Dei diritti e dei doveri. Dal diritto come desiderio al diritto come dovere: Tradizione, bene comune e disciplina dell’anima

Feb 22, 2026

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“Li si lascino alle loro verità e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine”

Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (1932)

In queste righe, affrontiamo la questione della “giuridificazione del desiderio”, nell’ottica di considerare un ritorno a una nozione classica del diritto, fondata sulle civiltà greca e romana. In esse, il diritto —  ius — rappresentava un sistema normativo derivato dal bene comune, destinato a ordinare, proteggere e proiettare tale bene verso il futuro. Pertanto, il diritto era inteso oggettivamente, e non soggettivamente: l’essere umano era un frutto della comunità politica, che gli imponeva doveri e obblighi, e nasceva già con responsabilità derivanti dalla sua appartenenza alla società. Una tale prospettiva radicava l’individuo nella sua comunità, conferendo al diritto una funzione strutturante nella vita collettiva.

Tuttavia, nel XIV secolo, Guglielmo di Ockham riformula il diritto, rendendolo, da carattere oggettivo che era, una facoltà individuale. Da questa prospettiva, il diritto inizia ad essere inteso come un carattere proprio e intrinseco dell’individuo, slegato dalla società. Tale concezione stabilisce una rottura fondamentale rispetto all’idea di bene comune, creando una sorta di “caos babilonese” per cui quelli che inizialmente erano diritti comuni e partecipativi si convertono al soddisfacimento di desideri individuali, astratti e spesso contrastanti. Con Locke e altri autori, come Hobbes e Rousseau, la teoria dei diritti naturali approfondisce questa trasformazione: l’uomo è concepito in uno stato di natura con diritti che, entrando nella comunità, la società deve proteggere e garantire. A tal proposito, i diritti sono considerati inequivocabilmente attributi individuali dell’uomo e non più qualità orientate al bene comune.

Locke, addirittura, va oltre, giungendo a sostenere che l’uomo è il centro e l’origine del diritto. In questo schema, l’individuo accetta, entrando nella società, di delegare questi diritti naturali per ricevere protezione. La comunità avrebbe quindi come missione quella di proteggere meri diritti naturali individuali, il che implica una subordinazione della comunità stessa all’umana individualità. A differenza della concezione classica, che legava il diritto al bene comune ed era, nelle parole di Edmund Burke, un obbligo imposto dalla società, il diritto passa a dipendere da un atto di consenso individuale. Nella teoria di Locke, il diritto si distacca da qualsiasi dovere verso il bene comune, poiché l’individuo può benissimo scegliere di ritirarsi dalla comunità nel momento in cui questa smette di servire i suoi interessi.

Tale approccio getta le basi per la concezione moderna del diritto, consolidando una visione del diritto come facoltà inerente all’individuo e che, pertanto, può essere imposta in modo universale. Una simile prospettiva si cristallizza nel XX secolo con il concetto di “diritti umani” come insieme di diritti assoluti e inalienabili. La rottura di questo modo di intendere il diritto genera una visione più astratta dello stesso, in cui la legge non è più destinata a ordinare e proteggere il bene comune e condiviso, ma a difendere le libertà d’azione individuali. Questo cambiamento ha reso il diritto un meccanismo volto al soddisfacimento dei desideri personali, mettendo da parte qualunque ordine superiore. La perdita del diritto come organizzatore collettivo e la sua trasformazione in strumento per raggiungere obiettivi individuali, naturalmente, genera molteplici problemi etici e sociali che ora, appena mezzo secolo dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), cominciano a manifestarsi sotto forma di crisi.

In questo contesto, sembra che i nuovi diritti non abbiano limiti perché il bene comune non è più considerato né la loro fonte né il loro fine. La società è quindi lasciata in balia dei capricci individuali, favorendo l’inevitabile sorgere di conflitti di interesse e portando a un “gioco a somma zero” in cui i diritti individuali prevalgono a scapito della collettività. Dworkin, che vede i diritti come trionfi individuali, considererebbe questa situazione positiva; tuttavia, non si è mai spinto a immaginare la conflittualità che sarebbe potuta dilagare quando questi diritti, in assenza di un principio guida del bene comune, fossero diventati fonte di divisione e frammentazione sociale. Inizialmente creati per proteggere i più vulnerabili, i singoli diritti mostrano ora il loro lato destabilizzante, poiché, in assenza di un centro etico condiviso, tendono a contrapporsi l’uno all’altro. Freud, riflettendo su questa tendenza alla soddisfazione illimitata dei desideri, mette in guardia dal rischio di autodistruzione che sorge quando l’uomo si concentra sulla sua ricerca edonistica ed egoistica. Per moderare tale deriva, egli propone il principio di realtà che, agendo da arbitro, frena l’irrompere di queste brame e protegge l’essere umano dalla sua stessa pulsione autodistruttiva.

