La nostra civiltà. Europea o “giudaico-cristiana”?

Mag 2, 2026

Tempo di lettura: 9 min.

In un momento in cui l’attività delle reti di influenza islamiste, alimentate sul nostro suolo da decenni di immigrazione di massa, si accompagna a un’enorme crescita del “terrorismo intellettuale” praticato dai militanti “decostruzionisti” (cultura della cancellazione, antirazzismo razzista, femminismo “ultra” ecc.), la continuità dell’identità etnica e culturale dei popoli europei è gravemente minacciata. Ciononostante, si levano sempre più numerose voci coraggiose che invocano la difesa della nostra identità civile — che molti scrittori, pensatori e polemisti descrivono poi prontamente come “giudaico-cristiana”.

È tuttavia corretto e pertinente definire la civiltà europea in questo modo? Quest’ultima deve essere essenzialmente concepita come di origine “giudaico-cristiana”? Non lo riteniamo, per due ragioni principali: una riguardante la storia dei popoli europei, l’altra la storia delle religioni.

Vale infatti la pena ricordare, innanzitutto, che le radici della civiltà europea sono antecedenti al cristianesimo. Le lingue parlate oggi dai popoli europei (lingue romanze, germaniche, celtiche, slave e baltiche, insieme al greco moderno) appartengono nella loro stragrande maggioranza (ad eccezione del basco, dell’ungherese, del finlandese e dell’estone) alla famiglia delle lingue “indoeuropee”, il che significa che derivano quasi tutte da una lingua madre comune risalente a più di 5.000 anni fa. E nella misura in cui la lingua struttura il pensiero, questo patrimonio costituisce una dimensione essenziale della nostra civiltà.

Inoltre, nessuna migrazione o colonizzazione proveniente dall’esterno della sfera indoeuropea è stata abbastanza massiccia — tra quelle che hanno interessato alcune regioni d’Europa negli ultimi cinque millenni — da sconvolgere radicalmente la composizione della popolazione europea su scala continentale (ad eccezione delle ondate migratorie degli ultimi decenni, che costituiscono un fenomeno senza precedenti nella lunga storia d’Europa — proprio a partire dall’era della diffusione delle lingue indoeuropee). Questa constatazione è oggi inequivocabilmente confermata dai risultati degli studi paleogenetici più recenti. La maggior parte degli europei non è quindi semplicemente parlante di una lingua indoeuropea (come lo sono le popolazioni afro-americane che comunicano in inglese), ma anche discendente di lignaggi ancestrali “indoeuropei”, autoctoni da millenni. Popoli d’Europa che raggiunsero uno stadio avanzato di civiltà già nell’età del bronzo, più di tremilacinquecento anni fa.

Per quanto riguarda lo sviluppo delle scienze e delle arti, ma anche nel campo dei grandi principi dell’organizzazione sociale e politica, l’Europa è inoltre erede del pensiero greco e del modello romano — entrambi antecedenti al cristianesimo. I siti di Stonehenge, del Partenone e del Foro Romano furono eretti ben prima della conversione dell’Impero Romano al cristianesimo. Essi costituiscono testimonianze tangibili dell’antichità della nostra civiltà.

Ciò non significa sminuire l’importanza delle influenze esterne — in particolare quelle orientali — che hanno agito sulla civiltà europea in varie fasi della sua storia: nessuna civiltà si sviluppa senza entrare in contatto con i propri vicini, con i quali intrattiene relazioni ora conflittuali ora pacifiche, il che porta necessariamente a un’interazione permanente di influenze reciproche. Detto questo, la civiltà europea è ben distinta da quelle che la circondano; possiede una propria identità e le influenze che ha ricevuto o trasmesso nel corso dei secoli non devono indurci a trascurare la specificità di tale identità.

A questo proposito, il cristianesimo non appartiene alle “radici” dell’Europa, ma costituisce piuttosto un “innesto” che ha naturalmente alterato la crescita dell’albero su cui è stato impiantato in una fase già avanzata del suo sviluppo plurimillenario.

Anche in questo caso, questa osservazione non intende mettere in discussione l’importanza del contributo cristiano all’interno della nostra civiltà. Quest’ultima sarebbe senza dubbio molto diversa da ciò che è diventata (nel bene o nel male – nessuno può dirlo) se questo “innesto” non fosse avvenuto. Emozionarsi al ricordo dei nostri lontani antenati davanti allo spettacolo delle rovine di Stonehenge o del Partenone non impedisce affatto di provare lo stesso tipo di emozione sotto le volte della cattedrale di Chartres. Ammirare Omero o Aristotele non implica rinunciare al proprio apprezzamento per San Tommaso d’Aquino o Pascal. Aggiungiamo (cosa che purtroppo non è più scontata in quest’epoca di collasso della civiltà, in cui siamo sottoposti ai dettami dei “terroristi intellettuali” ispirati dai deliri provenienti dall’altra parte dell’Atlantico) che si può ammirare un pensatore senza necessariamente condividere tutte le sue analisi.

