Verso la vetta: intervista a Riccardo Bergamini

Gen 4, 2026

Tempo di lettura: 4 min.

Il Tricolore sventola laddove nessun essere umano aveva mai messo piedi fino ad ora. E’ una frase che nella sua semplicità racchiude un valore autentico e assoluto catalizzando due virtù profonde: il coraggio di mettersi in gioco e attribuire un significato valoriale alle proprie imprese. Hai voluto dedicare una vetta inviolata alla nostra Nazione, puoi spiegarci com’è nata l’idea e cosa ti ha spinto non solo a scegliere una vetta inviolata ma in particolar modo dedicarla alla nostra identità?

Penso che il più bel sogno degli avventurieri è realizzare obiettivi mai prima raggiunti. Negli ultimi anni ho sempre ricercato per le mie spedizioni alpinistiche, regioni remote e poco frequentate. Montagne e valli poco conosciute, meglio se mai salite da alpinisti italiani o occidentali.

Per riscoprire e vivere in un certo senso, le leggendarie scalate di altri tempi. Quindi appena il mio referente pakistano un po’ pazzamente mi ha consigliato una valle dove non entrava nessun occidentale da decenni, una catena montuosa con vette alte 6000/6500 metri mai salite, senza ricevere uno straccio di una foto chiara, una zona con il satellite oscurato perché ritenuta zona militare e dulcis in fondo senza poter ricevere una minima relazione da dove avessi dovuto salire, istintivamente mi sono detto….che spettacolo!!! Anche la scelta del nome è stata praticamente immediata.

Che c’è di più bello e fiero del nome del nostro caro Paese?

Scegliere di scalare una vetta inviolata significa affrontare una salita che nessun essere umano è mai riuscito a salire. Mettersi in gioco, in questo caso, significa affrontare l’ignoto e ciò richiede invenzione, creatività e sopportazione della fatica. Quest’ ultima caratteristica, più delle altre è stata bandita dal vocabolario del politicamente corretto perché fare fatica e sacrificarsi mette in atto un circolo virtuoso che genera un innalzamento delle capacità psico-fisiche e ciò va a discapito della così detta “società liquida” dove le attitudini umane vengono anestetizzate. Come hai fatto ad allenare queste caratteristiche e traslarle in ambito alpinistico?

Il sacrificio, la rinuncia, la determinazione e l’umiltà sono le virtù più preziose e essenziali per raggiungere la vittoria. Senza di esse non avrebbe senso vincere. Aggiungerei anche la paura di fallire che con l’alpinismo ha una forte connessione.

Non ho un allenamento specifico per queste caratteristiche. È un fattore naturale che porto dentro e proprio per questo ho scelto la montagna come stile di vita perché essa esige rispetto e fatica.

Certamente pratico una vita d’atleta, molto esigente e senza impormi limiti.

In questi ultimi anni, molte persone si sono avvicinate al Mondo dell’alpinismo, su internet si trovano mappe e spiegazioni dettagliate di molte vette sparse nei posti più remoti. Grazie ai social è possibile “vivere” in differita tutta la Via di scalata, studiare i passaggi più difficoltosi e assaporare ciò che si aspetta. Con quale metodo hai scelto la vetta che ti sei prefissato e come hai fatto a identificarla come inviolata?

Al metodo ti ho risposto precedentemente. Per identificarla inviolata mi è bastato informarmi presso il governo Pakistano.

Il mondo dei social, piuttosto l’uso, nella maggior parte dei casi sta rovinando il vero spirito d’avventura. Rovesciando la medaglia, permette però anche di divulgare la notizia in maniera più approfondita e visiva. Nel mio caso, al ritorno dalla scalata e dalla valle. Perché in quei luoghi sei offline da tutto, non hai connessione né contatti con il mondo esterno.

Raccontaci come hai organizzato questa spedizione, quale strategia hai adottato durante la scalata e quali condizioni hai trovato lunga la via di salita.

Ho trovato condizioni molto secche.

Dopo le abbondanti nevicate del mese di giugno, un luglio molto caldo ha trasformato i ghiacciai. La salita è stata un labirinto tra seracchi da aggirare e scalare, spesso con ghiaccio vivo. Molti i seracchi da attraversare e saltare. Il plateau finale prima della cima vera e propria sembrava un formaggio gruviera. La strategia finale è stata un po’ azzardata ma spontanea. Ho deciso di partire direttamente dal campo base, situato poco sotto i 4000 metri, per arrivare in vetta a 6400 metri senza campi intermedi. Fra i numerosi sali e scendi di inizio scalata, almeno 2800 metri di dislivello di salita.

Una delle emozioni più autentiche di ogni alpinista è il raggiungimento della vetta, spesso, è difficile spiegare le sensazioni che si provano perché l’intensità emozionale è talmente alta in quei momenti che razionalmente fatichiamo a contemplare. In questa tua ultima spedizione però la cima non rappresentava solamente l’espressione di un gesto atletico ma l’innalzare al cielo il nostro Tricolore. Che cos’ha significato per te e quale messaggio vorresti lanciare soprattutto alle generazioni future?

Una grande soddisfazione. Un piccolo uomo che innalzava la bandiera della sua terra natia dove nessuno uomo prima era arrivato. Battezzare la montagna “Cima Italia” è stato un onore.

Sono spesso invitato negli istituti scolastici. Ai ragazzi dico spesso che per vincere bisogna saper perdere. Bisogna essere curiosi, guardarsi intorno e non porsi limiti.

Se si casca ci si rialza. Accettare i propri difetti per migliorarsi e saper fare squadra.

La “guida” deve essere esempio e trasmettere le sue capacità per un bene comune. Tutti noi facciamo parte di una società e abbiamo il dovere di mantenere saldo ciò che le nostre tradizioni e i nostri antenati ci hanno tramandato.