“Il mare non parla per frasi, ma per versi” scriveva Jack Kerouac, padre della beat generation americana, nel romanzo Big Sur. Lo stesso si può dire del libro di Guido Santulli Lo schermo e l’onda, uscito per i tipi di Inquadrature Perfette. Lo stile denso ed evocativo, infatti, procede a creare un flusso che, riproducendo il movimento stesso delle acque, avvolge ed ispira.
Il testo si presenta fin dalle prime pagine come un’opera che oltrepassa i confini della critica cinematografica proponendosi come una riflessione sul rapporto tra il mare e il linguaggio delle immagini, che viene trattato non come un semplice tema estetico, ma come un dispositivo attraverso cui scandagliare, come in un rilevamento radar sottomarino, la vera essenza dell’umanità. Una ricerca profonda, quella di Santulli, nella quale il mare non rappresenta un semplice sfondo, ma una presenza viva che spinge a confrontarsi con il limite, con l’origine e con una dimensione più recondita. Il cinema, così, nel suo essere “arte totale”, diviene lo strumento privilegiato per dare forma a questo confronto, trasformando l’immagine in uno specchio dell’interiorità.
L’idea centrale dell’opera è che mare e cinema condividano una stessa natura identitaria, poiché entrambi mettono in crisi la stabilità dell’Io, esponendolo a un continuo processo di trasformazione. L’acqua, con il suo incessante muoversi, dissolve ogni forma rigida, mentre l’immagine cinematografica, nel suo fluire, impedisce allo spettatore di fissare un significato definitivo.

Il lettore viene accompagnato in un percorso quasi iniziatico, in cui ogni capitolo rappresenta una tappa nella costruzione dell’identità attraverso l’analisi delle tematiche sviluppate nelle trame di numerose pellicole. A emergere con forza, l’idea che il mare sia il luogo per eccellenza del confronto con l’ignoto, una sfida all’abisso che mette a nudo profondità individuali, come quelle del capitano Achab in Moby Dick di John Huston, e collettive, pensando in ciò ai guai della cittadina balneare dell’isola di Amity del blockbuster spielberghiano Lo squalo, profondità che non possono essere dominate, ma solo affrontate.
Tale confronto si radicalizza nei temi del naufragio e dell’isola. Il primo, non a caso, va inteso come prova decisiva dell’essere e momento di ridefinizione identitaria. In questo senso, la storia d’amore tra Jack e Rose in Titanic di James Cameron è usata come pretesto per indagare e criticare differenze e contraddizioni sociali. L’isola, invece, viene concepita come approdo dell’anima. L’isolamento di Chuck Noland in Cast Away di Robert Zemeckis non è solo geografico, ma interiore: l’uomo, privato di riferimenti, è costretto a confrontarsi con sé stesso e l’isola diventa così un luogo in cui l’identità si destruttura per potersi ricostruire, rivelando come la solitudine, in realtà, non sia fuga, ma condizione necessaria alla conoscenza di sé.
Accanto a questa dimensione, il mare si afferma anche come luogo di formazione e di stratificazione etica e morale. La vita di bordo, tra l’imprevedibilità delle onde e dei venti e la forza della legge rappresentata dal capitano di ciurma, impone disciplina, mostrando come l’identità si costruisca anche attraverso il confronto con la legge e la propria coscienza. Vengono analizzate le trasposizioni di classici della letteratura di formazione come L’isola del tesoro e Capitani coraggiosi, dove la giovinezza dei protagonisti si scontra con l’autorità degli adulti: i ragazzi non acquisiscono solo competenze tecniche, ma sui flutti imparano a misurare il proprio coraggio, a riconoscere la propria posizione all’interno di una gerarchia e a sviluppare un senso di responsabilità che va oltre il sé immediato. Ma anche le reinterpretazioni di episodi storici realmente accaduti, come l’ammutinamento del Bounty, trovano il loro posto in queste pagine. La più celebre storia di sedizione marinaresca, ripresa più volte al cinema, ritrae l’atavico conflitto tra gioventù e maturità, fra ribellione e status quo, e rivela concretamente come la traversata possa risvegliare ataviche tensioni morali. Il mare diventa così uno spazio simbolico, in cui la crescita coincide con l’accettazione di regole più grandi, e la sfida multiforme che lo pervade non è soltanto contro la natura, ma contro la propria inesperienza e la tentazione di sfidare l’ordine, sempre con le conseguenze delle proprie azioni dinanzi a sé.

Gli oceani si aprono poi alla dimensione storica, facendosi teatro di conflitti in cui si definiscono i destini di intere civiltà. Ad esempio, in film come Master & Commander e U-Boot 96, il mare non è solo spazio d’azione, ma campo di battaglia in cui si intrecciano strategia militare e onere collettivo, oltre che spazio generativo della forza della Storia in cui l’individuo non agisce più soltanto per sé, ma come parte di un organismo più grande, incarnando un’idea di identità legata strettamente al senso del dovere e alla costruzione di un ordine condiviso.
Se l’oceano aperto conserva ancora una dimensione epica, il passaggio al porto introduce invece una sospensione: uno spazio liminale, un nonluogo sospeso tra partenza e ritorno. Tuttavia, è nel Mediterraneo che questa tensione si spezza definitivamente. In L’avventura di Michelangelo Antonioni, il mare non guida più né mette alla prova, ma diventa luogo di incomunicabilità: l’orizzonte si svuota di senso, riflettendo una condizione esistenziale pervasa dallo smarrimento di relazioni autentiche, sia con gli altri che con sé stessi. Il Mare Nostrum, da culla della civiltà classica, si fa così scenario disorientante, in cui la perdita di riferimenti segna la crisi dell’identità contemporanea, specchio fluido di una frattura più solida che mai.
Per concludere, Lo schermo e l’onda è un saggio che riesce ad inquadrare e a mettere perfettamente a fuoco la condizione di un uomo moderno che non naviga più tra le onde, ma all’interno di flussi di immagini e di dati che mettono a dura prova la sua capacità di orientamento. Come il marinaio, egli è chiamato a sviluppare disciplina, lucidità e misura, poiché la vera identità non si fonda sul mero dominio della tecnica, ma sulla capacità di restare integri al suo interno. L’immagine della “via del mare”, nella realtà così come nella finzione cinematografica, non delinea quindi un percorso lineare verso una meta visibile, bensì una traiettoria, che si costruisce lasciandosi trasportare, tra i flutti così come tra i fotogrammi, con piena accettazione, nel ritmo imperscrutabile dell’esistenza, incarnando quell’amor fati nietzschiano che trasforma il destino in guida e libertà interiore.




