Il serpente nero e il tempo lineare
Nel celebre episodio di Così parlò Zarathustra, un pastore viene assalito nel sonno da un serpente nero che gli penetra in gola fino a soffocarlo. Il grido di Zarathustra squarcia la scena: «Mordilo! Staccagli la testa, mordilo!». Il pastore obbedisce, azzanna il serpente, ne recide la testa e la sputa lontano. Poi, trasformato, si leva in piedi circonfuso di luce, ridendo di un riso mai udito prima. Questo serpente nero incarna la temporalità che ha dominato l’Occidente per secoli: il tempo chronos, meccanico, scandito da un ritmo sempre uguale e indifferente. È il tempo del Nulla, dell’insensatezza, che si esperisce nel «sonno dell’azione», nella passività della rinuncia. Quanto più restiamo in attesa, tanto più ne saremo soffocati.
Zarathustra comprende una verità fondamentale: il serpente, entrando in noi, diventa parte di noi stessi. Per questo ogni tentativo di strapparlo via dall’esterno è inefficace. Il nichilismo non può essere superato sostituendo al Dio cristiano un altro ideale – la ragione, il progresso, la democrazia, il socialismo. Se si tenta di rimuovere il serpente in questo modo, «questo non fa che mordere e attaccarsi ancora più forte». È necessario un cambio radicale di paradigma.
Giorgio Locchi e la scoperta del tempo sferico
Nel suo intervento al convegno di Rieti su Giorgio Locchi (25 novembre 2023), raccolto nel volume Giorgio Locchi: l’intellettuale, il filosofo, il risvegliatore (Passaggio al Bosco), Adriano Scianca sostiene che per comprendere i filosofi che hanno plasmato il Novecento sia indispensabile passare attraverso il pensiero di Giorgio Locchi. Il suo merito è aver elaborato una concezione del tempo radicalmente alternativa a quella lineare, che permette di gettare un ponte tra Nietzsche, Heidegger e Gentile.
Scrive Locchi: «Ad ogni momento il Divenire è dato nella sua totalità; e soltanto muta il centro, la prospettiva che esso istituisce. L’istante non è più un «punto», il presente non separa più il passato ed il futuro e non è da essi separato. Il presente è la sfera, di cui «passato», «attualità», «avvenire» sono le tre dimensioni». Il tempo cessa di essere una linea retta per diventare una sfera in cui ogni punto è contemporaneamente centro e periferia, in cui passato e futuro coesistono nel presente come dimensioni di un’unica totalità.

L’Augenblick: il centro della sfera
Secondo Scianca, Nietzsche, Heidegger e Gentile esprimono questa visione sferica. Un indizio fondamentale è l’uso, da parte dei due filosofi tedeschi, del termine Augenblick – l’«attimo» – che Locchi identifica con il centro della sfera. In Heidegger, l’Augenblick rappresenta l’unità delle tre dimensioni temporali. Il filosofo definisce passato, presente e futuro come tre «estasi» (Ekstasen), dal greco «stare fuori». Si tratta di una forma di trascendenza, un non-luogo in cui il tempo si manifesta. E questa trascendenza è l’esserci stesso, l’uomo che fa esperienza autentica del tempo. L’istante non è un punto sulla linea che separa un «non più» da un «non ancora», ma l’unità delle tre dimensioni, un’esperienza di compresenza originaria che supera la concezione lineare.
Nietzsche: il morso come superamento
Il gesto del pastore – il morso alla testa del serpente – non è un semplice atto di forza, ma l’incarnazione di questa nuova temporalità. Il grido «Mordi!» di Zarathustra mostra l’inefficacia di ogni tentativo esterno. È necessario un gesto estremo che trasformi la natura stessa dell’uomo: da animale razionale (l’uomo del calcolo) a Esserci (colui che, oltrepassando la ratio, risponde al Destino).
La soluzione è radicale: quell’uomo, da solo, deve affrontare il massimo pericolo. Deve affondare i denti nel capo del serpente nero, deve staccargli la testa con un morso.
Heidegger chiarisce: «Il nichilismo viene superato soltanto se viene superato dalle fondamenta, se lo si afferra per la testa». Il superamento è possibile, ma ogni uomo deve mordere la testa del serpente, perché ogni uomo ne è soffocato. Un nuovo pensiero – l’eterno ritorno – deve essere metabolizzato e incarnato da ciascuno. Solo così potremo assistere alla venuta dell’«essere circonfuso di luce». Non più un essere delle tenebre, ma luminoso; non più ululati, ma canti e risate catartiche.
Zarathustra diventa la personificazione di questo pensiero. È il pastore che guida il gregge ma ne è anche guidato. È l’Evento-appropriazione, il «servizio-affrancante» heideggeriano. Il superamento del nichilismo richiede il sacrificio dell’animal rationale (l’uomo dalla natura canina) in favore dell’esserci. Una prova estrema di coraggio, sintetizzata nel comando: Mordi! Per sputare lontano la testa del serpente. Zarathustra è colui che ha finalmente incarnato l’exaiphnes. Per questo viene onorato dai suoi animali solo dopo aver superato il mondo del cane che ulula.
Gentile e l’Io come Atto
In Gentile, il centro della sfera è occupato dall’Io trascendentale, inteso non come soggetto statico, ma come Atto puro. Scrive Scianca: «Questo atto comprende e fonda tutta la realtà, non ha nulla di estraneo a sé: nemmeno Dio, nemmeno la natura, nemmeno il passato. Il passato inteso in senso linearista, come dato bruto, immodificabile, è trasfigurabile, plasmabile dall’atto». Siamo di fronte allo stesso concetto: l’exaíphnes, l’istante in cui il tempo si raccoglie e si supera. Non c’è un «già stato» che resista alla potenza dell’Io, così come non c’è un serpente che possa essere strappato via dall’esterno.

