Socrate diceva di esercitare la professione di sua madre, quella maieutica, ma invece che aiutare i corpi delle donne a partorire, operava affinché fossero le anime degli uomini a farlo, e, invece che far nascere fanciulli, faceva sorgere la verità. Quel che Socrate afferma è fondamentalmente la definizione stessa della filosofia, ovvero forza intermedia tra due funzioni, quella sacrale e quella politica. In origine, come sappiamo, secondo l’idea di società trifunzionale degli indoeuropei, esistono tre parti dell’uomo e della comunità tutta – sacrale, guerriera ed economica. Il re, in tutte le tradizioni indoeuropee, incarna tutto nella sua persona.
Nel mondo classico, traccia di ciò resta nella figura del pater familias, responsabile del culto domestico, della difesa degli altri membri della famiglia e della cura dei campi e del bestiame. Il re, in principio, altri non è che colui la cui forza militare e capacità di comando emergono e attirano come polo centrale quelle di tutti i capofamiglia. Quando, tuttavia, subentra la decadenza, le funzioni del re si scindono, ed è così che si crea un sistema diarchico, per cui la funzione politico/regale e quella sacerdotale vengono assegnate a due persone differenti.

Da qui nasce la famosa questione: il potere spirituale e temporale come stanno in rapporto tra loro? Chi è il sole e chi è la luna? Una soluzione veritiera, in realtà, la dà il Sommo Dante Alighieri, il quale spiega il tutto con la simbologia dei due soli. La funzione lunare, infatti, è svolta dalla filosofia. Come la luna connette il sole e la terra, nel modo in cui l’anima connette spirito e corpo e la madre il padre e il figlio, il filosofo connette tra loro potere spirituale e politico. Tuttavia, essendo quella del filosofo una funzione attiva e virile, la dinamica si illustra con un’analogia che richiede un elemento ulteriore, non essendo di per sé sufficiente la tripartizione spirito-anima-corpo e sole-luna-terra. L’anima, in modo ricettivo e passivo, porta alla luce un terzo elemento, che agisce nella materia perfettamente armonioso. Ma ciò avviene in epoche in cui l’anima e la materia sono più vicine al nous.
In tempi di decadenza, invece, accade che in tanti uomini potenzialmente in grado di essere élite non sia ben chiara quale sia la loro vocazione, per cui emerge una terza natura, sempre virile e attiva, ma che opera in senso lunare, ovvero ricostruisce il principio tramite i raggi solari mediati dalla luna che si riflettono nel corpo. Il filosofo non è pienamente politico, in quanto non ha una forza che sia propriamente in tutto corrispondente alla saggezza, quindi non ha capacità di imporsi sugli altri e di essere lui stesso fonte del diritto. E sempre in tal guisa, egli non è pienamente sacerdote, dato che, pur intuendo la verità, non può fare a meno di muoversi nel molteplice ricostruendo l’unità, dopo aver operato il processo analitico.
Tuttavia, in virtù di questa particolare abilità, egli, se esercita rettamente il proprio compito, è in grado di far vedere il vero agli altri, facendo in modo che ciascuno si dedichi a ciò cui è destinato. Non per caso, dalle grandi scuole filosofiche dell’antichità emergevano politici o veri e propri iniziati ai culti degli dèi. Come l’artigiano opera sulla materia, mostrando agli altri tramite la mediazione degli artefatti la sacralità dell’armonia geometrica, il filosofo, attraverso dialettica e maieutica, aiutava l’anima a riconoscere sè stessa e a rispecchiarsi in ciò che aveva perduto.
Di questa speciale natura della filosofia ne abbiamo, tra l’altro, testimonianza in ciò che asserisce Platone nel dialogo Simposio per bocca di Socrate, il quale illustra ai convitati una storia che aveva appreso una volta da una sacerdotessa a proposito della natura di Eros. Questa divinità ha per padre Poros (Abbondanza), e per madre Penia (Povertà). L’abbondanza fa sì che Eros sia ricco di ingegno, ma mai sazio a causa del costante bisogno. Il filosofo è quindi colui che incessantemente ricerca senza mai acquietarsi, ma che non si rispecchia direttamente nell’etica regale o sacerdotale. Il Sommo Dante questo doveva averlo ben chiaro, visto il ruolo che riserva ai filosofi.
