Per risvegliare l’Europa. Un omaggio a Friedrich Wilhelm Nietzsche

Giu 14, 2026

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Nell’aprile 2026, a Parigi, si è riunita la prima classe della Promotion Nietzsche, pionieristica iniziativa formativa in lingua inglese organizzata dall’Institut Iliade per identitari dai quattro angoli d’Europa. All’amico Jafe Arnold, che salutiamo, l’onore e l’onere di comporre il tradizionale omaggio al nume tutelare della Promotion.

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«Siamo sconosciuti a noi stessi […] Non ci siamo mai cercati: come potrebbe accadere che un giorno riuscissimo a trovarci? […] Temo che l’esperienza vissuta ci abbia sempre colti distratti […] “Che cosa ci ha davvero appena sfiorati?”, ci chiediamo talvolta, strofinandoci le orecchie dopo l’accaduto, completamente sorpresi e disorientati. “Che cosa abbiamo realmente vissuto?” E, soprattutto: “Chi siamo veramente?”»

Queste parole saranno senz’altro state ben note a Dominique Venner, padre spirituale dell’Institut Iliade, poiché aprono la prefazione alla Genealogia della morale di Friedrich Nietzsche, il libro che Venner volle portarsi dietro durante la guerra sulle montagne dell’Algeria. Formulate nel caratteristico stile interrogativo e penetrante del filosofo tedesco, esse mettono immediatamente in luce il legame profondo tra conoscenza, identità e memoria: un nesso che si ritrova nel motto stesso dell’Institut Iliade, «Per una lunga memoria europea».

Riflettendo su questa memoria, Venner scrisse nella sua testimonianza spirituale conclusiva, Samurai d’Occidente:

«Mi ribello alla negazione della memoria francese ed europea. A questa memoria devo esempi di dignità, coraggio e raffinatezza che affondano le loro radici nel più remoto passato: quello di Ettore e Andromaca, di Odisseo e Penelope. Minacciato, come tutti i miei fratelli europei, di scomparire spiritualmente e storicamente, considero questa memoria il mio bene più prezioso. È ad essa che bisogna affidarsi per rinascere.»

Venner riteneva inoltre che Nietzsche avesse riacceso e trasmesso uno degli elementi più profondi della memoria europea quando evocò i «Noi Iperborei» in un aforisma successivamente confluito ne La volontà di potenza. Di fronte a quell’espressione, commentò con entusiasmo: «La memoria era stata dunque trasmessa!»

Ma noi oggi — riuniti attorno a un istituto che si propone di custodire e proseguire quell’opera di memoria tanto cara a Venner — ricordiamo ancora Nietzsche? Nietzsche occupa davvero un posto nella nostra memoria? E che cosa ha ancora da dirci che meriti di essere ricordato?

Per riprendere le parole di Guillaume Faye:

«Nietzsche aveva già profetizzato: “L’uomo del futuro sarà colui che possiederà la memoria più lunga”.»

Nietzsche appartiene a quella ristretta schiera di nomi che designano molto più di un individuo o di una dottrina. Essi evocano un’intera costellazione di idee, una frattura decisiva, un punto di passaggio oltre il quale non esiste un percorso già tracciato né un ponte che conduce all’altra sponda. Un altro nome di questa natura è quello di Julius Evola, teorico della «rottura di livello», che scrisse:

«Si è giustamente detto che anche la personalità e il pensiero di Nietzsche hanno un carattere simbolico.»

Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque nell’autunno del 1844 a Röcken, un piccolo villaggio della Sassonia prussiana, non lontano dal teatro di una delle più celebri battaglie della Guerra dei Trent’anni, conflitto che trasformò profondamente il destino dell’Europa. La sua terra d’origine gravitava nell’orbita di Lipsia, uno dei grandi centri della cultura tedesca, città natale del filosofo Leibniz e del compositore Richard Wagner, con il quale Nietzsche avrebbe intrattenuto una delle più celebri e controverse relazioni intellettuali del suo tempo.

