Rabbia e orgoglio in Irlanda. Un popolo in strada, fra la lotta ai rincari e i rimpalli governativi

Giu 16, 2026

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Quella che ad aprile era iniziata come una protesta contro il prezzo del gasolio, si è trasformata in qualcosa di ben diverso, qualcosa che il Governo non aveva previsto e a cui si è trovato a non sapere come rispondere.

Tutto è cominciato, e va detto senza giri di parole, come una lotta per la sopravvivenza. Agricoltori, autotrasportatori e artigiani si sono trovati sbattuti davanti a una semplicissima realtà matematica: a forza di rincari, le loro attività avrebbero finito per chiudere i battenti, e con esse, la vita che negli anni si erano costruiti. Sono scesi in strada perché non avevano più alternative. Non era loro intenzione lanciare chissà quale messaggio politico; semplicemente, pretendevano di essere ascoltanti su una questione – torniamo a dirlo – di pura sopravvivenza.

Il Governo, da parte sua, ha risposto inviando le squadre antisommossa. Cariche, manganelli, spray al peperoncino, centinaia di agenti in assetto da battaglia e perfino le uniformi delle Forze di Difesa schierate contro cittadini irlandesi a Whitegate, in O’Connell Street e sui moli di Galway. Solo quando le immagini dell’operazione hanno fatto il giro del Paese e il Governo ha visto la reazione dell’opinione pubblica, si è improvvisamente accorto di avere delle concessioni da offrire. Un modesto taglio delle accise, il rinvio dell’aumento della carbon tax fino all’avvenuta approvazione della legge di bilancio e un sistema di aiuti mirato per raggiungere solo e soltanto i gruppi potenzialmente più in grado di paralizzare il Paese. Una risposta, quella governativa, dalla quale, più ancora che dalle stesse proteste che l’hanno generata, scaturiscono immediatamente interrogativi assai più ampi.

Infatti, quando un Governo risponde a gente che vuole campare a suon di manganellate e repressione poliziesca, mobilitando addirittura l’esercito, per poi uscirsene con un pacchetto di misure utile solo a dividere i manifestanti, si inizia inevitabilmente a chiedersi per conto di chi questo nostro Stato sia amministrato, e quali siano davvero gli interessi che il sistema mostra di aver tanto a cuore.

Quando il Dáil è tornato a riunirsi, il Sinn Féin ha presentato una mozione di sfiducia. Il Governo non ha risposto alle accuse che gli venivano rivolte, ma ha preferito reagire presentando una contro-mozione, contando uno ad uno ogni voto disponibile per sfangarla fino a farcela per 92 voti favorevoli a 78.  Un ministro di Stato, Michael Healy-Rae, si è dimesso piuttosto che avallare la gestione della crisi da parte dell’esecutivo. Tutti gli altri, invece, hanno fatto quadrato. La classe politica si è serrata a difesa di sé stessa, mentre quanti erano scesi in strada ha visto le istituzioni che teoricamente dovrebbero rappresentarli trincerarsi e votare in nome solo e soltanto dei propri biechi fattacci.

Il Taoiseach ha definito i picchetti di Whitegate “un atto di sabotaggio nazionale”. Eppure il vero sabotaggio è un processo assai più lungo, di cui questa sommossa rappresenta solamente l’ultimo episodio. È una politica energetica costruita attorno ai desiderata dei burocrati di Bruxelles, e non ai bisogni delle famiglie irlandesi. È un patrimonio immobiliare consegnato ai fondi speculativi e alle ONG, mentre le giovani coppie sono costrette a emigrare o a convivere con i genitori ben oltre i trent’anni. Sono frontiere gestite come fossero formalità, banalissime formalità. Sono tasse pagate dai lavoratori irlandesi e dirottate su chi con essi nulla ha a che spartire. Sono comunità rurali alle quali viene detto, più o meno esplicitamente, che lo stile di vite che da sempre perseguono rappresenta un’impronta carbonica da ridurre e poi eliminare. Nulla di tutto ciò è per caso, e niente è stato fatto da gente che in qualche modo credeva davvero di dover rispondere prima di tutto all’Irlanda e al suo popolo.

Questo è ciò in cui sono incappati gli uomini e le donne scesi in strada per difendere il loro gasolio. Dietro la crisi del carburante, un Paese intero in gioco. Un Paese che, osservandoli dalle visiere degli elmetti dei poliziotti, è stato costretto a vedere faccia a faccia ciò in cui rapidamente sta declinando.

Per questo, il National Party esiste. Esiste perché tutto ciò è uno schema, uno schema che si ripete da troppo tempo e che nessun altro, nell’intera scena politica irlandese, è disposto a chiamare apertamente con il suo nome. La nostra risposta, infatti, non è l’ennesima lista di concessioni pensate per superare un altro ciclo mediatico. La nostra risposta, al contrario, è uno Stato fedele prima di tutto alla Nazione che gli ha dato vita. È un sistema energico retto dalle nostre proprie risorse, nel nome unico ed esclusivo della nostra bella Irlanda. È il dire finalmente addio a quella carbon tax che tante famiglie si sono trovate a subire, senza averla scelta e senza potersela permettere. E’ un sostegno vero rivolto ad ogni nucleo familiare, e non solamente a questo o quel gruppo temuto dagli alti papaveri governativi. Sono confini veri, che tornino a significare qualcosa. E’ un mercato immobiliare nuovamente ad immagine e somiglianza di chi in questo Paese ci vive, e non di chissà quale fondo d’investimento o interesse straniero. Risposte, le nostre, che immancabilmente derivano dal medesimo principio: il primo dovere di uno Stato è per la nazione che amministra. Un Governo dimentico di questa realtà, dimentica anche le ragioni primarie della propria esistenza.     

Nessuno pensi di scambiare le concessioni del Governo per una soluzione definitiva. I tagli alle accise scadranno a luglio. L’aumento della carbon tax è stato soltanto rinviato alla discussione della legge di bilancio, ossia a ottobre. Queste non sono risposte. Sono una tregua temporanea mendicata dal Governo. E quando quel tempo sarà scaduto, quella stessa crisi economica che ad aprile ha spinto la gente in strada sarà ancora lì, ad attendere al varco. .

Agli uomini e alle donne che hanno osato alzare la voce: vi siete levati per salvare il vostro lavoro e il vostro sostentamento, finendo per ricordare a una classe politica smemorata qualcosa di molto più antico e potente. Le avete ricordato che sotto ogni Governo sta un popolo, e che se i governi passano, quel popolo rimane. La classe politica cambierà nomi e volti. Le coalizioni nasceranno e cadranno in pezzi. I comunicati stampa finiranno puntualmente nell’oblio nel giro di qualche giorno. Ma voi, il popolo irlandese, sarete sempre qui, con il retaggio di cui siete portatori.

C’è una frase che da tempo prova a ritrovare il suo posto nella coscienza nazionale. Non c’è bisogno di noi per ricordarvela. Si tratta di quelle stesse parole che ogni chiacchiera politicante, ogni concessione ipocrita, ogni carica di polizia e ogni fila davanti ai distributori implicitamente rinfocola dentro di voi. Una frase, poche parole che non saremo noi ad inculcarvi. Sappiate solo, però, che quando quella frase davvero la farete vostra, davvero tornerete ad esclamarla come un solo uomo, noi saremo al vostro fianco senza esitare, e senza esitare, con voi costruiremo un’Irlanda nuova, di cui quella frase rappresenterà l’indiscutibile cardine.

L’Irlanda agli irlandesi.