Per lui, Aristotele è appunto il nobile padre che gli aveva fornito gli strumenti di logica e di etica tali da fargli intraprendere il cammino iniziatico poi descritto perfettamente nella Commedia. E il fatto che Aristotele sia posto all’interno dell’opera nel Limbo insieme a Socrate e a Platone, a Virgilio, (la guida di Dante) e agli altri grandi del mondo classico non è una coincidenza. Da un punto di vista morale nel Limbo risiedono gli uomini giusti che non possono ascendere al Paradiso in quanto non hanno conosciuto Cristo. Da un punto di vista più allegorico e profondo, il Limbo è il luogo di mezzo in cui risiedono tutti coloro che rappresentano l’eccellenza del piano umano ma non hanno raggiunto l’iniziazione completa, ovvero non hanno avuto accesso alla visione totale e unitaria di Dio. Il Limbo, infatti, è precisamente al di sopra dell’inferno, ovvero al di sopra dello stadio subpersonale e contro-spirituale in cui risiede chi ha vissuto di istinti o di ragione diretta a sovvertire, ma è anche ben al di sotto del Purgatorio, in quanto il filosofo, così come il poeta, è sempre in un Limbo perenne, ovvero proteso a conoscere e incapace di saziare appieno questa voglia di conoscenza. Tuttavia, la sua funzione si sacralizza nella misura in cui, anche dopo la morte, resta come un nume che guida chi vive a compiere il proprio dovere, o in senso politico o in senso sacerdotale.

Il caso di Dante è poi ancor più emblematico, in quanto lui dedicò tutta la sua esistenza tanto alla sfera sacrale quanto a quella politica. Il fatto che lui fosse odiato dai guelfi senza essere neanche il classico ghibellino, illustre per la Commedia, ma anche straordinario per l’opera filosofica de Monarchia (opera che non dovette piacere molto alla Chiesa, dato che fu dopo l’età della Controriforma posta nell’indice dei libri proibiti), in cui spiega accuratamente il rapporto assolutamente paritetico di Papa e Imperatore, non è una coincidenza, ma è la manifestazione completa di quell’unione speciale di sacerdozio e regalità che nella storia europea da ormai molti secoli più non convivevano in un medesimo soggetto.
Sulla questione delle guide di Dante, la figura di Virgilio è decisamente interessante. Costui, infatti, è un poeta e propriamente i poeti non sono noti per l’aspetto razionale, eppure Virgilio, come vedremo, incarna appieno la ragione, se pur non in modo schiettamente filosofico. Per comprendere il tutto, si deve fare una digressione: Il fatto che alla poetica si attribuisca tradizionalmente la trasmissione di verità nascoste, divine e superiori si deve proprio alla minor razionalità presente nei poeti. Costoro, non avendo il filtro della ragione, sono i più disposti ad accogliere e a farsi strumenti comunicativi di piani superiori del reale. Questo fatto è ben spiegato in un dialogo di Platone, Ione. Attraverso le domande che Socrate pone a Ione, viene dimostrato che chi canta è sì ispirato dal Dio, ma non è razionalmente consapevole di ciò che trasmette, motivo per cui, secondo Platone, come poi spiegherà in Repubblica, l’educazione dei futuri guardiani dello stato deve prevedere la poesia, ma è fondamentale che siano i filosofi a scegliere quali messaggi poetici si debbano udire. Soltanto loro sanno quali messaggi possono essere allegorici, simbolici, utili, giusti e propensi allo scopo.
La poesia interpretata secondo i presupposti popolari, invece, può essere nociva. Tuttavia, Virgilio, non rientra in questa categoria di poeti: infatti, lui guida Dante come l’Io superiore che guida la ragione verso le vette, avendo una funzione che, per analogia, possiamo legare a quella presente nella storia di Pinocchio, scritta da Collodi, del grillo parlante.

Nel mondo greco arcaico, i principali generi poetici, epica e lirica, erano destinati all’esposizione orale. Nel caso dell’epica, sia quella di Omero che quella di Esiodo, i canti venivano recitati da figure di aedi e rapsodi, spesso anonimi e perennemente ispirati dal divino, che, con la propria arte, animavano le occasioni di vita comunitaria. Gli aedi e i rapsodi non erano né capi politici né sacerdoti istituzionali, ma spesso figure nate nel popolo che avevano però il particolare dono di poter tramandare le nobili gesta di eroi e dei. Se invece parliamo della lirica, sicuramente si può pensare a una maggiore soggettività e coinvolgimento dell’autore, ma comunque all’interno di un ambito passionale, emotivo e guerriero. Il poeta lirico vive direttamente le esperienze della polis, pur non essendo egli l’élite, ma solo colui che partecipa delle strutture fondamentali, guerra, amore, odio e vari rapporti vissuti emotivamente. Egli si esibisce in contesti pubblici o più ristretti, ma sempre ispirato da una forza superiore che lo guida in modo inconsapevole nei messaggi profondi che trasmette. Le esperienze personali e soggettive sono spesso un sostrato da cui emergono ben altre verità e simbolismi. O, quand’anche queste verità non emergano direttamente in chi ascolta, la sua capacità di far versi e di comporre musicalmente è dettata da ispirazione divina.
In epoca arcaica quindi, fondamentalmente, la poetica non è ancora un’arte ma è qualcosa che emerge come dote naturale, salvo alcune eccezioni, come, ad esempio, la consorteria degli omeridi che si considerava discendente di Omero, e il cui ruolo potrebbe aver assunto una decisiva importanza quando, sotto la tirannia di Pisistrato, vennero messi per iscritti i canti dell’Iliade e dell’Odissea. Poi accade che in età classica, in particolare ad Atene, con la tragedia, la poetica esca dalla sfera della sola ispirazione per divenire il prodotto consapevole di un autore, esponente dell’aristocrazia della città e centrale nella gestione politica di essa, il quale volutamente usa il metro poetico per educare i cittadini ad un certo sistema valoriale e politico.
