OnlyFans. La tragica “uberizzazione” della pornografia

Giu 28, 2026

Tempo di lettura: 4 min.

Leonid Radvinsky – colui che potremmo forse definire il più grande lenone del pianeta – è morto a 43 anni nel marzo scorso, ucciso da un cancro.

Nato in Ucraina in una famiglia di origine ebraica, si trasferisce molto presto negli Stati Uniti con i genitori. Negli anni ’90 crea una decina di siti che permettono di ottenere illegalmente password per accedere a contenuti pornografici. Il più noto, Ultra Passwords, gli frutta per anni circa 1,8 milioni di dollari l’anno.

Si laurea in economia nel 2002. Due anni dopo fonda MyFreeCams, una piattaforma di streaming per adulti. Microsoft lo porta in tribunale, accusandolo di aver inviato milioni di email fraudolente agli utenti Hotmail, ma il caso viene archiviato: non è possibile dimostrare la sua responsabilità diretta.

Dal 2009 gestisce un fondo di venture capital chiamato “Leo”, con cui investe soprattutto in interessi digitali, tra i quali la società israeliana B4X. Insieme alla moglie dona anche 11 milioni di dollari all’AIPAC, potente lobby filo-israeliana.

Nel 2018 acquista il 75% di OnlyFans. Fino a quel momento (2016-2018), la piattaforma era una nicchia: una sorta di alternativa a YouTube o Instagram, pensata per permettere ai creator di monetizzare i propri contenuti tramite abbonamento. Sarà Radvinsky a trasformarla rapidamente in un colosso della pornografia, cambiandone radicalmente il modello.

Il boom di OnlyFans: quando il porno cambia forma

Dopo l’acquisizione, le restrizioni si allentano e i contenuti pornografici esplodono. Durante il lockdown, la piattaforma cresce in modo vertiginoso: professionisti del settore, camgirl, influencer — e poi anche ragazze in cerca di un’entrata extra — si riversano su OnlyFans.

La vera novità è l’interazione diretta con gli utenti. OnlyFans si pone infatti a metà tra un social network e un sito porno. Gli abbonamenti servono soprattutto da porta d’ingresso: il grosso dei guadagni arriva dai messaggi privati a pagamento, che rappresentano circa il 70% delle entrate, mentre gli abbonamenti incidono solo per una piccola parte.

All’interno della piattaforma, gli utenti più redditizi vengono chiamati “balene”: sono pochi, ma spendono cifre molto alte per messaggi, contenuti personalizzati e attenzioni. La maggior parte degli altri utenti segue pochi profili alla volta, passando da uno all’altro. Solo una minoranza di questi paga davvero, ma quando lo fa, spende mediamente qualche decina di dollari per creator.

Il mito della pornografia “emancipante”

Dal 2021, OnlyFans prova a ripulire la propria immagine. Le campagne parlano di “libertà creativa”, mostrano contenuti non sessuali e presentano la piattaforma come uno strumento di autonomia economica, soprattutto per le donne. Adotta il linguaggio della tecnologia e degli influencer, come se la pornografia fosse un contenuto come un altro. Anche alcune celebrità approdano sulla piattaforma, spesso senza caricarvi contenuti espliciti.

Il modello si basa sulla visibilità: la promozione avviene su altri social come Twitter, Instagram e TikTok. Sono le stesse creator a portare traffico, facendo pubblicità gratis alla piattaforma. Questo meccanismo ha un effetto preciso: la pornografia entra sempre più facilmente in spazi pensati per tutti, frequentati anche da giovanissimi.

I dati sono limitati, ma si sa che la maggior parte degli utenti ha tra i 18 e i 34 anni e che sono in larga maggioranza uomini. La crescita della piattaforma intercetta anche un diffuso senso di solitudine, offrendo l’illusione di un rapporto diretto.

Dietro le quinte: agenzie e strategie

Con l’esplosione della piattaforma, nascono agenzie specializzate. Si occupano di tutto: gestione dei contenuti, promozione, messaggi automatici, rapporto con i clienti. Spesso usano l’intelligenza artificiale o delegano il lavoro a collaboratori esterni. In cambio, trattengono una parte consistente dei guadagni.

Le creator si promuovono ovunque: Reddit, Twitter, TikTok, Discord, Telegram. Il percorso è semplice: attrarre l’utente su un social pubblico e portarlo, passo dopo passo, verso la piattaforma a pagamento.

La chiave è distinguersi: feticismi, roleplay, “girlfriend experience”. Ognuna costruisce una propria identità per attirare pubblico — e soprattutto quei pochi utenti disposti a spendere molto.

Ma l’autenticità è spesso solo una facciata. Dietro molti profili ci sono contenuti standardizzati, gestiti da agenzie. E non è raro che le creator finiscano per perdere il controllo della propria immagine o vengano penalizzate economicamente.

Alla fine, la promessa di indipendenza si rivela fragile: la maggior parte guadagna poco, mentre una piccola élite concentra quasi tutti i ricavi. Un modello già visto su altre piattaforme.

Un nodo etico: la normalizzazione della prostituzione digitale

La crescita di OnlyFans ha spinto molte giovani donne verso la produzione di contenuti pornografici. Nel 2024, si contavano milioni di creator e centinaia di milioni di utenti.

Il passaggio dai social tradizionali alla piattaforma è spesso graduale: si parte da contenuti quotidiani, si passa all’erotismo, fino alla pornografia. Per molte, il ragionamento è semplice: se pubblico già contenuti gratuitamente, perché non farmi pagare?

Il passaggio è favorito dalla promessa di guadagni rapidi, ma anche da un clima in cui la prostituzione online appare sempre più normale. Ed è proprio questo il punto più delicato: il confine tra social network e pornografia si fa sempre più sottile. E, insieme a esso, si banalizza la mercificazione del corpo.

Link all’articolo originale:https://institutgeorgesvalois.fr/onlyfans-luberisation-de-la-pornographie