Ricordiamo anche questo punto ovvio: riconoscere che le “radici” della civiltà europea sono più antiche del cristianesimo non impedisce di essere cristiani, né mette in discussione la validità dei dogmi cattolici per tutti coloro che vi aderiscono. Si tratta di una constatazione che appartiene all’ordine dell’analisi storica, non a quello della fede o della religione: si tratta di riconoscere che la civiltà europea È DIVENTATA cristiana — cioè che il suo destino storico non può essere dissociato dal contributo cristiano — pur riconoscendo che i primi sviluppi di questa civiltà, che costituiscono il nostro patrimonio più antico, sono antecedenti all’arrivo del cristianesimo in Europa.

D’altra parte, non va dimenticato che il cristianesimo ha ricevuto molto dall’Europa nel radicarsi sul suo suolo: per convincersene, basta misurare l’importanza dei suoi prestiti dal pensiero greco, dai modi di organizzazione “romani” (nelle loro varianti “occidentali” e “orientali”), nonché dalle tradizioni locali nel campo della “pietà popolare” — dai primi secoli della Chiesa fino ai nostri giorni, tra cattolici e protestanti così come tra gli ortodossi.

La seconda ragione per cui l’identità culturale dell’Europa non può essere definita “giudaico-cristiana” si fonda su un’altra osservazione: quella del rifiuto del messaggio cristiano da parte dell’ebraismo post-cristiano. Non è un insulto all’ebraismo ricordare che, fin dall’inizio della nostra era, esso si è sviluppato in opposizione al cristianesimo — i cui dogmi e articoli di fede esso rifiuta per numerose ragioni, sulla cui validità lo storico non ha alcun diritto di pronunciarsi.

Ciò non significa, ovviamente, che i rapporti tra i fedeli delle due religioni siano sempre stati conflittuali nel corso dei secoli, né che i cristiani non abbiano intrattenuto un dialogo intellettuale spesso fruttuoso con certi rappresentanti dell’ebraismo (come è del resto avvenuto anche con alcune élite musulmane, senza che nessuno sentisse il bisogno di parlare di “islamo-cristianesimo”).

Nessuno negherà che molti ebrei abbiano contribuito in modo eminente allo sviluppo della civiltà europea, sia in ambito artistico, scientifico o economico. Ciononostante, ciò non rende l’ebraismo in quanto tale — in particolare nella sua versione “post-cristiana” — una fonte primaria della nostra civiltà. Il fatto che il monoteismo cristiano si sia sviluppato da radici ebraiche non implica che si debba necessariamente parlare di “giudeo-cristianesimo”: verrebbe mai in mente ai nostri contemporanei di invocare l’esistenza di un “giudeo-islamismo”?

Eppure l’Islam è, sotto molti aspetti, molto più vicino all’ebraismo di quanto il cristianesimo sia rimasto sin dal suo insediamento in Europa. Il monoteismo musulmano deriva in modo abbastanza diretto dall’ispirazione del monoteismo ebraico, mentre il cristianesimo si è discostato in numerosi punti essenziali dalle sue radici ebraiche — in particolare con l’idea dell’Incarnazione: l’immagine di Cristo, “vero Dio e vero uomo” è altrettanto impensabile per l’ebraismo quanto per l’Islam. Notiamo di sfuggita che gli storici della religione hanno occasionalmente avanzato l’ipotesi di un’influenza esercitata sul giudaismo primitivo dall’antica civiltà iraniana – essa stessa di origine indoeuropea – che subì una propria precoce evoluzione “monoteistica” con lo zoroastrismo: le cose non sono quindi semplici in questo ambito.

Se l’ebraismo ha esercitato una certa influenza sulla civiltà occidentale in diverse occasioni nel corso della sua storia (in particolare al momento della rinascita degli studi ebraici sulla scia dell’umanesimo rinascimentale), vale la pena notare che le comunità ebraiche stabilitesi in Europa sono state a loro volta largamente permeate dalla cultura europea — la quale ha conferito loro un’identità distinta da quella delle comunità rimaste fuori dall’Europa.

L’ebraismo e l’Islam si distinguono tuttavia su un punto fondamentale nel loro rapporto con l’Europa cristiana, in quanto l’Islam non ha praticamente mai smesso, sin dalla sua prima fase di espansione, di rappresentare una minaccia militare per il mondo cristiano – sia esso l’Impero bizantino o l’Occidente medievale. Ricordiamo che la conquista moresca della Spagna è molto anteriore alle prime crociate e che l’Impero ottomano occupava una porzione significativa dell’Europa balcanica anche prima della caduta di Costantinopoli.

Nulla di paragonabile, certamente, si è verificato nel contesto delle relazioni tra le varie comunità ebraiche e l’Europa cristiana. Ciononostante, l’uso del concetto di “giudeo-cristianesimo” ci sembra derivare da una scorciatoia discutibile, inadatta a definire l’essenza della nostra civiltà — che dovrebbe essere semplicemente definita come europea, senza attribuirle altri qualificativi riduttivi.

