L’Altopiano dell’Argimusco. Pensieri, scoperte e incontri nel cuore sacro della Sicilia

Set 30, 2026

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Lo scorso 3 luglio, nella Messina rinfrescata dalla pioggia estiva, si è tenuta all’Irish Pub di Ganzirri la presentazione del saggio Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell’Ethnos, onorata con sinceri applausi, allietata da un vivace interesse, calorosi complimenti e un’accoglienza straordinaria del pubblico, protrattasi fino a tardi con un vero e proprio convivium patrizio. Come poter non pensare in questi giorni seriosi a Pietro Lanzafame, Ciccio Rizzo, il Prof. Sandro Consolato, che ha lodevolmente moderato la presentazione, in presenza di tutti gli altri ragazzi del gruppo militante?

Il giorno seguente, il fatidico sabato 4 luglio, ancora sferzato dalla pioggia, è stato dedicato all’escursione sull’Altopiano dell’Argimusco, a circa 1200 metri di altitudine, ubicato tra i Monti Peloritani e i Monti Nebrodi, vicino ai comuni di Montalbano Elicona, Tripi1Antica Abaceno, celebre roccaforte sicula. e Roccella Valdemone. Una volta a Montalbano Elicona, al gruppo si è unito Niccolò, storico musicista degli Hobbit, stringendo rapidamente amicizia con tutti i membri e condividendo la comune passione per la musica… e che musica! Il tutto accompagnato da buon vino e cibo, rigorosamente locali, e da una negoziante col suo dialetto “gallo-italico”.

Giunti sul posto per raccogliere i dati della ricerca in corso, si percepisce immediatamente la magia.  «Questo è un omphalόs», si pensa subito. Si scorgono i primi menhir a dare il loro maestoso benvenuto. L’esplorazione non tarda di un secondo. Quel che si mostra agli occhi è qualcosa di ineffabile, di straordinario. La vulgata “ufficiale” o “accademica” sul caso dell’Altopiano dell’Argimusco riporta che si tratta di “falsi megaliti” scolpiti dal vento “impetuoso e continuo” ecc. ecc. Altrettanto di moda sono le “suggestioni” tipicamente New Age circa le pareidolie forzate: madonne che pregano, facce malefiche, silhouette d’aquila e teste di serpente. Ovviamente, sia dall’una parte scientista e sia dall’altra completamente snaturata (irragionevole, più che irrazionale), provengono soltanto i mostri mentali di una società corrotta ormai fino al midollo, alla quale non resta niente se non annoiarsi con razionalizzazioni del tutto infondate o suggestioni del tutto illogiche. Due eccessi tipici in una realtà totalmente avulsa dalle proprie tradizioni, brutalmente sradicata, senza identità, che ha smarrito i propri orientamenti ancestrali.

Ad ogni modo, il complesso megalitico dell’Argimusco si staglia con tutta la sua imponenza lasciando vedere millenni di frequentazione umana, almeno a partire dal Mesolitico o primo Neolitico, data la mancanza superficiale o quantomeno apparente di materiale ceramico2Neolitico aceramico, IX-VIII millennio a.C., così come vi è apparente mancanza di industria litica di qualsiasi tipo affiorante (pietre scheggiate o possibile debitage) nei dintorni. Già i primi due menhir si presentano come tali: non eretti dall’uomo, ma scolpiti a colpi di ascia di basalto sull’arenaria quarzosa che fisicamente li costituisce3Le tracce delle lame sono ben visibili in ogni angolo dei due megaliti con la tipica forma impressa a falcetto lunare., con nicchie verticali ad altezza d’uomo rivolte a mezzogiorno e realizzate proprio per accogliere uomini erti dinanzi ai raggi solari per un’iniziazione. I due monumenti megalitici, che si stagliano nel cielo affiancati lungo una linea Est-Ovest guardando a Nord-Sud, presentano anche delle banchine e delle canalizzazioni per il deflusso delle acque piovane alla base.

