Se avessero vinto i partigiani. Intervista a Pietro Cappellari

Giu 4, 2026

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Se avessero vinto i partigiani”: semplice ucronia letteraria o lucida analisi storico-politica di una realtà autentica, anche se dimenticata?

Siamo davanti ad una assoluta realtà che va ben al di là della guerra in corso, della resa incondizionata con conseguente passaggio al nemico dell’Italia, dello sbandamento del Regio Esercito e della naturale occupazione germanica del territorio nazionale. In quell’autunno 1943, il Partito Comunista Italiano, all’epoca minoritario e senza nessun vero seguito popolare, gettò le basi per la conquista del potere, sfruttando l’occasione del caos in cui era precipitata l’Italia. La “liberazione nazionale” fu una scusa – adottata, non a caso, dall’esempio titino – per entrare in contatto con le prime “bande di sbandati” che si muovevano sulle montagne in cerca di sopravvivenza e, nello stesso tempo, per cercare di mascherare i suoi fini. Solo dopo lo sbarco di Nettunia del 22 gennaio 1944, credendo prossima la fine della guerra, il PCI spinse sull’acceleratore del movimento ribellistico, politicizzando il controllo delle bande ribelli e dando inizio alla guerriglia. Male gliene incolse, poiché il fronte si stabilizzò a Sud di Roma e, dopo l’attentato di Via Rasella (23 marzo 1944), dovette subire in pieno la reazione generalizzata dei Comandi germanici.

I CCLN ebbero la stessa funzione o, meglio, “finzione”. Rappresentarono il “cavallo di Troia” con cui il Partito Comunista Italiano egemonizzò il Movimento di Liberazione, mettendo “in riga” anche tutti gli altri partiti. Tuttavia, la debolezza delle bande garibaldine, organiche al PCI, non permise di effettuare lo sperato “salto di qualità”, e anche l’agognata insurrezione popolare di fine guerra fu solo il tentativo di occupare qualche città dopo che i tedeschi se ne erano andati e i fascisti si erano arresi. Proprio qui si aprì il dramma: Stalin, avendo inserito l’Italia nella sfera neocoloniale statunitense, proibì ogni colpo di mano comunista. Arrivarono così i carri armati alleati – né Stalin, né Tito – e fu giocoforza disarmare e tornare a casa, in attesa della “rivincita” (?). Del resto, l’esempio greco parlava chiaro: senza un disarmo, l’Italia sarebbe sprofondata in una nuova guerra civile durante la quale i partigiani comunisti sarebbero stati sconfitti (dagli USA e dalle forze legittimiste) e cancellati dalla storia nazionale. Si tentò allora la carta della conquista elettorale per via democratica (come avvenne in Cecoslovacchia), ma alle elezioni del 18 aprile 1948 il Fronte Democratico Popolare collassò davanti alla DC, grazie anche al voto anticomunista delle donne italiane. Il comunismo italiano era stato sconfitto. Per sempre (anche se pochi lo potevano allora immaginare).

La storia è andata diversamente, ed è stato – in fondo – un bene per tutti i dirigenti del PCI. Infatti, la rivoluzione comunista finisce sempre per divorare i suoi figli. Tutti coloro che furono gli artefici della comunistizzazione dei Paesi dell’Est, sparirono nel giro di pochi anni nelle purghe staliniane. I gerarchi del PCI, invece, morirono tutti nel loro letto, negli agi di una democrazia capitalista ed atlantista cui si adattarono a vivere con ben poco sforzo.

La Costituzione è antifascista”: un mantra usato a ogni piè sospinto dai soliti noti per moralizzare, censurare, monopolizzare il dibattito pubblico. E’ davvero così?

Fu Togliatti a dire che la Costituzione era antifascista, in quanto solo nell’antifascismo i partiti del CLN potevano trovare una base comune di collaborazione. Quindi, un’etichetta strumentale a quell’operazione “cavallo di Troia” che fu il ciellenismo. In realtà, non si scrive una Carta per andare contro qualcuno, ma per costruire uno Stato. Oggi, i politicanti ignoranti nemmeno comprendono questa basilare constatazione. La Costituzione italiana prefigurò una Repubblica democratico-parlamentare, ma recepì in pieno la legislazione fascista, lo stesso spirito corporativo (“fondata sul Lavoro”, come richiamo alla Carta del Lavoro del 21 aprile 1927-V), addirittura il Concordato dell’11 Febbraio 1929-VII. A scriverla non furono i partigiani, in gran parte a digiuno di diplomi di scuola primaria, ma i più grandi giuspublicisti italiani, quegli stessi professori che avevano giurato fedeltà al Fascismo e adesso si riciclavano nei vari partiti antifascisti. Addirittura, l’articolo 1 fu scritto, cambiando il comunista “fondata sui lavoratori” nel corporativista “fondata sul Lavoro”, da un certo Fanfani, già conosciuto per le stanze della Scuola di Mistica Fascista. La stessa Disposizione XII, relativa al divieto di ricostituzione del Partito Fascista, che non a caso è solo “transitoria e finale” e non punisce le idee fasciste, venne inserita su ordine degli statunitensi, non certo dibattuta in Aula.

Tutto questo si chiama antifascismo?

Cosa accadde alla Resistenza comunista una volta instauratosi il nuovo ordine, ossia la “Repubblica nata dalla Resistenza”?