Le due epoche: egualitarismo e sovraumanismo
A questo punto è necessario chiarire tra quali poli si gioca il passaggio reso possibile dall’exaíphnes. Le due epoche che si contendono il destino dell’Occidente sono da una parte quella dell’egualitarismo – il nichilismo dell’appiattimento, dell’orizzontalità, del tempo lineare che livella ogni differenza – e dall’altra quella del sovraumanismo – la dimensione verticale che tende alla trascendenza, all’elevazione, al superamento.
Il serpente nero del nichilismo non è solo il tempo meccanico, ma anche e soprattutto l’ideologia dell’uguaglianza a tutti i costi, che soffoca l’uomo impedendogli qualsiasi slancio verso l’alto. Il morso di Zarathustra è quindi anche un morso all’egualitarismo, alla riduzione dell’uomo a mero ingranaggio di un meccanismo sociale privo di senso. La nuova epoca verso cui si tende è quella in cui l’uomo, liberato dal serpente, può finalmente dispiegare la propria natura verticale, diventando ciò che è chiamato a essere: non più gregge, ma pastore; non più animale razionale, ma esserci; non più uomo dell’orizzontalità, ma del sovraumanismo.
Le radici platoniche: l’exaiphnes nel Parmenide
Grazie a Locchi e agli studi di Vincenzo Cicero, emerge un filo rosso che connette questi pensatori a un’origine remota: il concetto platonico di exaiphnes (l’«improvvisamente», l’«istante»). Il Parmenide di Platone segna una svolta nella tradizione occidentale. Al suo interno emerge l’impossibile concetto dell’istante, un’idea che sfida l’intera filosofia successiva. Salvatore Lavecchia lo descrive come una «soglia aperta in un non-spazio» in cui gli opposti coesistono, costantemente trascesi dall’Uno. L’exaiphnes è il punto in cui il mutamento avviene, la soglia in cui l’essere transita da una determinazione all’altra.
Heidegger riconobbe l’importanza di questo concetto nei seminari degli anni ‘30, identificandolo come il culmine del Parmenide e della filosofia occidentale. Tuttavia, non vi tornò mai esplicitamente. Secondo Cicero, questo «oblio» fu deliberato: l’adozione piena del concetto avrebbe provocato una crisi nel suo pensiero. Ma l’eredità del Parmenide rimane viva, e l’exaiphnes continua a esercitare un’influenza sotterranea.

Essere, tempo e Storia: l’istante come destino
Il pensiero di Heidegger porta a concepire il mutamento dell’essere come un processo che si manifesta attraverso l’exaiphnes, l’istante in cui due possibilità si dischiudono. L’essere non può trovarsi simultaneamente in due epoche opposte; transita dall’una all’altra attraverso quell’attimo originario che rende possibile la Storia.
Prima dell’exaiphnes percepiamo solo la possibilità in atto. Nell’istante emerge anche l’altra possibilità, che supera e oscura la precedente, rendendo impossibile dedurre la nuova dalla prima. È in questo svelamento che si radica la trasformazione dell’essere. L’Augenblick heideggeriano emerge da quella trascendenza rappresentata dall’exaiphnes, incarnata nell’esserci. Questo stato di apertura all’inizio è più accessibile al poeta che al filosofo, perché il poeta è pre-disposto a diventare il punto di passaggio, come dimostrano Trakl, George e Nietzsche.
Conclusione: l’attimo che non si lascia calcolare
«Quest’attimo non può mai essere realmente fissato, né tantomeno calcolato. Esso soltanto pone il tempo dell’evento». Con queste parole di Heidegger possiamo concludere.
L’exaiphnes, l’istante, il centro della sfera, l’Augenblick, l’atto puro: diverse voci per dire la stessa cosa, per indicare quella soglia in cui il tempo si raccoglie e si supera, in cui l’essere si manifesta. Il serpente nero del nichilismo e dell’egualitarismo non può essere sconfitto dall’esterno, con nuovi idoli. Può essere vinto solo dall’interno, da un uomo che abbia il coraggio di mordere, di incarnare l’attimo, di diventare quel centro in cui passato e futuro si incontrano e si trasfigurano.
È il momento di tornare a mordere. Il pastore che azzanna il serpente e ne sputa lontano la testa non è un eroe lontano. È ciascuno di noi, chiamato a fare i conti con il tempo che lo soffoca, chiamato a trasformarsi da animale razionale a esserci, da uomo dell’orizzontalità a uomo della verticalità. Solo così potremo levare quel riso che mai prima d’ora era apparso sulla terra, il riso di chi ha finalmente compreso che l’istante non è un punto sulla linea, ma il centro della sfera, il luogo in cui il tempo si fa eternità e l’eternità si fa tempo.