Uno dei due menhir posti vicino all’ingresso del santuario. Questo è quello a Est, con la faccia rivolta a Sud.

Si sono potuti osservare inoltre dei buchi perfettamente circolari intagliati negli alti pinnacoli rocciosi, proprio in cima ad essi; non solo in quelli prossimi, ma anche in tutto l’intorno, dove si innalzano altri pinnacoli rocciosi che nelle loro imponenti e irraggiungibili sommità mostrano avere fori intagliati perfettamente circolari aventi la precisa funzione di far passare entro essi la luce del sole in determinati momenti dell’anno. Questa funzione viene relegata anche ai buchi, il cui scopo è quello di catalizzare l’energia solare4Ricordiamo ai lettori che la differenza tra buco e foro consiste nel semplice fatto che il buco è una cavità di una certa profondità, variabile, e che non trapassa le due superfici, mentre il foro è una cavità che trapassa le due superfici permettendo di vedere dall’altra parte.. Ci si è chiesti allora quale funzione svolgessero le altre rocce poste innanzi. La risposta alla domanda non ha tardato ad arrivare: è bastato avvicinarsi all’altro gruppo megalitico, proprio quello posto innanzi ai primi due e su cui passa il sole lungo la sua eclittica post-solstiziale, sotto la costellazione del Cancro, proprio a mezzogiorno. Un complesso di rocce come ci si poteva aspettare: una grossa rupe sbozzata a colpi di scure, con sistema di gradini, banchine, gli stessi elementi ritrovati nei due menhir che accolgono all’ingresso; accanto a questa rupe sta un vero e proprio sistema trilitico, che il tempo e i vari agenti atmosferici hanno divelto, costituito da due grossi blocchi parallelepipedi, sbozzati in modo quasi perfettamente geometrico, di cui uno sormontato da un blocco più piccolo lavorato per essere incastonato sopra esso per poter livellare la parte portante della trabeazione (si vedono ancora delle protuberanze alla base del blocco piccolo sormontante che fungono da perni per l’incastro perfetto). Uno dei due piedritti, quello lungo, perdendo l’elemento orizzontale posto sulla sommità per creare la trabeazione, si è accasciato sul piedritto costituito dai due blocchi (il piedritto con il blocco più piccolo sormontante). Il terreno, infatti, ha ceduto, facendo cadere la trabeazione, lasciando inclinare il grande piedritto con le sue banchine alla base sull’altro. Si cerca allora il blocco orizzontale. Un grosso masso rovinato a terra, proprio dietro al sito precedente. La trabeazione permetteva di traguardare il sole in un dato momento dell’anno per far giungere i raggi proprio sui due menhir posti all’ingresso, anche sulle nicchie in verticale poste in direzione del mezzogiorno dove sarebbe avvenuta l’iniziazione. Tutto questo complesso, infatti, funziona seguendo le due direttrici Est-Ovest e Nord-Sud

Daudeferd (a destra) e Ciccio Rizzo (in piedi, a sinistra) mentre esaminano il megalite.

