L’ANTIFASCISMO COLPISCE ANCORA. L’oscenità dei graffiti sul Bivacco Ferrario

Set 10, 2026

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“L’antifascismo colpisce ancora”. Potrebbe sembrare una liaison per un nuovo film di George Lucas; in questo caso, però, non è l’impero a colpire, ma solo un manipolo di antifascisti, che nel cuore della notte hanno dato conferma, ancora una volta, della vera essenza dell’antifascismo militante.

“ANTIFA”, – “VOTATE POTERE AL POPOLO”, – “VIA I MILANESI”, – “FREE PALISTINE” sono le scritte che hanno pesantemente vilipeso il Bivacco Ferrario, simbolo storico dell’alpinismo lecchese, situato in cima alla Grigna Meridionale, a quota 2184m. Un deturpamento che ha scosso l’intera comunità montana e non solo, a giudicare dai numerosi commenti comparsi sui social di alpinisti, escursionisti e persone anche lontane dal mondo della montagna, che quasi all’unisono hanno espresso il loro sgomento di fronte a questo scempio.

Eppure, ciò che nella vicenda fa restare allibiti non è tanto il gesto in sé, in quanto demenza e antifascismo solitamente viaggiano insieme, bensì l’incapacità (forse voluta) di “leggere” con onestà intellettuale quanto accaduto. Gli autori di questo gesto vigliacco, infatti, vengono descritti semplicemente – e genericamente – come vandali incivili, ma quanto accaduto parla chiarissimo: è l’antifascismo militante che si manifesta ancora una volta nella sua forma più becera e subdola. Perché fatichiamo ancora a sdoganare la vera essenza dell’antifascismo? Viviamo evidentemente in una società che sta perdendo l’abitudine di attribuire alle parole il loro giusto significato, perdendone così il valore intrinseco, e ciò non può che comportare la snaturalizzazione etimologica del senso delle cose, e, di conseguenza, lo sdoganamento di determinate azioni.

Gli autori dell’atto vandalico sono di matrice antifascista prima ancora di essere incivili, ed emerge lampante l’intento di esprimere un messaggio di propaganda politica oltre che di discriminazione territoriale. “VIA I MILANESI”, si legge forte e chiaro, ma sorge spontanea una domanda: cosa potrebbero pensare di ciò i militanti di Potere al Popolo della sezione milanese? Ancora una volta, il corto circuito della galassia antifascista: paladini della democrazia e dell’uguaglianza patologica, in grado di discriminare chi abita a pochi chilometri dalla loro provincia; difensori estremi dell’ambiente, ma assolutamente in grado di deturparlo per dar sfoggio del loro narcisismo sfrenato.

Al di là dell’idiozia, l’aspetto più grave è il fatto che in molti italiani serpeggia ancora la paura di ammettere che l’antifascismo militante presenta – possiamo ben dirlo – connotati psicopatologici. È importante, invece, delineare che alle radici di tutto ciò non sta solamente una banale goliardata, ma un male ben preciso, che bisogna capire di chiamare per nome; un male capace di infamare e demonizzare l’avversario politico, di usare la violenza per intimorire o eliminare chi non si allinea, e che campa sulla propria ideologia, perché proprio di questo si tratta. Ammetterlo significa essere in grado di leggere gli eventi con consapevolezza cognitiva.

Una malattia, una vera e propria malattia. Chi la subisce, percepisce la realtà in modo totalizzante, pervaso da un’intolleranza cieca verso tutto ciò non è conforme con la propria forma mentis. Ogni mezzo è giustificabile per affermare l’ideologia, e qui calza la risposta ad una riflessione comparsa sotto un articolo che riportava la notizia: “cosa spinge degli individui, a effettuare una salita di 1000m di dislivello, arrivare in cima, tirar fuori la bomboletta e deturpare la montagna?” Beh, tutto è attribuibile alla patologia, con comorbilità di altre malattie dell’anima, come la vigliaccheria e l’infamia.

Il processo neuroscientifico che indaga sulla struttura ideologica afferma che il cervello è sempre a caccia di certezze tramite la prospettiva di una teoria sistematica, capace di spiegare ogni cosa con certezza e verità assoluta, compendiando lo stato d’insicurezza di cui molti soffrono. La montagna, però, non ammette insicurezze. La montagna ci insegna il silenzio, disabitua dalle chiacchere, dalle parole inutili, dalle inutili, esuberanti effusioni. Ciò che ha mosso la mano dei nostri graffitari è l’anti-montagna per eccellenza, perché l’alpinismo è una spinta verticale non adatta agli spiriti zavorrati posseduti dal demone metropolitano che pietrifica ogni vita, sincopa ogni respiro e contamina ogni fonte. E’ la disciplina dell’alpinismo e dell’escursionismo, in ciò, il miglior antidoto all’antifascismo mentale, perché in essa l’individuo abbandona a valle ogni forma d’intolleranza e di pregiudizio, in quanto il confronto con la natura richiede una presenza di spirito capace di amalgamarsi con il logos – principio razionale ordinatore dell’universo nel quale ideologie, dogmi e pregiudizi vengono sciolti dall’essenza dell’alta quota, nelle cui attitudini conta il rapporto che si ha tra se stessi e ciò che ci circonda. È lo slancio verso l’alto, l’avventatezza di dare il meglio di sé a prescindere dal risultato,  la connessione profonda tra Uomo e Natura che genera rispetto, silenzio e disciplina. La vetta è un bagliore che illumina l’alpinista per pochi minuti e poi tutto svanisce, parafrasando il celebre motto del famoso alpinista francese Lionel Terray “l’alpinismo è la conquista dell’inutile”. Sulla vetta ci rimani poco tempo; ciò che conta, è il percorso di trasformazione interiore che hai compiuto per arrivare in cima. Ecco perché la montagna è il vero antidoto all’antifascismo psichiatrico: andare in montagna significa lucidità, presenza di Spirito, fisicità, bellezza. Tutto ciò che la matrice di quelle scritte non potrà mai metabolizzare.

Nessun ente locale dichiaratamente antifascista ha preso le distanze da questo gesto, nessuno che abbia avuto la dignità di contestualizzare il fatto o esprimere sdegno di fronte all’immenso scempio. A tutti costoro, però, va rammentato che proprio loro sono i primi a frignare come bambini viziati quando sulle vetrine delle loro sedi compaiono svastiche fatte al contrario o croci celtiche che assomigliano ad ami da pesca, invocando a pieni polmoni l’applicazione della pena capitale per i responsabili (anche se questi, spesso e volentieri, non sono militanti di movimenti di destra, ma amichetti dritti dai loro ranghi malati di narcisismo vittimistico).

Tuttavia, inutile sprecare fiato per chi, in passato, ha appoggiato la deplorevole polemica sulle croci in vetta, che a dire di troppi, deturpano l’ambiente montano. Qui, la provocazione sorge spontanea: la stessa indignazione lorsignori la provano anche per il busto di Lenin alto mezzo metro posto in cima a Peak Lenin, a 7134m? Eppure, quel busto, se contestualizzato nella storia del Kirghizistan, è pregno di un significato storico-culturale che non vuole vandalismi.

Ed ora, tra la rettitudine delle vette, lasciatemi solo. Solo a silenziare i talebani della cultura.