Una battaglia dimenticata. La necessità e il dovere di riappropriarsi delle scienze sociali

Giu 14, 2026

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Siamo giunti a un punto di svolta della nostra storia francese ed europea, in cui l’ignoranza del nostro passato e della nostra identità minaccia direttamente la nostra sopravvivenza culturale. Tra i combattimenti che la destra dovrebbe affrontare con decisione — e che invece troppo spesso trascura — vi è la riappropriazione delle scienze sociali. Per quale ragione lasciarle ai nostri avversari? Eppure esse possono fornire alla destra strumenti di analisi, prove, descrizioni del reale capaci di rafforzare una strategia politica: solo la demografia consente di discutere con rigore le trasformazioni della popolazione europea; solo l’antropologia offre una visione coerente del popolo, della cultura e dell’identità; solo la sociologia permette di analizzare la situazione politica e sociale del paese, tanto nella fase di conquista del potere quanto in quella della sua conservazione.

In un’epoca in cui la sinistra detiene una vera e propria egemonia culturale nelle scienze umane e sociali — egemonia che, sul piano metapolitico, consente di costruire un’ideologia coerente sostenuta da argomenti presentati come razionali e fattuali — appare grave che la destra continui a disprezzare questi strumenti lasciandoli interamente ai propri avversari. Diventa allora urgente, per i militanti di destra, investire campus, università e scuole superiori, al fine di promuovere le scienze sociali presso le nuove generazioni. Occorre appropriarsi di queste discipline per mettere in discussione il cosiddetto “consenso”, spesso presentato come indiscutibile.

È opportuno soffermarsi proprio su questa nozione di consenso nelle scienze sociali. Quante volte viene invocata, soprattutto in ambito militante, come argomento di autorità? Bisogna tuttavia ricordare che nelle scienze sociali non esistono verità definitive. I cosiddetti “consensi” che vi si formano sono profondamente condizionati dal contesto ideologico dominante all’interno della comunità scientifica.

A differenza delle leggi rigorose che regolano la materia fisica, i fenomeni sociali non si prestano a previsioni deterministiche. I comportamenti umani non sono assimilabili a fenomeni naturali. Inoltre, nelle scienze sociali la disputa non riguarda soltanto le conclusioni, ma soprattutto le fonti e i dati su cui tali conclusioni si basano: la selezione stessa delle fonti determina in larga misura il risultato dell’analisi. Ne consegue che i bias ideologici incidono profondamente sul processo di costruzione del sapere.

A partire dagli anni Sessanta, con l’emergere della cosiddetta French Theory, si assiste a un fenomeno di riproduzione circolare del pensiero: le nuove generazioni di studiosi tendono a confermare le conclusioni dei loro predecessori, raramente rimettendo in discussione i presupposti originari. In Francia, solo una minoranza di autori — come Raymond Aron o Julien Freund — ha cercato di incrinare questo paradigma, ma il loro contributo è stato progressivamente marginalizzato. Le traduzioni e reinterpretazioni di Max Weber, ad esempio, sono state successivamente rielaborate in un lessico più conforme all’orientamento dominante delle scienze sociali.

La questione non riguarda tanto l’orientamento politico degli studenti — anche se casi come quello di Sciences Po sembrano confermare una certa tendenza — quanto la struttura profonda del sistema educativo e accademico. Il punto decisivo è il corpo docente e i quadri teorici trasmessi. Le scienze sociali francesi, a partire dagli anni Sessanta, si sono progressivamente orientate verso paradigmi progressisti e postmarxisti, imponendo un lessico e categorie interpretative dominanti.

Anche autori generalmente rispettati all’interno del campo accademico riconoscono questo fenomeno. Pierre Bourdieu, in Homo academicus, descrive i meccanismi di riproduzione del campo universitario; Nathalie Heinich, in Ce que le militantisme fait à la recherche, analizza l’influenza crescente dell’impegno politico sulle pratiche di ricerca. Si tratta di un dato strutturale: un ambiente accademico relativamente omogeneo tende a produrre studenti che ne riproducono le categorie. Da ciò deriva la necessità, per chi intende intervenire sul piano culturale, di lavorare nel lungo periodo per riequilibrare l’egemonia teorica delle scienze sociali.

Per mostrare l’utilità potenziale di queste discipline anche in una prospettiva di destra, si può prendere ad esempio Claude Lévi-Strauss. La lettura corrente delle sue opere tende spesso a semplificarne il pensiero, presentandolo come espressione di un antropologo genericamente progressista. Tuttavia, la sua concezione strutturalista delle società lo porta a considerare le culture come sistemi regolati da strutture profonde e differenziate. In questa prospettiva, egli ha sottolineato i rischi connessi alla dissoluzione delle differenze culturali, arrivando a criticare processi di omogeneizzazione che metterebbero in pericolo la sopravvivenza stessa delle culture. La sua riflessione implica dunque l’idea che la diversità tra le società costituisca un elemento da preservare.

Un altro esempio significativo è Émile Durkheim. In La divisione del lavoro sociale egli mostra come le società necessitino di strutture e norme per funzionare, e come la loro destabilizzazione possa generare fenomeni di anomia, cioè perdita di riferimenti condivisi. Tale condizione si traduce in un indebolimento del legame sociale e può avere conseguenze patologiche, tra cui l’aumento dei tassi di suicidio. Ne deriva una distinzione tra forme di organizzazione sociale stabili e forme disgregate, tra normalità e patologia del sociale.

Anche sul piano demografico, contrariamente a quanto spesso si sostiene, esistono lavori empirici rigorosi in grado di descrivere le trasformazioni della popolazione. Le ricerche di Michèle Tribalat hanno ad esempio mostrato la concentrazione dell’immigrazione extraeuropea in specifiche aree urbane, evidenziando dinamiche di forte trasformazione locale. In alcuni contesti, come La Courneuve o Aubervilliers, la presenza di giovani di origine immigrata raggiunge percentuali molto elevate nelle fasce d’età inferiori ai diciotto anni.

L’interesse per le scienze sociali non deve dunque essere inteso come mera curiosità teorica, ma come accesso a un campo di battaglia culturale. Studiare tali discipline — tanto nelle loro versioni critiche quanto in quelle dominanti — permette di individuare contraddizioni interne ai diversi paradigmi interpretativi. È inoltre necessario sviluppare strumenti di formazione, seminari e occasioni di diffusione del sapere socio-antropologico, affinché queste conoscenze non restino confinate all’ambito accademico ma diventino patrimonio condiviso.

L’obiettivo non è soltanto quello di acquisire conoscenze, ma di trasformarle in strumenti strategici all’interno di una più ampia dinamica culturale e politica.

Dopo essere stata a lungo il campo della contestazione e della sovversione, la battaglia culturale deve ora evolvere: si tratta di produrre e diffondere una contro-cultura. E questo passaggio passa necessariamente attraverso la riappropriazione delle scienze sociali.

Link all’articolo originale: https://www.cocardeetudiante.com/droite_et_sciences_sociales