1. IL TEMPO MALATO – Sintomo di un’Epoca
Il nostro non è un semplice interesse culturale per il tempo. È il sintomo di una malattia spirituale. La proliferazione ossessiva di libri, film e conferenze sul tema tradisce un’angoscia metafisica di fondo: viviamo immersi in un tempo “malato”, un tempo appiattito, privatizzato della sua verticalità, che scorre in un eterno presente senza tensioni né direzione. Questo è il tempo del nichilismo compiuto: un flusso omogeneo in cui tutto equivale a tutto, perché nulla possiede più un valore superiore, un senso ultimo. È il trionfo del mito egualitario, che nega sistematicamente ogni gerarchia e ogni trascendenza. Il tempo, privato della sua dimensione qualitativa, si riduce a pura quantità, a risorsa da amministrare, a successione vuota di istanti intercambiabili. Quando Heidegger osserva che lo “stato d’animo fondamentale” dell’epoca nichilista emerge da una inautentica comprensione della temporalità, ci indica la radice del male: non comprendiamo più che il tempo è la dimensione stessa in cui si gioca la questione del senso.
2. LE STRATEGIE FALLIMENTARI – Contare e Raccontare
Di fronte a questo vuoto strisciante, la ragione umana ha tentato due grandi vie di fuga, due àncore gettate in un mare in tempesta: il contare e il raccontare. Misuriamo il tempo con la precisione spasmodica dell’orologio atomico, lo scomponiamo in unità sempre più piccole, illudendoci di possederlo dominandone la quantità. Parallelamente, lo archiviamo in narrazioni infinite sui social media, nei diari personali, nelle cronache storiche, tentando di imprigionarne la fluidità in uno schema significante. La lingua italiana stessa rivela la parentela profonda tra queste due attività. Ma questi sono palliativi, tentativi disperati di dare una struttura orizzontale a ciò che ha perso ogni dimensione verticale. Sono gesti che nascono dalla paura del divenire e del confronto con la morte, una paura oggi più acuta perché più rimossa. Il “tempo piatto” del nichilismo non si cura aggiungendo dati o storie; si cura solo con un rovesciamento radicale, uno spartiacque. Con un’altra concezione temporale e dunque dell’essere.

3. LO SPARTIACQUE ONTOLOGICO – Exaiphnes, il Pólemos dell’Attimo
Questo spartiacque ha un nome antico e potente: exaiphnes. In Platone, nel dialogo Parmenide, non è un momento di confortevole ispirazione o di benessere psicologico. È il passaggio stesso, l’istante liminale e vertiginoso in cui un intero ordine dell’essere vacilla, in cui una cosa cessa di essere sé stessa e diventa un’altra. È il punto di crisi, di decisione (de-cisione come taglio), in cui un mondo crolla e un altro, improvvisamente, si affaccia. Questo concetto, dormiente per secoli nel corpo della filosofia occidentale, viene risvegliato con forza titanica dalla duplice, grandiosa opera di Wagner e Nietzsche. Come ha magistralmente mostrato Giorgio Locchi, questi due giganti non esprimono principi diversi, ma incarnano un unico, potente principio sovrumano che si oppone radicalmente al mito egualitario. È Wagner, secondo Locchi, a introdurre per primo con la sua musica questo principio, di cui Nietzsche poi si nutrirà profondamente. Non si tratta di un’evoluzione culturale, ma di una rivoluzione metafisica.
L’exaiphnes è dunque l’Attimo che divide, ma la sua essenza più profonda risuona con il pólemos di Eraclito – «padre di tutte le cose, di tutte re». La sua funzione non è annientare uno dei due termini in gioco, ma è quella di una forza primordiale che, nel dividere, lascia che gli opposti si dispieghino nella loro piena potenza e si confrontino. Non è la soppressione del conflitto, ma la sua esaltazione; non è la ricerca di una sintesi pacificata, ma il riconoscimento che la tensione tra i principi è la vita stessa del reale. L’Attimo non cancella il mito egualitario per sostituirlo con quello sovrumano in una dittatura metafisica. Al contrario, li libera entrambi, permettendo loro di scontrarsi apertamente nella storia. È in questo scontro, reso possibile dall’irruzione dell’exaiphnes, che il principio sovrumano può affermare la sua superiorità non per decreto, ma attraverso la forza della sua verità e la grandezza della sua espressione. L’exaiphnes è il momento in cui il mito egualitario – piatto, informe, senza tensione verso l’alto – viene sfidato dall’irruzione violenta del principio sovrumano e gerarchico, che reintroduce la verticalità del sacro, la differenza qualitativa di valore, la tensione eroica verso un oltre. L’Attimo non è la fine della lotta, ma il suo inizio più autentico. Questi due principi nascono come miti, intuizioni poetiche e musicali, per poi acquisire, in un secondo momento, una struttura filosofica grazie alla ragione strumentale che, in definitiva, serve il principio intuitivamente colto.