Fin da giovane, si immerse nelle più alte espressioni del genio europeo — la musica, le lingue classiche e moderne, la teologia — distinguendosi per brillantezza e precocità. Dopo gli studi universitari a Bonn e Lipsia, ottenne a soli ventiquattro anni la cattedra di filologia classica presso l’Università di Basilea, diventando uno dei più giovani professori ordinari della storia accademica europea.

Per due volte interruppe la carriera universitaria per prestare servizio militare: dapprima come volontario nell’artiglieria prussiana e successivamente come infermiere, durante la guerra franco-prussiana. Al suo ritorno, assistette alla nascita del nuovo Impero tedesco.

Nel corso degli anni Settanta, prese forma la sua produzione più originale e anticonformista, con opere come La nascita della tragedia, le Considerazioni inattuali e Umano, troppo umano. Parallelamente, però, si aggravavano i problemi di salute che lo accompagnarono per tutta la vita, e che finirono per costringerlo ad abbandonare l’insegnamento. Da quel momento, la scrittura divenne per lui un’esperienza totalizzante, vissuta con una straordinaria intensità fisica e spirituale.

Gli anni Ottanta rappresentarono il culmine della sua attività creativa. Seguendo i ritmi delle stagioni e alla costante ricerca di climi favorevoli, Nietzsche trascorreva gli inverni tra le coste italiane e francesi e le estati sulle Alpi svizzere. In questo periodo, videro la luce opere fondamentali come La gaia scienza, Così parlò Zarathustra, Al di là del Bene e del Male e La genealogia della morale, oltre agli appunti che sarebbero stati raccolti postumi sotto il titolo La volontà di potenza.

L’anno 1888 segnò al tempo stesso l’apice della sua produzione e il tramonto della sua vita intellettuale indipendente. In pochi mesi, scrisse opere straordinarie come Il crepuscolo degli idoli, Ecce Homo e L’Anticristo, prima che tutto precipitasse. Dopo aver condotto la sua critica della modernità fino alle estreme conseguenze, toccò a lui stesso crollare. Nel gennaio del 1889, in seguito a un improvviso collasso mentale, venne dichiarato incapace e affidato alle cure della famiglia. Da quel momento iniziò un lungo declino, segnato da sofferenze sempre più gravi, fino alla perdita della parola e della capacità di camminare, e che si concluse con la sua morte nel 1900.

Sebbene le sue condizioni fossero il risultato di malattie croniche e di un progressivo deterioramento fisico, alcuni hanno voluto leggere nella sua improvvisa follia qualcosa di più di una semplice patologia: una manifestazione di quella «mania» o di quella forma di conoscenza estatica che le antiche tradizioni europee — e in particolare la filosofia greca — associavano talvolta alle figure eccezionali. Quasi un genio, incapace di adattarsi a un mondo ormai troppo distante dalla propria altezza spirituale. Non è forse casuale che molte delle sue ultime lettere, i cosiddetti «biglietti della follia», fossero firmate con il nome di Dioniso, il dio greco della metamorfosi, dell’ebbrezza e della follia sacra.

Comunque si interpreti questo episodio, il passaggio di Nietzsche dalla piena attività filosofica a una condizione di follia possiede un evidente valore simbolico. Esso sembra riflettere la stessa frattura che la sua opera introduce nella storia delle idee europee. Nietzsche non fu un costruttore di sistemi, come molti dei suoi contemporanei tedeschi. Fu, piuttosto, un distruttore di certezze. Il simbolo più efficace della sua impresa resta il celebre «martello filosofico» con cui si proponeva di colpire gli «idoli» della civiltà occidentale. Con quel martello egli avviò una vera e propria genealogia di valori, smotando le costruzioni concettuali della filosofia europea e denunciandone il carattere astratto e sterile. A suo giudizio, il pensiero occidentale ha progressivamente allontanato l’uomo dalla vita concreta, dalla volontà e dalla forza creatrice, sostituendole con meri concetti, astrazioni e universalismi.

L’uomo europeo, secondo Nietzsche, è diventato prigioniero di una «morale degli schiavi» alimentata dal risentimento. Invece di affermare la propria potenza creatrice, cerca continuamente la verità e il bene in una dimensione esterna a sé, rinunciando alla responsabilità di forgiare autonomamente i propri valori.

