Uscito nelle sale il 4 giugno, Smart Working segna il debutto cinematografico di Svevo Moltrasio. Chi lo conosce dai tempi di Ritals, la serie web che raccontava senza filtri gli italiani all’estero, sa bene che dietro la maschera del “romanaccio sboccato” si nasconde uno degli osservatori più acuti della società italiana contemporanea. Con questo film, Moltrasio conferma una poliedricità rara: è sceneggiatore, regista, montatore e interprete. E si vede. Ogni scena porta la sua impronta, senza mai trasformarsi in un esercizio di stile.
La trama: un’utopia chiamata casa
La storia ruota attorno a Giuliano (Maccio Capatonda), responsabile di un team in smart working e unico vero sostenitore di questa modalità lavorativa. Per lui il lavoro da remoto coincide con una piccola utopia domestica: una moglie premurosa (Sara Lazzaro), un figlio educato e silenzioso, una casa bella e accogliente. I colleghi, però, vivono realtà ben diverse. Tra loro spicca Stefano, interpretato dallo stesso Moltrasio, che riprende molti tratti del personaggio già visto in Ritals: non mastica più gomma, ma conserva la stessa parlata impastata e l’aria di chi, dietro modi grossolani, coglie verità che agli altri sfuggono. Scapolo e ancora a casa con i genitori, Stefano incarna un certo tipo italiano: villano, ignorante quanto basta, ma tutt’altro che stupido.
Quando l’azienda minaccia di abolire il lavoro da remoto a causa della scarsa produttività, Giuliano decide di ospitare nella propria abitazione i colleghi più indisciplinati, tra cui lo stesso Stefano, nel tentativo di rimetterli in carreggiata. L’esperimento degenera rapidamente. La casa si trasforma in un ufficio permanente, gli spazi privati scompaiono e la vita familiare inizia a sgretolarsi sotto il peso di una comunità sempre più invadente.
L’ombra di Speak No Evil
La chiave di lettura più interessante rimanda sorprendentemente a Speak No Evil di Christian Tafdrup. Come il protagonista del film danese, Giuliano è un uomo incapace di imporre limiti. Accetta una prima invasione del proprio spazio, poi una seconda, poi una terza, in una dinamica che ricorda la metafora della rana bollita. La differenza è che la sua passività nasce da una convinzione sincera: Giuliano ama davvero il lavoro da remoto e vuole salvarlo a ogni costo. Per questo tollera l’intollerabile. Nel tentativo di fare il bene di tutti (colleghi, azienda e amici), finisce per sacrificare sé stesso e la propria famiglia. È una forma di altruismo paradossale che trasforma la commedia in qualcosa di più amaro e interessante.

L’esterofilia smascherata
Come già accadeva in Ritals, Moltrasio non perde occasione per colpire uno dei suoi bersagli preferiti: l’esterofilia italiana. In una delle scene più riuscite del film, un personaggio rimane incantato dalla musicalità di una conversazione in francese, salvo scoprire poco dopo che l’argomento riguardava lo sciacquone di un bagno. Lo stesso trattamento viene riservato all’arte contemporanea e a tutto ciò che viene percepito come automaticamente sofisticato perché associato a un immaginario cosmopolita. Dietro la battuta si intravede una critica precisa: quella verso gli italiani che tendono a svalutare ciò che hanno sotto gli occhi per attribuire maggiore profondità a ciò che arriva dall’estero. È lo stesso sguardo del Moltrasio di Ritals, convinto che chi cresce a Roma, circondato ogni giorno da una delle più straordinarie concentrazioni di bellezza del mondo, abbia meno bisogno di cercare altrove meraviglie da idolatrare.
La regia e il montaggio: caos orchestrato
Sul piano formale, Smart Working sorprende per la maturità della regia. La macchina da presa, spesso a mano, si immerge nelle discussioni sempre più caotiche che attraversano la casa di Giuliano. I movimenti restituiscono un senso costante di affollamento e perdita di controllo, ma il montaggio mantiene sempre una notevole chiarezza narrativa. Lo spettatore ha l’impressione di trovarsi dentro quella comunità italianissima che Moltrasio racconta da anni: rumorosa, opportunista, incline all’improvvisazione, ma anche straordinariamente solidale e creativa.

Due interpretazioni (e una possibile sintesi)
Il film può essere letto in due modi. Da un lato è una riflessione sul rischio dell’accomodamento permanente: accogliere tutti senza saper difendere i propri confini può trasformarsi in una forma di autodistruzione. Dall’altro è un elogio della comunità, con tutti i suoi difetti. In un’epoca che promette efficienza, autonomia e individualismo, Smart Working suggerisce che nessuna organizzazione perfetta possa sostituire il bisogno umano di stare insieme. Meglio il caos condiviso che la solitudine impeccabile.
Proprio qui, il film trova il suo valore più grande. Smart Working non è soltanto una buona commedia: è una boccata d’ossigeno per il cinema italiano. In un panorama spesso diviso tra prodotti televisivi travestiti da film e opere che sembrano rivolgersi più ai festival che agli spettatori, Moltrasio indica una strada diversa. Porta sul grande schermo personaggi, linguaggi e sensibilità nati sul web, ma li trasforma in autentico cinema, senza nostalgia e senza compiacimento.
Più che una promessa, Svevo Moltrasio rappresenta una possibilità concreta per il futuro del nostro cinema: quella di tornare verso il pubblico senza rinunciare all’originalità, di raccontare il presente senza paternalismi e di costruire opere popolari senza essere superficiali. Se il cinema italiano vuole ripensarsi, recuperando un rapporto vivo con gli spettatori, Smart Working mostra che una direzione possibile esiste già.




