Fra gli intellettuali più dimenticati, eretici ed ossimorici del Novecento italiano va sicuramente annoverato Stanis Ruinas. Di chi parliamo con esattezza? Pseudonimo di Giovanni Antonio De Rosas, lo scrittore e giornalista nacque ad Usini, presso Sassari, l’11 febbraio 1899. La famiglia di origine, sebbene di estrazione popolare, era nutrita di ideali mazziniani e risorgimentali. Lo spirito ribelle, eretico ed antiborghese si manifestò da subito con l’adesione ai cosiddetti Fasci anarco-individualisti. Il suo esordio giornalistico porta la data del 1922: nell’anno fatale del governo di Luigi Facta e della mussoliniana Marcia su Roma, il giovane usinese iniziò a scrivere sul quotidiano “L’unione sarda”.
Nel 1924 si verificò la prima svolta della sua vita: l’adesione al regime fascista. I suoi Anni Venti furono principalmente caratterizzati dalla collaborazione al quotidiano romano “L’impero”. Era, quest’ultimo, un foglio “dinamico” ed “ultradinamico”, espressione cioè del fascismo più duro ed intransigente; suoi fondatori, i futuristi Mario Carli ed Emilio Settimelli. Un anno particolarmente significativo per Stanis fu il 1930: chiuso “L’impero”, fu inviato in Lunigiana a dirigere “Il corriere apuano”, settimanale del P.N.F. di Massa Carrara. Dalle sue colonne, l’intellettuale e giornalista condusse epiche battaglie contro gli industriali elettrici e del marmo. La guerra, però, apparve da subito impari e destinata a sicura sconfitta. Ruinas fu infatti radiato dalla direzione del settimanale e dovette lasciare la provincia di Massa Carrara. Per i ras locali della politica e dell’economia, il suo “fascismo rivoluzionario” era incompatibile con il “fascismo conservatore” locale. Ma i guai non erano ancora finiti: l’autonomia di pensiero e l’indole ribelle ed anticonformista gli costarono la cacciata anche da “L’impero d’Italia” e dal “Corriere emiliano”. Nel 1933, fu addirittura espulso dal P.N.F. per “indisciplina e scarsa fede”. La riconciliazione col regime avvenne nel 1939 dopo la pubblicazione del libro Viaggio per le città del Duce, opera che gli valse il Premio Sabaudia. Nel frattempo, Stanis aveva partecipato alle guerre d’Etiopia e di Spagna.

Spirito intrepido e avventuriero, il De Rosas fu tra i cinque inviati (celebri le fotografie che lo ritraggono a dorso di cammello) che narrarono al grande pubblico la “saga di Giarabub”, ossia quel lento massacro di soldati italiani che si consumò nell’omonima oasi libica fra l’autunno del 1940 e il marzo del 1941. Il drammatico evento bellico – fra le altre cose – fu immortalato dal regista Goffredo Alessandrini in una pellicola che vide la partecipazione (come esordiente) di un attore destinato a fare successo: Alberto Sordi; la colonna sonora, invece, fu opera del musicista Mario Ruccione, lo stesso di Faccetta nera. Sempre in quel buio 1941, Stanis De Rosas fece una tappa a Berlino. Nella capitale di un Terzo Reich che in quel frangente appariva trionfante su molti fronti assunse la direzione di “Lager”, il periodico dei lavoratori italiani in Germania.

La vera svolta per Stanis Ruinas, però, fu rappresentata dal fatale 8 settembre 1943. Memore degli antichi ideali risorgimentali e fautore di una lotta senza quartiere alle demoplutocrazie anglosassoni, aderì senza alcuna esitazione alla Repubblica Sociale Italiana. Esponente (assieme a Giorgio Pini, Carlo Borsani, Concetto Pettinato ed Eugenio Montesi) di quella “sinistra saloina” che si opponeva al “Granducato di Toscana” (composto da Roberto Farinacci, Alessandro Pavolini e Vanni Teodorani), si battè per una effettiva socializzazione delle imprese e per una sorta di intesa con le “forze sane della resistenza”. Il suo fine era nobile: prevenire lo scoppio di un conflitto intestino.