Per una serie poi di successivi sviluppi, si arriva all’età ellenistica, e qui la poesia è a tutti gli effetti ormai il prodotto di un’arte e di un autore che sceglie razionalmente di comporre per ragioni più che politiche ed etiche, di estetica e gusto letterario. I Romani, quando entrano in contatto con il mondo greco, dapprima conoscono il modo di fare poesia ellenistica, soltanto dopo l’epica e la poesia arcaica. E per un figlio di Roma, la poesia diventa uno strumento particolarmente efficace per trasmettere agli altri un certo sistema valoriale. Lucrezio, ad esempio, userà l’esametro, metro tipico del poema epico, per portare a Roma la filosofia epicurea, rendendola più gradita a uomini che poca dimestichezza avevano con il modo strettamente logico della filosofia greca e col discorso in prosa. Virgilio sceglie la poesia epica per trasmettere a tutto il popolo romano i valori dell’epoca di Augusto, celebrata come nuova età dell’oro. E in tal senso Virgilio si rifà sì ad Omero, ma tra i due vi è una differenza enorme. L’Iliade e l’Odissea incominciano con la formula “cantami o dea”. Il poeta non è il soggetto di ciò che viene rivelato ma il veicolo. L’Eneide inizia con “arma virumque cano”. Quel ‘’io canto” è indicativo. Virgilio non è il poeta che inconsapevolmente si fa strumento del divino, ma è colui che scientemente e attivamente usa la forza delle muse per educare gli altri. E se il filosofo si fa il tramite tra la conoscenza superiore e i pochi in grado di comprendere, individuando, tramite la formazione, la funzione che l’allievo occuperà, il poeta razionale invece già sa chi incarna il principio (nel caso di Virgilio, Augusto), e si fa educatore di un’intera comunità, umili compresi, da cui poi, per il tramite della funzione poetica, vi sarà chi emergerà come migliore.

Il poeta consapevole guida l’anima alla filosofia, ed essa poi la conduce alla dimensione metafisica. Questo è testimoniato dal percorso educativo di Dante. Egli dapprima si avvicinò alla poetica e alle altre arti liberali, solo dopo alla filosofia. Tuttavia, nel viaggio di Dante la poesia assume un’altra faccia, ovvero quella di supporto nei gironi infernali. Quando l’anima ha raggiunto un certo grado di ragione non è garantita nella riuscita della sua opera spirituale, in quanto la razionalità va incarnata. Per cui, dopo essersi dapprima formati poeticamente e artisticamente e dopo essere giunti alla conoscenza razionale più alta, Virgilio, con quella qualifica propria di un poeta, che è in grado di esporre in versi tanto la bellezza quanto gli orrori, e che, razionalmente, con piena padronanza della materia poetica, è capace di far riconoscere gli orrori come tali, differentemente dal poeta che viene semplicemente dominato da forze tanto ascendenti quanto discendenti, aiuta l’anima a superare la fase del subconscio senza farsi deviare, arrivando ad un livello anche più alto della filosofia, grazie al fatto che la poesia fa intuire maggiormente il principio supremo. Tuttavia, una volta completato il proprio compito, ovvero affidato Dante a Beatrice, quindi alla domina sacra direttamente vicina allo Spirito, non può far altro che tornare, insieme alla filosofia, nel luogo mediano. E Dante, una volta compiuto il viaggio, torna nella sfera materiale da perfetto iniziato, in grado di poter ricorrere tanto alla filosofia quanto alla poesia, tanto alla lingua volgare quanto a quella latina, senza alcuna limitazione, in quanto, per chi ha trasceso l’umano, tutto può essere utilizzato.
Lui, come prima abbiamo detto, si occupò di politica e delle verità metafisiche più alte, incarnando quindi tanto l’archetipo del re come alta figura guerriera che del Rex sacrorum; allo stesso tempo, ha incarnato anche la figura di poeta “irrazionale “, con i suoi tormenti, le sue paure e i suoi dubbi, nell’Inferno e in parte nel Purgatorio, ma anche del poeta che consapevolmente mette in versi ciò che ha visto e che, tramite i meravigliosi endecasillabi, riesce anche a narrare i più alti misteri del Paradiso. Contestualmente, ha anche incarnato la figura del filosofo che, con il lume della ragione, cerca di illuminare chi nei suoi tempi, per varie ragioni e motivazioni, stava incappando in errori molto gravi. Con Dante e la sua iniziazione, possiamo dire che si va a raggiungere quella perfetta rappresentazione dell’uomo completo, tanto poeta, tanto filosofo, tanto uomo comune calato nella materia con le sue paure, tanto guerriero, tanto sacerdote.
In Dante – dunque – si possono notare, cosa tipica di un iniziato che ha compreso l’unità del Tutto, le diverse manifestazioni nella loro unità.




