La barriera di confine tra Polonia e Bielorussia si estende su circa 186km di raggio, nell’area boschiva della Foresta di Białowieża.
Una vera e propria muraglia, alta circa 5 metri, nota alle cronache soprattuto per il motivo per cui è stata eretta: la volontà polacca di provare a difendersi dai massicci flussi di migranti – prevalentemente afghani e iracheni – incoraggiati e, talvolta, accompagnati dai militari bielorussi, nel tentativo di infiltrare queste popolazioni straniere dall’altra parte del confine.
Si tratta di un’autentica guerra ibrida, nell’ottica di una strategia che colpisce senza invadere manu militari. Non è un conflitto ufficiale e tantomeno dichiarato, ma combattuto ormai quotidianamente nei continui tentativi di valicare la barriera, soprattutto nelle ore notturne e nelle prime del mattino.
Queste pressioni sul confine polacco hanno degli obbiettivi chiarissimi: destabilizzare la Polonia politicamente, culturalmente e socialmente. La “mossa” della Russia e Bielorussia sarebbe proprio questa: Mettere alla prova la risposta politica di Varsavia, costringendola a fare i conti con la Commissione Europea, la quale ha proposto dure sanzioni per ogni migrante non accolto dalla Polonia (più precisamente, la multa per non spalancare i confini sarebbe stata di 20mila euro per ciascun individuo rifiutato alla frontiera).
La Polonia, ovviamente, ha rifiutato con fermezza di pagare una sanzione ritenuta ingiusta e manchevole di rispettare la sovranità nazionale dello stato. Una “punizione”, questa, aspramente criticata dal Governo polacco, che ha risposto di aver accolto più di un milione di ucraini, nonostante i mancati aiuti dell’UE. Nonostante il clima teso con l’Unione Europea, anche quest’ultima ha comunque stigmatizzato i paesi limitrofi, accusandoli di “strumentalizzare” i flussi migratori, usando i migranti come “scudo umano” per creare disordini.

Le autorità Bielorusse, infatti, hanno ripetutamente facilitato l’ingresso di migranti provenienti da paesi come Siria, Iraq e Afghanistan, offrendo visti e promuovendo voli diretti verso Minsk. Una volta arrivati a destinazione, i migranti venivano indirizzati verso i confini con l’Unione Europea, e in particolare – appunto – con la Polonia. Inoltre, molti migranti catturati dalle autorità polacche hanno riferito di essere stati ingannati o costretti dai militari bielorussi a tentare di attraversare il confine, in un costante gioco delle parti.
Del resto, le modalità con cui i presunti “rifugiati” già tentano di entrare in Polonia sono molteplici, e fra questi non manca l’utilizzo come armi di sorta di pietre, bastoni e lance improvvisate. Proprio così, Mateusz Sitek, soldato polacco appartenente alla 1ª Brigata Corazzata, non ha avuto scampo: il 6 giugno 2024, il militare ventunenne è morto a seguito dell’infettarsi di una ferita causata da una lama ricoperta di escrementi (ad ulteriore peggioramento del rischio biologico) che lo aveva trafitto qualche giorno prima per mano di un migrante siriano, mentre il 28 maggio era impegnato a servire il suo paese pattugliando la linea di confine.

Proprio in seguito a questo avvenimento, tragedia che ha scosso non poco l’opinione pubblica polacca, il parlamento ha approvato una serie di specifiche tutele legali per i reparti militari, tra cui si conta una disposizione che autorizza ogni soldato a sparare con munizioni vere per autodifesa contro chiunque tenti un ingresso irregolare.
Dal mese di settembre del 2024, gli agenti hanno sparato circa 1.190 colpi di avvertimento. Tuttavia, se la legge a Varsavia è stata accolta e confermata per buon senso, molti enti internazionali (come Amnesty International) hanno espresso la loro indignazione rispetto all’idea che dei militari possano rispondere con armi da fuoco ad aggressioni perpetrare con armi da taglio. In particolare, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha ammonito che la legge potrebbe favorire l’impunità, scoraggiando un uso proporzionato della forza da parte delle pattuglie di frontiera.
Quanto all’Italia, anche alcuni esponenti del Partito Democratico, come Cecilia Strada, hanno sollevato interrogazioni rivolte all’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per chiedere misure contro quelle che ritengono essere potenziali violazioni dei diritti umani.
Nel frattempo, le autorità polacche hanno documentato 110.595 tentativi di ingresso irregolare tra luglio 2021 e novembre 2024, una tendenza in crescita dopo il picco iniziale di 52.000 tentativi registrati.

Di fronte a questa invasione passivo-aggressiva, la Polonia ha scelto di non restare indifferente. Le politiche dell’UE prevedono ed esigono – in linea con i desiderata dei partiti progressisti, del resto – non solo che la Polonia lasci entrare i migranti provenienti dalla Bielorussia, ma che pure accetti la distribuzione forzata dei flussi provenienti dal Mediterraneo, che interessano paesi come Italia, Spagna, Francia, Grecia e Germania, oltre ad altri stati che hanno deciso di accogliere indiscriminatamente, tra cui Inghilterra, Norvegia e la fieramente inclusiva Svezia (secondo un indagine del 2018 condotta dal programma investigativo svedese Uppdrag Granskning, gli stupri con aggressione verificatisi sul territorio nazionale sono stati commessi per il 75% da persone nate fuori dall’Europa).
Insomma, la Polonia, che figura sistematicamente tra i Paesi più sicuri in Europa secondo vari indici e statistiche ufficiali, dovrebbe seguire le “lezioni” dell’UE, come se l’incapacità altrui di gestire i flussi migratori debba diventare un onere da condividere, in linea con un malsano “falliscono loro, paghiamo noi”. E’ evidente, però, che sobbarcarsi delle problematiche che altre nazioni non hanno saputo gestire e contrastare non è chiaramente una soluzione; al contrario, equivale alla mentalità di chi spazza lo sporco sotto al tappeto, illudendosi così di avere la casa pulita.