Finita la guerra, Stanis Ruinas fu arrestato e imprigionato a Venezia. Dopo la sua liberazione e il trasferimento a Roma, prese il via la parte più originale e feconda della sua attività di giornalista, scrittore e agitatore politico. Solo nell’anno 1946, registriamo due eventi culturali assai significativi: la pubblicazione del romanzo Pioggia sulla repubblica (Corso Editore) e la fondazione del periodico “Il Pensiero nazionale”. Il nocciolo duro della sua redazione era costituito da reduci di Salò. Ecco i nomi principali: Emilio Canevari (generale vicino a Rodolfo Graziani), Ferruccio Ferri (controammiraglio e Ministro della Marina della Repubblica sociale italiana), Silvio Galli (sindacalista fascista), Aniceto Del Massa (già giornalista de “L’universale” di Berto Ricci), Anton Giulio Bragaglia (regista d’avanguardia), Marcello Gallian (scrittore) e Mario Massa (scrittore). A questi si aggiunse successivamente un folto gruppo di reduci della Decima Flottiglia MAS, fra cui Alvise Gigante, Spartaco Cilento e Lando Dell’Amico. Da subito, l’organo dei “fascisti rossi” assunse posizioni socialisteggianti, anticapitaliste e terzoforziste. Le sue colonne erano intrise di un singolare amalgama (che meriterebbe un approfondimento impossibile in questa sede) fra Gramsci e attualismo gentiliano, mito della patria e rivendicazioni operaie. Sarebbe un grave torto alla storia e alla realtà pensare che “Il Pensiero nazionale” sia stato soltanto un laboratorio di idee e teorie politiche.
I suoi giornalisti e intellettuali, in quel 1946 che vide anche la nascita del Movimento Sociale Italiano, si adoperarono attivamente per conquistare alla causa del Partito Comunista quei “fascisti di sinistra” che andarono a Salò. A tendere la mano a questi “figliol prodighi” del socialismo fu principalmente Gian Carlo Pajetta (ritratto nell’immagine sottostante). L’alto dirigente comunista, nel settembre del 1947, firmò su “L’Unità” due editoriali dai titoli eloquenti: essi suonavano “Riconquistare dei figli all’Italia” e “Compagni di lotta”. Del resto, nulla di nuovo sotto il sole: già nel 1936 c’era stato un appello ai “fascisti di sinistra” perché riprendessero il programma sansepolcrista e lottassero coi comunisti contro il comune nemico capitalista. Tuttavia, il tentativo di tradurre in atto la suddetta coincidentia oppositorum incontrò una forte opposizione sia da parte dello zoccolo duro partigiano del P.C.I. sia da parte della D.C. Quest’ultima, in particolare, temeva principalmente un significativo travaso del voto dei reduci repubblichini in direzione del partito di Palmiro Togliatti.