La Resistenza – termine adottato nel Dopoguerra e non certo durante la guerra – fu fin da subito posta a “base morale” della Repubblica Italiana, ma ben presto i nodi vennero al pettine, perché alcuni “Volontari della Libertà” – come si sarebbero dovuti chiamare i partigiani – non si riconobbero, alla fine, nella gesta dei compagni comunisti. Del resto, aveva avuto inizio una nuova contrapposizione, che, negli anni ’50, neutralizzò la narrazione ciellenista della Resistenza. Le stragi di innocenti perpetrate impunemente contro gente inerme o arresasi al termine delle ostilità non avevano precedenti, e – sebbene omertà e paura la facessero da padrone – si conoscevano. Migliaia erano i partigiani che pullulavano le carceri italiane, quelle della Repubblica “nata dalla Resistenza”, accusati di una serie impressionante di reati: rapine, omicidi (anche di compagni o di rivali in amore), eccidi barbari che avevano riempito di sangue intere regioni finite in mano ai ribelli comunisti.

Se per tutto il 1945 e il 1946 furono utilizzati come “massa di manovra” per epurare fisicamente il nemico politico (dopo che si era arreso) e spargere salutare timore in tutti gli altri (compagni di viaggio ed avversari), già nel 1947 i “rossi” cominciarono ad essere “problematici”. Di là dei mandati di cattura (e l’invio immediato verso i Paesi dell’Est per salvarli dalle patrie galere), le loro avventate azioni e il loro estremismo mettevano in crisi il “volto umano” che il PCI si doveva dare per mascherarsi davanti ai ceti medi nelle incombenti elezioni. L’impossibilità – dati gli ordini di Stalin in proposito – di effettuare una prova di forza resero inutili le masse partigiane che, addirittura, nell’estate 1946 erano tornate sui monti al grido di “la Resistenza è stata tradita”. Ma non si era forse combattuto per la “libertà”, la Costituzione, i diritti, le votazioni? Evidentemente…

Sepolte, quindi, le armi in vista di una futura “Ora X”, i partigiani furono liquidati dal PCI senza tanti complimenti, inquadrandoli nella struttura clandestina che il Partito aveva allestito, pronta a entrare in funzione nel caso la crisi internazionale avesse portato in guerra le potenze capitaliste con l’URSS, al cui fianco – ovviamente! – il PCI si sarebbe schierato. Anche il piano di inserirli nella Polizia – nell’operazione comunista di infiltrazione nelle istituzioni dello Stato – abortì per il pronto intervento dei ministri della DC che, almeno in questo caso, riuscirono a sbarrare il passo alla manovra del PCI.

Tutto questo rappresentò una dura sconfitta per il partigianato comunista, di cui rimasero i lamenti degli anni ’60 per l’occasione mancata. Lamenti che saranno ripresi dai giovani rivoluzionari di sinistra, gli stessi che in un secondo tempo si getteranno nella lotta armata. Ma questa è un’altra storia, sebbene le radici siano le stesse.

La Storia non ha dimenticato le brutalità commesse in nome della falce e del martello ovunque nel mondo l’idea comunista abbia avuto libero sfogo, dalla Jugoslavia alla Cecoslovacchia, dalla Cambogia sino al terrorismo internazionalista. Soffermiamoci un attimo su questo florilegio dell’orrore, ad uso e consumo dei soliti “distratti”…

Se i partigiani avessero preso il potere nel 1945, come avvenne in Iugoslavia o in Albania, l’Italia sarebbe divenuta una Repubblica Popolare, adottando la Costituzione sovietica del 1936. Si sarebbe trasformata la nostra penisola in un enorme cimitero, dove avrebbe avuto inizio un regno pluridecennale di terrore, menzogna e miseria. Invece, così non andò. I tedeschi e i fascisti della RSI impedirono al movimento di guerriglia ogni agibilità, confinandolo in aree montuose prive di ogni valore militare; poi, arrivarono gli ordini di Stalin… e gli Alleati. Il gioco, nemmeno era iniziato, che si chiuse. Amaramente, anche se le promesse, le speranze, la disifomratja che i capi veicolarono agli stessi gregari, non fecero comprendere ai più il fallimento che si prospettava loro. Ma questo non deve far passare in second’ordine ciò che accadde in Venezia Giulia e in tutte quelle regioni che, per settimane, furono in balia di bande comuniste dedite all’epurazione fisica preventiva di tutti i “nemici del popolo”. Se durante la guerriglia si possono addebitare ai partigiani 14.000 soppressioni, dopo la fine del conflitto, in poche settimane, se ne registrarono altre 20.000, e la mattanza terminò soltanto per l’intervento degli Alleati, che tollerarono per pochi giorni i massacri, per poi disarmare tutti i ribelli e spedirli a casa.

34.000 soppressioni, quindi, senza contare le “gesta” dei partizan titini, a cui si addebitano altre 10.000 uccisioni, con la complicità del PCI (sia detto con chiarezza). Solo per fare un confronto, ai tedeschi si attribuiscono 20.200 morti (durante legittime rappresaglie e fucilazioni, oltre che nelle stragi criminali), mentre alle Forze Armate Repubblicane solo 4.000. Dati su cui riflettere quando si parla di “parte giusta” della Storia e “male assoluto”. Andò diversamente in Iugoslavia e in Albania, dove i partigiani comunisti riuscirono ad andare al potere, trasformando i loro Stati in Repubbliche Popolari. I comunisti italiani non furono da meno, e in quelle poche settimane in cui spadroneggiarono e poterono agire contro gente innocente e disarmata, non sfigurarono al confronto dei compagni slavi o albanesi, e neanche dei futuri Khmer Rossi di Pol Pot. Stessa famiglia, stesse gesta. In nome, ovviamente del progresso, della “libertà” e, soprattutto, dell’antifascismo.

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