza una vetta, piantando la sua bandiera dove nessun’altra aveva mai garrito. Un modo d’essere che fa dell’agire, dell’osare, del credere, dell’ergersi la propria quintessenza. Che lungi dal temerlo, possiede il caos e gli impartisce un ordine per generare l’immenso. E’ Beowulf, Enea, il cocchiere del Fedro, l’Oltreuomo che si leva e danza.

Istintivamente, da critico cinematografico quale sono, mi sono sempre sentito più prossimo a Méliès. Méliès il prestigiatore, il mago, colui che creò l’arte cinematografica. Per i Lumière – e non cambiarono mai idea su questo – il cinema non fu mai arte, ma un progresso tecnico. Eppure, non posso negare il fascino che i due geniali fratelli esercitano proprio in questa tensione verticale che li pervadeva, e nel modo in cui all’elevarsi della tecnica, al portarla a un livello successivo con un approccio quasi iniziatico, votarono la loro esistenza sino alla morte. Leggendo queste pagine, posso forse dire di essermi riconciliato con i Lumière: sì, per loro il cinema non fu mai arte, ma fu senz’altro fu bellezza. Fu coraggio. Fu vita. E non c’è forma d’arte più bella, e più magnificamente europea.

Torno per un attimo all’interrogativo maestro: Louis e Auguste Lumière erano fascisti? Erano maurrassiani? Avevano una qualche tessera politica in tasca? Non è questo il punto. Come detto, lasciamo tutto ciò ai secondini della storiografia. Non abbiamo tempo per le piccole polemiche. Figli della luce, lo ribadiamo, è altro, ben altro: testimonianza di un genio europeo; omaggio all’ingegno e alla forza. Una forza capace di superare in un solo balzo sia certe illusioni neo-luddiste nella pratica e reazionarie nello spirito, ancora oggi dure a morire, sia altre illusioni, altrettanto sbagliate, che perdendosi nell’adorazione materialistica e consumistica di una produzione fine a sé stessa, perdono tragicamente ogni contatto con l’autentica potenza creativa e rivoluzionaria della tecnica. Una testimonianza e un omaggio, dunque, a cui sono fiero di accingermi a contribuire nella insolita doppia veste di editore e prefatore.

Im Anfang war das Licht. Se per Goethe, in principio era l’Azione, per i Lumière, era la luce. E la loro luce risplende sulla nostra gloriosa Europa.

PER INFO E ORDINI: www.inquadratureperfette.it/prodotto/figli-della-luce

Ultimi Articoli