Il burrascoso 1948 vide in prima linea Stanis Ruinas e “Il Pensiero nazionale”. In occasione delle elezioni politiche del 18 aprile, il quindicinale non si schierò, come molti si aspettavano, col Fronte Popolare. La motivazione di fondo (che il Ruinas espresse nell’editoriale dal titolo “Oltre la palude o della nostra posizione nelle elezioni del 18 aprile”) era chiara e trasparente: l’Italia e l’Europa, pur in un’ottica socialista, sarebbero dovute restare sovrane e non asservite a potenze straniere. Il periodo del governo De Gasperi, in tal senso, fu foriero di sviluppi singolari per la nostra vicenda.
Nel 1949, gli ex reduci della Decima Flottiglia MAS della redazione passarono “armi e bagagli” al P.C.I. Iniziarono poi gli anni duri del centrismo e del ministro “manganellatore” Mario Scelba. Nel 1950 (che la Storia ricorda anche come l’anno delle grandi riforme), Stanis finì in carcere con l’accusa di “istigazione alla rivolta armata contro i poteri costituiti dello Stato”. La sua colpa era l’aver scritto due veementi articoli: “Ai comunisti” e “Insorgete contro il sanfedismo”. In essi, i seguaci di Togliatti venivano messi sul banco degli imputati per non aver preso il potere quando l’occasione era propizia. Assolto per insufficienza di prove, continuò la sua battaglia laica contro colui che definiva “il bagarino di Dio”: il vecchio austriaco Alcide De Gasperi.
Un fatto, in questi anni, appare rilevante e singolare: al collateralismo col P.C.I. correva parallela una critica assai feroce all’ “ala destra” del M.S.I.. Almirante, Michelini e De Marsanich vennero infatti accusati dal Ruinas di aver abbandonato le iniziali posizioni antiparlamentariste, sociali e terzoforziste. Venivano risparmiati dalla polemica soltanto alcuni militanti giovani e “in buona fede”: fra tutti, Beppe Niccolai, Roberto Mieville, Giano Accame e Pino Rauti. In modo particolare, fu presa di mira la nomina a presidente onorario del “principe nero” Junio Valerio Borghese. Il provvedimento fu interpretato dall’intellettuale sardo come un tentativo di estirpare dalla formazione neofascista quelle istanze di sinistra nazionale che erano radicate principalmente nel Nord del Paese, ed erano incarnate da personaggi del calibro di Giorgio Pini e Concetto Pettinato. Dure e circostanziate furono le contestazioni mosse all’aristocratico Borghese: l’essere stato un agente degli U.S.A. in Italia e un infiltrato del Regno del Sud nella R.S.I., l’aver tramato per la defenestrazione di “quel caporale di merda di Mussolini” (sic!), e l’aver preparato una marcia sul Garda. Operazione militare, questa, che gli sarebbe stata impedita da Alessandro Pavolini e dalle sue Brigate nere. Le prove di tanta infamia sarebbero state costituite dalle azioni dell’ ex sottosegretario alla marina della R.S.I. Ferruccio Ferri, da un articolo a firma di Giampaolo Tudini e da un documento redatto da Rodolfo Graziani. Non sappiamo quanta parte di verità ci fosse nelle affermazioni di Stanis Ruinas. Ma un dato è certo: Junio Valerio Borghese non si premurò mai di smentire le accuse e non addusse alcuna argomentazione a sua difesa.

L’ “idillio” col P.C.I. venne meno nel 1953. Nell’anno della “legge truffa”, in seguito al rifiuto del partito togliattiano di creare un’alleanza organica delle sinistre che fungesse da antemurale al dilagare della D.C., Ruinas e il suo gruppo accolsero l’invito dell’ex ministro liberale Epicarmo Corbino a confluire nelle liste di Alleanza Democratica Nazionale. Questa formazione politica, assieme ad Unità Popolare, sarebbe stata determinante nello sventare l’abnorme premio di maggioranza previsto dall’iniqua legge maggioritaria.
Venne poi il 1956, l’anno della più grande nevicata del secolo, del Rapporto Krušov, della guerra di Suez e dell’invasione sovietica di Budapest. Fu sullo sfondo di tali avvenimenti che “Il Pensiero nazionale” e gli esponenti del movimento Socialismo Nazionale si incontrarono a Bologna. Obiettivo comune era quello di dare vita ad un nuovo gruppo politico: il Movimento di Sinistra Nazionale. I cardini del suo programma si possono condensare (con una certa dose di semplificazione) in quattro parole: nazione, sovranità, socialismo e terzoforzismo.
Intanto, era già iniziata la grande ondata di decolonizzazione dell’Asia e dell’Africa, e aleggiava lo “spirito di Bandung”, un vento del sud che fu subito introiettato dagli ispiratori del Movimento. Per Ruinas e quelli della sua cerchia, il dialogo con l’Egitto di Nasser, la Libia di Re Idriss, l’Algeria di Ben Bella e gli altri Paesi “non allineati” sarebbe dovuto essere un fatto naturale. Nel frattempo, era apparso in Italia un nuovo interlocutore privilegiato: Enrico Mattei. L’esperimento del Movimento abortì subito. Tuttavia, “Il Pensiero nazionale” (che ospitò fra i suoi collaboratori più illustri anche il linguista Tullio De Mauro, la diva Anni Quaranta Elsa De Giorgi, i pittori Giulio Turcato e Tonino Caputo e lo scrittore e critico cinematografico Alessandro Damiani) continuò ad uscire sino al 1977. Stanis Ruinas si spense a Roma il 21 gennaio 1984, e le sue spoglie riposano presso il cimitero del Verano. Usini, il “natio borgo selvaggio”, ha dedicato la biblioteca comunale al suo figlio più illustre.