A poca distanza, in prossimità di un Ilex aquifolium, ossia l’agrifoglio o pungitopo maggiore o ancora alloro spinoso5 Il vicino bosco di Malabotta è ricoperto infatti di molte specie arboree, tra cui castagni, cerri e faggi., si scorge un masso di dimensioni non troppo grandi, la cui faccia laterale, coperta da un piccolo arbusto, presenta un’incisione molto particolare: una doppia spirale lunga all’incirca una quarantina di centimetri che si estende in verticale (secondo l’altezza del masso che la ospita). Trattasi, dati i ripetuti confronti tipologici, di un’incisione eseguita con una lesina in rame, passata più volte fino a lasciare un solco a sezione trapezoidale, che risalirebbe ad un periodo collocabile tra la prima e la media Età del Rame, grossomodo tra 3200 e 2500 a.C., dinanzi a splendidi confronti positivi con le doppie spirali incise proprio in questo periodo nel complesso megalitico funerario di Newgrange, in Irlanda, nel complesso megalitico di Tarxien, a Malta, nell’arte rupestre della Valcamonica6Tra i tantissimi esempi, si possono prendere quello della stele di Ossimo n. 10, nello stile III A1 del Rame II, 3000-2500 a.C. circa, quello della stele di Cevo, quello della stele di Caven n. 3, in Valtellina, sempre del Rame II., e sempre in diretto collegamento con la Scandinavia e le regioni del Mare del Nord (tramite le tre vie fluviali, Reno, Weser ed Elba, e poi la Scandinavia con le steppe ponto-caspiche e pertanto con il vasto Est siberiano che giunge fino al Nord dell’India, passando ovviamente anche per l’Altopiano iranico per mezzo delle Culture di Afanasevo, di Srubna, di Andronovo ecc). Opera ovviamente o di quei cacciatori-raccoglitori paleo-mesolitici divenuti già agricoltori sedentari e stanti alla base del substrato etnico nel quadrante continentale atlantico della comunità celtica (già caratterizzati da Y-DNA R1b, non si dimentichi questo dato importante), oppure di nuovi arrivati durante la fase di dispersione del fenomeno campaniforme. Infatti, non si deve mai escludere l’uso delle lesine in rame facenti parte del corredo importato durante questo periodo nelle varie regioni continentali dal popolo della Cultura del bicchiere campaniforme, che ben si associa all’erezione e frequentazione di complessi megalitici, come abbiamo visto nelle isole britanniche, lungo le regioni atlantiche e del Mare del Nord, in Francia e in Germania.

Un simbolo, quello della doppia spirale, che nella Weltanschauung indoeuropea ha avuto una intensa continuità, fino alle fibule – forse più in uso in ambito femminile – cosiddette “ad occhiali” (ma in realtà a doppia spirale), che hanno caratterizzato la gran parte della nostra penisola e della Sicilia fino alla prima Età del ferro7Le culture enotrie appenniniche e sub-appenniniche, l’Ausonio I e II, le varie fasi della Cultura sicula di Pantalica.. Inutile dire quanto viene ripetutamente profuso negli ambienti accademici isolani: pur di non contraddire l’imperativo ex Oriente Lux, nonostante la folgorante evidenza, si tratta di simboli incisi in epoca piuttosto recente da qualche “dilettante di esoterismo”, senza mai aprirsi al sano dialogo. La doppia spirale: una spirale che si snoda in senso orario, dipanandosi dal suo centro al suo lembo più esterno, quale simbolo della nostra origine e di ogni ente nel Noûs, la nostra incarnazione direttamente dal Cielo in un corpo fisico, a rappresentare lo svolgersi della nostra vita fino alla nostra morte corporea, e poi il nostro viaggio di ritorno all’origine, al Noûs, rappresentato nell’altra spirale che volteggia in senso antiorario, partendo dal lembo più esterno fino al suo centro. Le due spirali sono collegate da un asse che sembra essere un cordone ombelicale: la sottile linea rossa che separa le due dimensioni, tra vita e morte, tra contingenza ed eternità. Nel portello tombale castellucciano n. 31, questa dualità viene rappresentata dall’unione carnale tra l’uomo e la donna, il momento magico del concepimento, in cui Alfa si unisce ad Omega, i due elementi del sistema-codice binario che sta alla base dell’universo. Terminata questa prima tappa, ci si incammina verso tutti gli altri gruppi di rocce.

