9 Maggio 1945, Germania: Berlino è presa. Il Terzo Reich è stato sconfitto. Il territorio tedesco viene diviso in quattro zone di influenza, all’origine della successiva spartizione di Germania Ovest e Germania Est, destinata a perdurare sino al 1990. Per le strade della Nazione regnano desolazione, paura e la distruzione della guerra, ma non solo. Le truppe sovietiche che hanno “liberato” Berlino, infatti, avanzano a suon di uccisioni di civili, stupri e violenze perpetrate indiscriminatamente sull’intera popolazione.
In una rara e celebre fotografia, scattata a Lipsia al capolinea della stazione ferroviaria, un soldato afferra una donna per un braccio mentre un altro le sogghigna dietro, agguantandola con le braccia. Un’immagine che, da sola, emana un orrore senza fine. La cronaca, sugli stupri di massa commessi da parte dei soldati sovietici nei confronti dell’inerme popolazione civile, differisce in base alle fonti che si consultano. Secondo la storiografia russa, semplicemente non avvennero. Mentre la Germania, oggi, non cessa di prodursi in pubblici mea culpa intorno a una parte del proprio passato, la Russia si rifiuta categoricamente di fare altrettanto. Le violenze sovietiche, però, non risparmiarono nessuno, dagli uomini, alle donne, ai bambini (dagli 8 agli 80 anni), in un numero stimato in 2 milioni di individui interessati.

Sebbene le atrocità commesse nel territorio di Berlino rappresentino il caso più eclatante nel corollario delle aggressioni messe in atto durante l’invasione Alleata della Germania, le violenze sessuali contro le donne tedesche hanno inizio durante l’offensiva Sovietica già nel 1944, in Prussia Orientale, in Slesia e in Pomerania. Lo storico britannico Anthony Beevor ha definito lo stupro di massa perpetrato dai Sovietici durante le battute finali della Seconda Guerra Mondiale come il più grande fenomeno di stupro di massa della Storia, concludendo che almeno 1,4 milioni di donne sono state violentate nella sola Prussia orientale. Un altro storico statunitense, William Hitchcock afferma che, in molti casi, le donne furono vittime di stupri ripetuti stupri, talune di esse subendo decine di aggressioni di natura sessuale.
Diversi storici russi, al contrario, hanno negato o sminuito l’entità dei fatti, relegandoli ad eventi sporadici, inevitabili durante una campagna di conquista e liberazione. Numerosi reduci sovietici affermarono, dal canto loro, che nei propri reggimenti non si assistette ad alcuna indiscriminata violenza. Invece, un altro reduce russo, rimasto anonimo, decise di ricordare; “Quando occupavamo ogni paese i primi tre giorni saccheggiavamo e stupravamo. Ricordo una donna tedesca violentata, stesa nuda con una granata tra le gambe”.

La vendetta dell’Armata Rossa si abbatté quindi, come molte volte succede nelle guerre, sugli innocenti. Circa 100.000 donne furono stuprate solo nel territorio di Berlino (statistica ottenuta grazie alla certezza dei resoconti ospedalieri), su circa 2 milioni violentate nell’intero Paese negli ultimi sei mesi delle ostilità (240.000 di esse, addirittura, morirono in seguito alle sevizie). Ad incidere su quest’ondata di violenza giocò un ruolo importante quella che Gabriele Kuby definisce “l’esaltazione della vittoria”. L’ebbrezza di essere gli artefici della caduta del cuore politico del Reich, unita all’impatto con la società occidentale e con la borghesia berlinese, accentuarono lo stato di disinibizione dei soldati sovietici, che “commisero delle azioni di cui sentivano il desiderio (dopo anni trascorsi senza ferie e senza donne), ma non le commisero ad onore dell’Unione Sovietica né a disonore della Germania”.
Tuttavia, sappiamo bene che le ritorsioni antitedesche non furono soltanto russe, ma anche statunitensi, britanniche, francesi. I francesi, in particolare, con le loro truppe coloniali di origine africana, furono protagonisti anche in Germania, non prima di essere passati dall’Italia, di indicibili aberrazioni su larga scala. Dinanzi a tutto questo, sarebbe stato lecito aspettarsi il popolo tedesco avesse voluto fissare una data nel suo calendario istituzionale per ricordare queste donne, ma in fondo non c’è da sorprendersi se nessuna commemorazione è stata prevista. Anche qui, nella nostra Italia, le “marocchinate” dei goumiers coloniali marocchini, videro lo stupro di massa di 60.000 vittime, tutte, purtroppo, ancora oggi colpevolmente ignorate. Nonostante la dolorosa verità documentata, la sete di giustizia non cessa infatti di scontrarsi con muri di omertà e di tragica ignoranza.
Dal canto nostro, è doveroso mantenere la luce accesa su un capitolo tanto doloroso, troppo spesso taciuto dalla storiografia moderna e dalla memoria collettiva. Una storia di donne, donne innocenti che hanno portato sui loro corpi il segno di una vendetta, di una giustizia arbitraria, di un interminabile e atroce regolamento di conti.