Come ricorda Guillaume Faye:

«Per plasmare la storia è necessario scatenare tempeste ideologiche, attaccando — come Nietzsche aveva correttamente osservato — i valori che costituiscono l’ossatura stessa del sistema.»

Anche Giorgio Locchi e Antoine Dresse colgono il significato profondo di questa «storia attiva»:

«Il superuomo nietzscheano è colui che assume il tempo senza alcuna promessa di redenzione; colui che accetta che il passato non venga cancellato, ma possa essere ripreso e orientato in una nuova direzione. Il divenire diventa così un atto creativo: non si tratta più di subire la storia, ma di generarla esponendosi pienamente ad essa.»

Attraverso una combinazione unica di analisi filosofica, aforismi e intuizioni mitopoietiche, Nietzsche diagnostica il vuoto della modernità occidentale. «Dio è morto»: con questa formula, egli non annuncia semplicemente la fine della religione, ma il crollo dell’intero fondamento sul quale l’Occidente aveva costruito il proprio sistema di valori. Di fronte a tale crollo, si apre l’abisso del nichilismo, accompagnato da una crescente stanchezza dell’esistenza.

Nietzsche non invita però a restaurare il vecchio ordine. Chiede invece un gesto di coraggio: il salto oltre l’abisso attraverso una radicale «trasvalutazione di tutti i valori». Questo salto costituisce la missione dell’Übermensch, il superuomo: colui che va oltre l’uomo così come è stato finora concepito e che assume la responsabilità di creare nuovi valori senza delegarla né alla Storia né a una divinità trascendente.

Per questo, come osserva Locchi, non può esistere una vera e propria «scuola nietzscheana»:

«Nietzsche non è un filosofo come gli altri. Egli annuncia la fine della vecchia filosofia. Annuncia la nascita di un pensiero finalmente libero […] E non possono impedirgli di parlare. La sua opera è lì, a provocare.»

Per gli europei di oggi, Nietzsche rappresenta il simbolo di una radicale indipendenza spirituale. Egli invita a diventare sovrani di sé stessi, a concepire la storia e i valori non come eredità immutabili, ma come progetti da costruire.

Nietzsche incarna l’immagine di un’Europa capace di guardarsi senza illusioni. Non offre consolazione né rifugio. Avanza invece una richiesta esigente: tornare a essere creativi, ardenti e generativi nel pensiero, nell’arte e nell’azione. In questo senso, il compito della memoria europea — ricordare, ricomporre, ricostituire — è profondamente nietzscheano. Significa abbattere gli idoli esauriti e riaccendere quella volontà creatrice che costituisce l’origine di ogni cultura viva. «Un popolo», scrive Nietzsche, «vale soltanto nella misura in cui sa imprimere alle proprie esperienze il sigillo dell’eternità.»In tutta la sua opera ritorna la figura dell’uomo «venuto troppo presto», le cui intuizioni appaiono inevitabilmente inattuali ai suoi contemporanei. Ma questo motivo non riguarda soltanto Nietzsche. Riguarda anche noi.

Noi che, nel XXI secolo, siamo chiamati a richiamare alla memoria e a riaffermare le possibilità del nostro futuro oltre il fossato ideologico della cosiddetta «fine della Storia».

È proprio questo compito «superumano» che l’Institut Iliade ha voluto richiamare nell’aprile scorso, quando i partecipanti provenienti da tredici Paesi hanno concluso il seminario internazionale Awakening Europe, il primo del suo genere organizzato dall’istituto, scegliendo Friedrich Nietzsche come figura simbolica di riferimento e come costante richiamo per le proprie riflessioni e le proprie azioni.

Ricordare Nietzsche significa allora comprendere che l’Europa non appartiene soltanto al passato. Essa è ancora davanti a noi: una possibilità aperta, una forma da creare, una realtà che attende di nascere attraverso il nostro continuo superamento di noi stessi.

Link all’articolo originale: https://institut-iliade.com/presentation-de-la-promotion-friedrich-nietzsche/

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