Nella prima immagine, il simbolo della doppia spirale nell’Argimusco; nella seconda, il simbolo della doppia spirale nella Domus de Janas di Sa Pala Larga, in Sardegna; nella terza, la doppia spirale all’interno del complesso megalitico funerario di Síd an Broga, località meglio conosciuta come Newgrange, in Irlanda. I Triskeles o Triskelia ottenuti dalla congiunzione di tre spirali e incisi sui massi del complesso megalitico di Newgrange trovano perfettissima corrispondenza nello stile dei fasci di linee incise nei massi del Cairn di Gavrinis, in Bretagna, sempre dello stesso periodo, Molti symplegmata simbolistici (ovvero “intrecci” di vari elementi, di cui ognuno è già un simbolo) della Sardegna dell’età tardo-neolitica, dell’età del Rame fino al Bronzo Antico (come gli assi terminanti a doppia spirale delle Domus de Janas, in particolar modo il caso della Domus de Janas di Baldedu, a Chiaramonti, sempre nel territorio di Sassari) trovano perfetta corrispondenza con la Cultura castellucciana siciliana dell’antica Età del Bronzo (portelli tombali nn. 31 e 34 di Cava della Signora, ritrovati a Castelluccio di Noto), che ovviamente rievocano – con qualche lieve differenza – anche le incisioni maltesi.

Certo, queste rupi hanno comunque subito l’azione eolica e degli agenti atmosferici, senza dubbio, tanto da assumere forme che la nostra mente associa a determinate figure8Il caso della pareidolia, appunto.. Senza alcun dubbio. Solo che queste rocce presentano ancora nicchie verticali alla base, buchi e fori di traguardo, sempre in direzione del mezzogiorno. Nell’intorno, dall’altro lato, dove batte il Sole ci sono menhir eretti appositamente, di cui uno con omphalόs scolpito. Subito mi accorgo però che non è l’unico, parecchi menhir dell’area presentano dischi puntati o omphaloí: grosse bugne emisferiche con tanto di punto al centro a rappresentare il contatto tra Cielo e Terra, il punto di unione tra Divino e uomo. Seguono altre rupi, dove si ritrovano ancora blocchi perfettamente sbozzati, geometricamente verticali, parallelepipedi, a formare porte strette, varchi per la luce solare; e poi ancora la ricorrenza sulle rocce di un motivo simbolico ben preciso: il disco puntato, assieme a buchi e fori. Si è già spiegato in altre sedi il significato del disco puntato che ricorre nei tempi più antichi dalla Scandinavia alle Alpi, alla Sicilia: è il più antico simbolo che riguarda le nostre origini celesti, il punto di origine della Wut, dell’esplosione primigenia che ha dato inizio al tutto9Il Dio Óðinn/Ianus-Coelus-Cerus/Οὐρανός/Váruṇa., da cui poi ha avuto inizio lo spazio-tempo (rappresentato dal disco raggiato) e dunque il Kόsmos (rappresentato dal disco crociato).

Il disco puntato è il disco dei primordi, il disco dell’età dell’oro che caratterizza la storia simbolica europea più antica. Qui in Sicilia è presente non solo nell’Argimusco, poiché esso fu utilizzato anche dai Sicani della Cultura castellucciana dell’età del Bronzo e anche dell’età del ferro nel centro della Sicilia a partire dall’orizzonte culturale di Sant’Angelo Muxaro. Sulle superfici orizzontali delle rocce ricorrono spesso coppelle a forma conica umbonata, per accogliere il sangue sacrificale (da non confondere con le vasche di dilavamento che hanno forme non geometriche e presentano disposizione casuale). I due complessi rocciosi rivolti a nord ne sono un esempio lampante: l’uno con portale solare posizionato nord-sud e ottenuto con blocco quasi perfettamente parallelepipedo posto a strettissima distanza dalla parete rocciosa naturale. Appaiono ancora coppelle sulle superfici orizzontali, dischi puntati e qualche buco; poi un altro complesso, che punta dritto a nord sul mare, dove è possibile vedere l’arcipelago eoliano, sempre in presenza di coppelle, dischi puntati, buchi e omphaloí scolpiti.

L’omphalόs.

Altra immagine dell’omphalόs.

