Le élite progressiste, oggi, paiono impegnate in un vero e proprio pellegrinaggio. A pervaderle, la fervida speranza di raggiungere una “terra promessa” liberale, dove tutte le disparità sociali finalmente verranno meno, e tutti saranno totalmente uguali, indipendentemente dal sesso biologico, dalla classe, dalla razza, dalla cultura e dal credo. Un luogo immaginario in cui la gente sarà emancipata da ogni sorta di influenza esterna, siano tali influenze istituzionali o ideologiche, dal cristianesimo al capitalismo, dalla tradizione all’etica, alla propria famiglia e al paese d’origine, ma tutte da screditare e eliminare una volta per tutte dalla società per ottenere libertà e pace.
Sembra di sentire Imagine di John Lennon, vero? Ma c’è una ragione se la canzone, il suo messaggio e l’uso stesso della parola “imagine” sono così celebri. Innanzitutto, si tratta di un inno alla pia speranza, che incoraggia le persone a sognare, e a tentare di battersi per un mondo migliore. In secondo luogo, nel testo non manca una certa ironia, poiché secondo l’Oxford Dictionary, una delle definizioni del sostantivo “imagine” è “credere che qualcosa di irreale o non vero esista o sia tale”. Infine, a cantarla c’era un ex membro dell’iconica band dei Beatles, morto prematuramente sotto i colpi sparati da un lupo solitario giusto fuori dall’appartamento dove alloggiava.

Ora, cosa c’entrano la “terra promessa”, Imagine di Lennon, la sua morte con le élite progressiste e le loro politiche? Beh, alla base dell’idea di “terra promessa” non c’è solo un mitico luogo in cui pace e tranquillità regnino sovrane, ma anche il duro viaggio e gli annessi cambiamenti drastici necessari ad arrivarvi. Nella Bibbia, ad esempio, gli Israeliti dovettero ribellarsi al giogo egiziano e spendere 40 anni attraversando un deserto per giungere finalmente nella terra “dove scorrono latte e miele”:
“Gli Israeliti avevano camminato per quarant’anni nel deserto, finché scomparve tutta la generazione degli uomini in età di combattere che erano usciti dall’Egitto, perché non avevano obbedito alla voce del Signore. Per questo il Signore aveva giurato che non avrebbero visto la terra che aveva promesso ai loro padri di dare loro, una terra dove scorrono latte e miele.” (Giosuè 5,6).
Si tratta di uno scenario a cui la sinistra delle anime candide può ben rapportarsi, intrisa com’è di una visione idealistica di come il mondo potrebbe, sarebbe o dovrebbe essere alla luce delle loro politiche egualitarie, femministe e (al limite o apertamente) marxiste.
Come gli Israeliti, anche i progressisti si sono ribellati alle tradizioni della loro terra natia e ai suoi leader, spinti da una profezia raccontata loro: quella di un mondo migliore a cui tendere. Ma invece di avere Mosè a predicare e guidare il cammino, avevano Marx. Tuttavia, quando le loro idee e politiche prendono piede, non ci si apre davanti una strada lastricata di buone intenzioni che conduce a una vita prospera; piuttosto, ad attenderci troviamo la morte, come dimostra emblematicamente il caso dello stesso John Lennon. Portando tali idee e tali politiche alle loro estreme conseguenze logiche, assistiamo puntualmente alla dissoluzione della fede, della famiglia, della libertà di parola, dei diritti di proprietà e di concetti filosofici fondamentali come la sacralità della vita, l’etica universale, l’orgoglio patriottico.

Secondo le sinistre che dominano il Dáil, l’Unione Europea, i media e le istituzioni scolastiche e accademiche, tutto ciò deve sparire in quanto vincolo che limita il progresso. Loro malgrado, però, il loro “Eden” è destinato a rimanere irraggiungibile, poiché le sue premesse smantellano proprio quei pilastri necessari a mantenere funzionante una società. Non sembrano comprendere che la libertà d’impresa è essenziale perché favorisce l’imprenditorialità, il progresso tecnologico, la crescita del benessere collettivo e della classe media, comprendendo in sé sia il successo che il fallimento. Al contrario, in nome di un anticapitalismo di maniera, non esitano a soffocare per principio economie sane.
La libertà di parola, anch’essa serve, perché riduce la probabilità che questo o quel gruppo, sentendosi forzosamente azzittito, ricorra alla violenza, soprattutto rispetto a questioni intrinsecamente divisive come la fede (o la sua assenza), l’immigrazione e la sacralità della vita. Allo stesso modo, abbiamo bisogno di una qualche forma di etica condivisa: società composte da minoranze che seguono norme e regole radicalmente eterogenee sono più difficili da governare e da far funzionare. Una convivenza pacifica all’interno di una comunità si fa ardua se non esistono valori su cui sia possibile trovare un terreno comune.
Infine, abbiamo disperatamente bisogno di un orgoglio davvero patriottico. Come può la gente pensare di contribuire al mantenimento delle istituzioni, alla tutela della cultura e della comunità nazionale se non se ne sente responsabile? Metaforicamente, medici e infermieri si prendono cura dei loro pazienti perché tengono alla loro salute e sono fieri della professione che hanno scelto. Senza questo senso di responsabilità, le loro competenze rimarrebbero inefficaci, e i pazienti ne soffrirebbero.

L’Eden progressista non si realizzerà mai perché in esso si negano fatti biologici, psicologici ed economici indiscutibili. Negano l’esistenza del dimorfismo sessuale tra uomini e donne, che contribuisce a spiegare le differenze che sussistono in mestieri, salari, comportamenti e aspettative di vita. Negano i progressi scientifici dell’embriologia, che mostrano come i bambini non ancora nati siano esseri umani meritevoli di diritti, e non semplicemente “ammassi di cellule”, ignorando – fra l’altro – che una società che elimina prematuramente futuri cittadini, lavoratori e contribuenti è destinata al collasso.
Negano, infine, le profonde differenze filosofiche, religiose e culturali che distinguono le nazioni del mondo, sostenendo che una valga l’altra e che basti ignorare le divergenze per campare in armonia. “Hold my beer!”, rispondono l’Irlanda del Nord e il Libano. Negano apertamente i ripetuti fallimenti dei dogmi marxisti in Venezuela, Corea del Nord, Cuba, Cina, Cambogia, Sudafrica e la vecchia Cortina di Ferro, liquidando l’incamuffabile con il solito ritornello: “beh, quello non era il vero comunismo”.
Per farla breve, le élite progressiste soffrono di un insanabile scollegamento dalla realtà osservabile. Ed è per questo che esiste un Eden tutto loro. Un Eden destinato a non concretizzarsi mai.
Link articolo originale: https://nationalparty.ie/the-liberal-promised-land-that-can-never-be/