Pure Kant torna sul medesimo concetto, sollevando la necessità di un limite. Mediante il rispetto della dignità e dell’autonomia di ogni individuo, Kant suggerisce che solo i desideri che possono essere giustificati razionalmente e universalmente possono essere considerati diritti legittimi. A differenza di Locke o Dworkin, Kant non sostiene che ogni desiderio personale debba tradursi in un diritto. Non propone nemmeno un punto di riferimento come il bene comune o un principio di realtà come Freud, ma afferma la ragione e il rispetto reciproco come fattori limitanti. Dal suo punto di vista, qualsiasi diritto che possa violare la dignità di un altro essere umano deve essere considerato immorale e, quindi, incompatibile con una concezione legittima del diritto generalmente inteso.

Questa critica all’individualismo giuridico contemporaneo rivela la necessità di un ritorno alla Tradizione come via per rinnovare il Diritto e ripristinarne la funzione di coesione sociale. La Tradizione, più che un insieme di costumi arcaici, costituisce un sistema di valori e principi che collega l’individuo alla sua comunità e gli conferisce un senso di appartenenza e di dovere nei confronti del bene comune. Joseph Campbell, nella sua teoria del “cammino dell’eroe”, espone come la Tradizione inviti l’individuo a un viaggio di autocoscienza e trascendenza, superando i propri desideri egoistici in nome di uno scopo superiore. Questo percorso rappresenta una connessione con i valori senza tempo che integrano l’uomo nella sua società e gli trasmettono un senso di responsabilità verso qualcosa di più grande di lui stesso. La Tradizione, in questo senso, offre al Diritto una struttura normativa che orienta l’individuo verso il Bene e recupera un genuino spirito di servizio comunitario, al di là della mera soddisfazione dei desideri e degli interessi particolari.

Allo stesso modo, Julius Evola, in Rivolta contro il mondo moderno, denuncia il vuoto spirituale della società contemporanea e difende un ritorno ai valori tradizionali come risposta alla crisi attuale. Per Evola, la modernità, sostituendo la spiritualità con il materialismo, ha privato l’essere umano di un profondo senso di appartenenza e responsabilità. La “rivoluzione della Tradizione” che propone non è un regresso, ma una riconnessione con quei principi superiori che danno senso e orientamento a una società frammentata. Questa prospettiva, lungi dall’essere nostalgica, sottolinea la necessità di un rinnovamento del diritto attraverso valori universali ed etici che possano fungere da fondamenti di una vera giustizia.

La Tradizione fornisce così al Diritto un quadro di valori che permette di ancorare la giustizia alla realtà stessa e alla dimensione spirituale dell’uomo, avvicinandolo a una vita buona regolata dal bene comune e dal kalón — il bene onesto —. Il diritto è quindi concepito come un insieme di norme che guidano gli individui ad assumersi i propri doveri dinanzi alla comunità, i “doveri umani”, promuovendo un senso di responsabilità e di servizio verso il bene comune. In questo modo, il diritto non si limita a soddisfare i desideri individuali, ma ristabilisce il suo ruolo unificante, promuovendo un ordine sociale che trascende l’interesse personale. Questo approccio richiede un “ritorno alla disciplina dell’anima” che, come suggerisce Evola, implica il rifiuto del nichilismo imperante e la coltivazione di una vocazione trascendente che orienti la vita verso fini superiori. Tale vocazione richiede quindi un rinnovamento etico, in cui il diritto recuperi la sua capacità di strutturare la vita collettiva, alla luce di un ritrovato impegno per il bene comune.

In conclusione, il rinnovamento del diritto richiede un ritorno ai valori della Tradizione, che trascendono l’individualismo per radicarsi in principi etici universali. Questo ritorno non implica una regressione nostalgica al passato, bensì un’integrazione di valori senza tempo che connettono l’individuo alla sua dimensione etica e spirituale, conferendogli uno scopo più profondo della mera soddisfazione individuale.

Di fronte all’attuale “Carta dei diritti umani”, orientata alle sole richieste individuali, proponiamo dunque una “Carta dei doveri umani”, ispirata al kalón della tradizione greca, come alternativa in grado di ripristinare il diritto come fattore di coesione sociale. In questo contesto, i diritti sono concepiti non solo come facoltà, ma anche come obblighi e doveri al servizio della comunità. Così, la legge recupera il suo significato etico, orientando l’individuo verso la realizzazione di un bene comune che travalica gli interessi particolari.

E’ un approccio, l’abbiamo detto, che richiede una vera disciplina dell’anima, un rifiuto del nichilismo contemporaneo e una vocazione alla trascendenza che spinga l’essere umano ad aspirare al bene comune, raggiungendo così uno stato di vita che non dipenda dall’utile o dal piacevole, ma dall’etico e dal vero. Concependo il diritto come un modo per comprendere il kalón e ripristinare la giustizia come virtù collettiva, un simile modello di diritto si fa invito a ciascun individuo ad assumere il proprio posto nella società, promuovendo il rispetto reciproco. In una simile ottica, il diritto potrà certamente recuperare la sua concezione originaria di tutela della giustizia sociale, restituendo all’essere umano un senso della vita basato sulla dignità, il dovere e la trascendenza.

Link all’articolo originale: https://institutocarlosv.com/derechos-deberes-y-tradicion-un-camino-de-regreso-a-la-tradicion/