Si torna ora indietro, verso sud, a guardare dove si staglia l’Etna e si erge l’ultimo complesso di rocce a strapiombo che finisce il giro del santuario, posto esso dinanzi al complesso della donna (o Madonna) orante sul lato nord/nord-ovest e della faccia demoniaca sul lato Sud/Sud-Est, con presenza di nicchie verticali sempre ad altezza d’uomo e sempre volte a mezzogiorno e, sul fianco est dei più modesti complessi, della testa di serpente e della sagoma dell’aquila (quest’ultimo, volto a strapiombo verso sud, presenta sempre dischi puntati, buchi e coppelle). Proprio quest’ultimo complesso ha fatto il più grande dono: sulla sua alta cima, quasi inaccessibile, vi è una vasca di forma rettangolare intagliata nella roccia ad una profondità di 30-35 cm. all’incirca e posizionata lungo la solita direttrice nord-sud; una vasca per abluzioni rituali.

Ma non è tutto: posizionato tra il complesso roccioso della donna orante e il complesso roccioso dell’aquila, giace sopra un masso isolato e circondato dalle tantissime felci maschio proprio un menhir di tempo seriore, del Neolitico-Eneolitico, sbozzato/preparato a terra e che sarebbe stato poi issato su proprio in quel punto. Lo stile è proprio quello dell’area atlantica che noi tutti conosciamo; oggi però, caduto giù, poggia il suo fianco sul masso. Pertanto, la continuitas nell’Argimusco esiste: una frequentazione a scopi rituali dal tardo Mesolitico o dal primissimo Neolitico aceramico fino all’età del Rame, del Bronzo ecc. Proseguendo verso il punto d’entrata, è facile imbattersi in una singolare scultura: una grandissima sfera di pietra terminante con una sbozzatura che ben ricorda un occhio; qualcosa di assolutamente singolare.

Altre immagini del sito.

Alla ricerca di qualcosa, Daudeferd e Niccolò degli Hobbit.

Sempre alla ricerca.

La vasca rituale intagliata nella roccia, posizionata lungo la direttrice Nord-Sud. Vicino ad essa, il canale di deflusso intagliato.

Niente può essere qui frutto di azione eolica: qui c’è il lavoro dei nostri antenati europei, Cro-Magnon che hanno scelto questo luogo per adorare gli dèi. Anche perché proprio il complesso della donna orante è posto a dirimpetto di un altro complesso, in mezzo ai quali passa la luce del sole al tramonto durante gli equinozi. Il vento e gli agenti atmosferici non avrebbero mai potuto realizzare forme geometriche così perfette che si ripetono tante volte, né soprattutto avrebbero mai potuto incidere questi simboli ricorrenti ovunque nel santuario: i dischi puntati si ripetono perfino a terra, lungo percorsi, su massi affioranti di pochi centimetri dal suolo e del tutto isolati tra il terreno torboso, nero. Un’esperienza indimenticabile, quella dell’Argimusco, tra frassini, campi immensi di felce maschio che cresce senza stranamente seccarsi sotto il sole, ergentisi su un suolo torboso, fosco. E poi, a certa distanza nelle forre, frassini, querce, qualche biancospino, qualche leccio10Tutte specie arboree che ricorrono nella Weltanschauung indoeuropea quali ipostasi vegetali del Divino..

Complesso della trabeazione crollato.