L’ebraismo non ha svolto un ruolo sufficientemente decisivo e diretto nell’identità europea da permetterci di definire quest’ultima sulla base di riferimenti religiosi etnici o civilizzazionali che sono, in definitiva, distinti dalle sue stesse radici. Ciò non significa, ovviamente, che le comunità ebraiche insediate in Europa da secoli non si siano europeizzate. Si tratta semplicemente di non invertire il rapporto di influenza e di antecedenza storica definendo la nostra civiltà come “giudeo-cristiana” — il che deriva da una duplice confusione intellettuale. Tutto sommato, sarebbe più conforme alla realtà storica invocare la nozione di elleno-cristianesimo, dati i notevoli prestiti che la teologia cristiana ha fatto alla tradizione filosofica greca, anche se il latino si è naturalmente imposto come lingua della Chiesa nell’Occidente cristiano.

Inoltre, ricordare che l’Europa ha mantenuto fin dall’inizio relazioni conflittuali con il mondo musulmano non implica considerare l’Islam esclusivamente in questa luce: imperativi geopolitici possono naturalmente indurre le nazioni europee a trattare come alleate certe potenze appartenenti alla sfera civilizzazionale musulmana — che peraltro presenta ben poca unità, sia sul piano religioso, linguistico etnico o politico. Questa osservazione ovviamente non implica il riconoscimento dell’Islam come componente della nostra civiltà, nonostante la presenza di numerosi musulmani sul suolo europeo (una presenza che, nella maggior parte dei casi, è recente su scala storica). Si può benissimo essere musulmani e cittadini di un paese europeo, ma ciò non può in alcun modo portare a considerare la Francia un “paese musulmano” (contrariamente alle sconcertanti osservazioni recentemente formulate da un ambasciatore francese in un paese nordico, a seguito dei dibattiti sul “separatismo musulmano” provocati dagli attacchi islamisti commessi nel nostro paese).

È evidente che le massicce ondate migratorie provenienti dalle “terre dell’Islam”, che hanno invaso il suolo europeo per mezzo secolo con la complicità più o meno attiva delle élite politiche economiche, intellettuali, mediatiche e persino religiose, pongono l’Europa di fronte alla minaccia di una radicale modifica della sua identità etnica e culturale. Non è certo che sarebbe possibile colmare la frattura causata da cinquant’anni di tradimenti e negligenza ricorrendo a una definizione distorta delle origini della nostra civiltà.

Contrariamente alle ammonizioni dei turibolatori [1] dell’integrazione “repubblicana”, questa frattura non corrisponde a un rischio futuro che deriverebbe dal ritiro “identitario” di alcuni europei. Questa frattura si è GIÀ verificata ed è il risultato di cinquant’anni di folle politica migratoria. Questo significa che tale frattura ci pone in una situazione irrimediabile? Dovremmo, come alcuni ci esortano a fare, negarne la gravità nella speranza di limitarne le conseguenze?

L’Institut Iliade propone un’altra via: quella che consiste nell’invitare gli europei non solo a recuperare la memoria del loro passato, ma soprattutto a riappropriarsi per il futuro delle virtù che hanno permesso al loro genio civilizzatore di dispiegarsi più di cinquemila anni fa.

L’avventura non è finita, ma l’ora è decisiva; essa esige la massima lucidità. Non accontentiamoci più delle parole e rinunciamo alle facilità verbali che ci sviano. Il concetto di “civiltà giudaico-cristiana” è privo di significato quando si tratta di definire l’identità collettiva dei nostri popoli. Osiamo promuovere, incarnare e difendere la CIVILTÀ EUROPEA, le cui origini sono state meravigliosamente messe in luce dalle opere di Georges Dumézil ed Émile Benveniste [2].

Note del traduttore dal francese

[1] Turibolatori — letteralmente, coloro che portano l’incensiere nelle processioni liturgiche; in senso figurato, adulatori o apologeti servili.

[2] Ricordiamo, a beneficio di eventuali censori “vigili” ai quali questa informazione potrebbe essere sfuggita, che il linguista Émile Benveniste — autore di un magistrale studio sul Vocabulaire des institutions indo-européennes [Vocabolario delle istituzioni indoeuropee] (Parigi, Les Éditions de Minuit, 1969) — nacque ad Aleppo nel 1902 da due genitori che erano insegnanti per l’Alliance Israélite [“Alliance Israélite” — abbreviazione utilizzata dall’autore per indicare l’Alliance Israélite Universelle, un’organizzazione ebraico-francese con sede a Parigi fondata nel 1860 che gestiva una vasta rete di scuole per le comunità ebraiche nel bacino del Mediterraneo, nel Vicino Oriente e nel Nord Africa]. Naturalizzato francese nel 1924, questo grande studioso ha reso onore alla sua patria d’adozione attraverso la qualità delle sue opere. Sebbene questo eminente esempio dimostri che è possibile per pochi individui eccezionali DIVENTARE europei, ciò non ci porta tuttavia a pensare che l’identità civile dell’Europa si riduca alla caricatura di un grande melting pot.

Link all’articolo originale: https://institut-iliade.com/lidentite-civilisationnelle-de-leurope-est-elle-judeo-chretienne/