4. LE MASCHERE DEL MITO EGUALITARIO – Una Storia di Livellamento
Il principio egualitario, per affermare il suo regno del tempo piatto, ha dovuto vestire diverse maschere storiche, in un processo di livellamento che ha attraversato i secoli. Il Cristianesimo, nella sua forma storicamente dominante, ha gettato le basi metafisiche di questo processo con il potente principio dell’uguaglianza delle anime di fronte a Dio, iniziando così a erodere le gerarchie naturali e spirituali dei politeismi. Secoli dopo, l’Illuminismo ha completato l’opera portando il principio dalla sfera celeste a quella terrena: proclamando l’uguaglianza formale di tutti gli esseri umani come individui astratti, ha negato alla radice la legittimità di qualsiasi aristocrazia dello spirito. Su queste basi, la Democrazia Moderna ha poi istituzionalizzato il mito attraverso il meccanismo del “un uomo, un voto”, applicando matematicamente l’assioma che un’opinione vale l’altra, indipendentemente dalla sua profondità o fondatezza. Infine, il Socialismo rappresenta la forma più radicalmente materialista di questo livellamento: cieco di fronte alla dimensione del sovrasensibile, riduce l’intera questione della giustizia a una mera redistribuzione economica. Queste forze, nel loro insieme, rappresentano i diversi “distaccamenti” del mito egualitario che, settore dopo settore, hanno combattuto la stessa battaglia: decostruire ogni verticalità aprendo al mondo dell’ultimo uomo e del suo tempo piatto.

5. LA GUERRA DEI MITI E IL TEMPO SFERICO
Heidegger, raccogliendo questa sfida, trasformerà l’exaiphnes nell’Ereignis: l’Evento in cui l’Essere si dona in una nuova configurazione storica. Contro il tempo lineare del nichilismo – quella freccia che corre verso il nulla – si erge l’alternativa del tempo sferico. Pensiamo alla sfera: il suo centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte. È l’immagine di un tempo che non “scorre”, ma avviene in una potenza sempre attuale.
Il tempo sferico è un campo di forza in cui ogni attimo decisivo – ogni exaiphnes – può diventare un nuovo centro della sfera. In quell’istante, il passato diventa serbatoio di senso da riconquistare; il futuro si trasforma nel raggio d’azione della nostra volontà creatrice. È la concezione che Nietzsche intravvide con l’Eterno Ritorno: non un destino pessimistico, ma la massima affermazione della vita, in cui l’istante cessa di essere un granello nella clessidra e diventa il perno dell’eternità. Mentre il mito egualitario ha bisogno del tempo lineare come vettore del progresso illimitato e indifferenziato, il tempo sferico è il regno della pienezza qualitativa. È un tempo gerarchico, che riconosce che alcuni istanti valgono più di altri, sono più densi di essere, più carichi di destino.
6. PER UN NUOVO INIZIO – La Politica del Tempo Sferico
Questa visione ha conseguenze politiche radicali. Il Tempo Lineare produce una società di atomi isolati, sradicati dal passato e plasmabili dal potere che controlla la narrazione del progresso. Il Tempo Sferico, invece, fonda una comunità organica e gerarchica, radicata in un eterno presente di significato. Il suo modello è il Regno della tradizione europea: non un’entità territoriale, ma uno spazio spirituale che unisce i vivi, i morti e i non ancora nati in un unico corpo di destino.
In questa visione, l’eroe o il filosofo – colui che vive l’exaiphnes – non “anticipa” il futuro. Piuttosto, attualizza nel presente una verità eterna, diventando il centro di una nuova configurazione del mondo. La sua azione non è progressiva, ma istantanea e totale: è l’uscita dalla caverna, è la trasvalutazione di tutti i valori. È l’istituzione di un principio nuovo a cui poi la ragione sarà asservita.
CONCLUSIONE: LA SFIDA DELL’ATTIMO
Superare il nichilismo significa accettare la lotta titanica per il senso. Significa riconoscere che il seme per decapitare il “serpente nero” del tempo piatto era già presente in Platone: un attimo che non consola, ma che divide – nel senso prima specificato. Il superamento coincide con il coraggio di pensare e vivere il tempo sferico degli attimi decisivi, delle soglie da varcare, della continua tensione verso un principio sovrumano. Accettare questa sfida significa abbandonare la riva sicura del divenire lineare per tuffarsi nel tempo sferico, dove ogni momento, carico di eternità, può diventare un nuovo inizio, un nuovo centro di gravità per un’esistenza che ritrova, nella verticalità del sacro, il suo peso, la sua misura e il suo senso più alto. La ribellione dell’Attimo contro la tirannia del flusso, la scelta per un’ontologia della gerarchia e del senso contro un’ontologia dell’equivalenza e del vuoto: questa è l’unica, vera posta in gioco per il futuro dell’uomo.