Tutto davvero mozzafiato, alla vista nei punti più alti delle isole Eolie a Nord e dell’Etna a sud, accompagnati dal canto di corvi che in coppia sorvolano i verdi orizzonti. L’Argimusco si presenta a noi come un vero e proprio santuario, assolutamente l’equivalente siciliano del sito tedesco di Externsteine, anch’esso costituito da pinnacoli rocciosi in arenaria dalla forma molto suggestiva, presso la Foresta di Teutoburgo: un tempio sub Divo, ossia sotto il Cielo, all’aperto, scelto dai nostri antenati più remoti, i Cro-Magnon, per svolgere i riti della loro (leggasi: nostra) Religio. Un santuario scelto per la sua peculiare morfologia, quale locus amoenus, appunto, su cui poi hanno ovviamente realizzato degli adattamenti. Pure nel sito tedesco di Externsteine, per chi l’ha visitato, è possibile osservare gli stessi identici elementi visibili nell’Argimusco: grossi pinnacoli rocciosi, alti, lavorati sulle superfici verticali a colpi di ascia in pietra, buchi, fori, varie simbologie solari che seguono il corso dell’anno solare, punti di traguardo della luce solare, vasche di bagni rituali, nicchie d’iniziazione e coppelle per sacrifici. Una continuità spirituale rintracciabile nei medesimi segni fisici lasciati nel territorio.

Externsteine, il complesso megalitico nella Foresta di Teutoburgo (Renania Settentrionale-Vestfalia, Germania)

Sappiamo quanto sia antica la frequentazione di Externsteine, a cui collegare con estrema facilità la stessa cronologia per l’Argimusco, e così pure l’ethnos che ne è stato autore nella scelta e nel suo sviluppo: il Cro-Magnon epipaleolitico, il quale dapprima ha scelto luoghi cosiddetti “ameni”, quelli modellati dalla Natura per potere del Divino, dove poter osservare le teofanie, le manifestazioni del sacro, le cosiddette “Facce”11La radice ancestrale indoeuropea *answ-/*assw-/*assj-.; luoghi che nel tempo, dopo una lunga frequentazione per riti e cerimonie, li ha modellati con l’intento di renderli ancora più simbolici, più vicini alle proprie visioni del sacro e alle funzioni rituali ivi officiate. Soltanto nel corso del tempo l’uomo preistorico ha deciso di modificare il territorio fisicamente, erigendo pinnacoli di pietra noti come menhir e costruendo dolmen e strutture più complesse come cromlech, ben sapendo che nella fase più antica, egli sceglieva quelli che la Natura e prima ancora gli dèi avevano predisposto proprio per lui sulla Terra.

Dal pinnacolo di pietra “ameno” naturale12Menhir naturale del Paleolitico Superiore e del Mesolitico., che rappresentava la teofania (la “faccia”) si è passati al diretto intervento sulla roccia per meglio dare le forme associabili simbolicamente alla teofania antropomorfa e all’ascesi al cielo dell’eroe comunitario divenuto nume (menhir naturale modellato del Mesolitico e primo Neolitico); poi si è passati all’erezione di blocchi lavorati in terra, dapprima di forma aniconica (menhir artificiali del Neolitico) e nel tempo all’erezione di blocchi lavorati in modo sempre più sofisticato, artistico e polisemico13Le steli istoriate e/o iconiche del tardo Neolitico, dell’Età del Rame, del Bronzo e del Ferro, come ad esempio quelle della Lunigiana e quelle delle Culture kurganiche delle steppe ponto-caspiche.. Anche se non disponiamo ancora di reperti scheletrici è comunque possibile avanzare una non vaga ipotesi sul tipo umano che ha frequentato sia Externsteine sia l’Argimusco, data la strettissima somiglianza della facies culturale più antica e dati anche i reperti ossei rinvenuti nelle rispettive vicinanze ai due territori: trattasi del Cacciatore-raccoglitore occidentale, noto anche con l’acronimo WHG (Western Hunter-Gatherer), alto 175-185 centimetri, con occhi azzurri, capigliatura scura, che ha caratterizzato varie regioni dell’Europa occidentale con le Culture del Solutreano e del Magdaleniano, ben presente in Sicilia già intorno a 14000 anni fa, ivi giunto dalla penisola14I resti umani di Grotta d’Oriente a Favignana sono di WHG, così come quelli di Villabruna, in Veneto..

