Quando si parla dell’irredentismo, il pensiero dei più corre ai “laici martiri” Guglielmo Oberdam, Nazario Sauro e Cesare Battisti. Tuttavia, esistono incarnazioni del suddetto fenomeno storico sulle quali si è abbattuta la damnatio memoriae. Una di queste è sicuramente rappresentata dal corso Petru Giovacchini.
Personalità complessa e poliedrica, nacque a Canal Verde nel 1910, rampollo di una famiglia della nobiltà locale. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza in una Corsica che aveva visto morire il dieci per cento della sua popolazione sui campi di battaglia della Grande Guerra e che si era talmente impoverita da dover riscoprire tecniche di coltivazione del XVIII sec. Il tutto a causa di una Francia sentita come una sorta di potenza occupante ed estranea per lingua, costumi e tradizioni.
Fu in questo particolare frangente storico che prese vigore in Corsica, sia sul piano politico che sul piano culturale, quel movimento irredentista filoitaliano che già con Crispi, dopo lo “schiaffo di Tunisi”, aveva visto la luce. Il passo successivo fu l’abbraccio fatale con il fascismo di alcuni esponenti dell’irredentismo corso. Fra costoro vanno annoverati i fratelli Ghjovanni e Anton Francescu Filippini (segretario di Galeazzo Ciano e più grande poeta corso del Novecento), Bertino Poli, Domenico Carlotti (detto “Martinu Appinzapalu”), Petru Rocca, Pierluigi Marchetti, Marco Angeli e ultimo, ma non per importanza, il nostro Petru Giovacchini.

Compiuti gli studi liceali, si recò, seguendo l’itinerario consueto di molti studenti corsi del tempo, in quella Pisa tanto vicina alla Corsica non solo geograficamente, ma anche culturalmente e spiritualmente. Qui divenne un medico e un attivista politico di grande rilievo. Nel 1932 ridiede vita, sotto la diversa denominazione di Gruppi di cultura corsa, a quei Gruppi di azione corsa fondati due anni prima dal poeta e agitatore Marco Angeli e sciolti per un temporaneo riavvicinamento fra Italia e Francia. L’anno dopo (esattamente il 27 novembre, a Pavia) fu eletto il presidente della suddetta organizzazione. Si trattava di gruppi di stampo chiaramente irredentista il cui fine ultimo era l’annessione della Corsica al Regno d’Italia.
Si calcola che alla fine del 1942 arrivarono a contare 72.000 fra corsi fuoriusciti ed italiani simpatizzanti. Petru Giovacchini e Marco Angeli ebbero da subito stretti rapporti con intellettuali fascisti che si occupavano di Corsica: il celebre storico Gioacchino Volpe, direttore dell’ “Archivio storico di Corsica”; il Prof. Francesco Guerri, alias “Minuto grosso”, direttore della rivista “Corsica antica e moderna”; il Prof. Edmondo Pellegrini ed altri ancora.
Non va passato sotto silenzio che lo stesso Giovacchini era un intellettuale e un poeta. Fra le sue raccolte ricordiamo: Musa canalinca (1929); Rime notturne (1930); Aurore, poesie corse (1936); Corsica nostra (1942); Archiatri pontifici corsi (1951). Non trascurabile fu anche la sua carriera politica nel PNF. Dopo la guerra d’Etiopia (evento al quale il Giovacchini partecipò e per il quale organizzò pubblici festeggiamenti), Mussolini lo nominò membro della Camera dei fasci e delle corporazioni. Il capo del Fascismo, in una seduta del Gran Consiglio nel 1939, prevedeva l’occupazione della Corsica in tre fasi: 1) risvegliare le tendenze autonomiste dei corsi, 2) tendere all’indipendenza, 3) annessione all’Italia. Governatore della Corsica italiana sarebbe dovuto essere proprio lui: Pietro Giovacchini.

Mussolini pensava che la guerra non sarebbe scoppiata prima del 1942, ma i fatti gli diedero torto. Durante i primi anni del secondo conflitto mondiale i Gruppi di cultura corsa intensificarono la campagna propagandistica filoitaliana e Giovacchini arrivò a dire che il capo della rivolta corsa del Settecento, il patriota, massone e illuminista Pasquale Paoli, era un irredentista ante litteram che voleva l’annessione all’Italia. Tuttavia, sebbene la Corsica fosse stata occupata dall’Italia fascista nel 1942 fra l’entusiasmo di molti suoi abitanti, preferì non rientrare nella sua isola natia. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica sociale italiana.
Finita la guerra si abbattè su di lui la giustizia dei vincitori: fu infatti condannato a morte dalla Corte di Giustizia di Bastia per tradimento. La pena non venne eseguita in quanto era da tempo rifugiato sul suolo italiano e la Francia non ne chiese mai l’estradizione. Morì dimenticato a Canterano, presso Roma, nel 1955, all’età di soli 45 anni.