Anche la simbologia incisa riscontrata permette di fare una interessante cronologia teogonica: il disco puntato, simbolo del punto Uno da cui parte la grande deflagrazione (Wut), l’inizio del tutto che ben corrisponde a Urano/Giano e che caratterizza le epoche più antiche della Scandinavia e della Valcamonica; il disco raggiato, simbolo dell’espansione e dunque della creazione dello spazio-tempo, che ben corrisponde al regno successivo di Crono/Saturno e che caratterizza ancora di più l’età di mezzo, ossia il Neolitico; il disco crociato – noto ai più con il nome di “Croce celtica” – che rappresenta la formazione del Kόsmos mediante la gravità, l’Ordine ciclico imposto dai Deva al regno sconfinato e sempre in espansione degli Asura, e che ha caratterizzato maggiormente i tempi seriori. Il simbolo della doppia spirale che, ancora una volta, riafferma questo legame spirituale e razziale con il Nord-atlantico; infine, la credenza nell’aldilà, nella provenienza dal cielo ed il ritorno in esso. Per non dire poi dell’evidenza della continuità di frequentazione cultuale nell’Età del Rame, periodo in cui in Sicilia è giunto il fenomeno campaniforme che ben riguarda le già citate regioni atlantiche.

L’Argimusco è tutto questo, ed ha aperto il suo cuore al gruppo Quo Usque Tandem che vi è entrato per farsi catturare dai sensi e lasciare che essi rapissero l’anima. Nonostante la stanchezza, il pieno di emozioni così grande che si fatica a reggere, l’esperienza giunge a termine con un ultimo regalo da parte del gruppo: Niccolò permette ai membri di conoscere un apprezzato artista del luogo, tale Gabriele Fagnani di Corazzata Valdemone, Kannonau e Solco Chiuso. Entusiasta della cerchia comunitaria appena conosciuta, pur ancora stanco dalla spedizione, Gabriele non esita davanti ad un incontro personale e si rende disponibile per un’intervista nel centro della città, dove la magica serata si è conclusa all’insegna di un memorabile incontro.             

NOTE

  • 1
    Antica Abaceno, celebre roccaforte sicula.
  • 2
    Neolitico aceramico, IX-VIII millennio a.C.
  • 3
    Le tracce delle lame sono ben visibili in ogni angolo dei due megaliti con la tipica forma impressa a falcetto lunare.
  • 4
    Ricordiamo ai lettori che la differenza tra buco e foro consiste nel semplice fatto che il buco è una cavità di una certa profondità, variabile, e che non trapassa le due superfici, mentre il foro è una cavità che trapassa le due superfici permettendo di vedere dall’altra parte.
  • 5
    Il vicino bosco di Malabotta è ricoperto infatti di molte specie arboree, tra cui castagni, cerri e faggi.
  • 6
    Tra i tantissimi esempi, si possono prendere quello della stele di Ossimo n. 10, nello stile III A1 del Rame II, 3000-2500 a.C. circa, quello della stele di Cevo, quello della stele di Caven n. 3, in Valtellina, sempre del Rame II.
  • 7
    Le culture enotrie appenniniche e sub-appenniniche, l’Ausonio I e II, le varie fasi della Cultura sicula di Pantalica.
  • 8
    Il caso della pareidolia, appunto.
  • 9
    Il Dio Óðinn/Ianus-Coelus-Cerus/Οὐρανός/Váruṇa.
  • 10
    Tutte specie arboree che ricorrono nella Weltanschauung indoeuropea quali ipostasi vegetali del Divino.
  • 11
    La radice ancestrale indoeuropea *answ-/*assw-/*assj-.
  • 12
    Menhir naturale del Paleolitico Superiore e del Mesolitico.
  • 13
    Le steli istoriate e/o iconiche del tardo Neolitico, dell’Età del Rame, del Bronzo e del Ferro, come ad esempio quelle della Lunigiana e quelle delle Culture kurganiche delle steppe ponto-caspiche.
  • 14
    I resti umani di Grotta d’Oriente a Favignana sono di WHG, così come quelli di Villabruna, in Veneto.