Siamo al quarto volume della Maledizione dei centurioni. Questa volta affrontiamo la rivolta militare contro de Gaulle, una stagione tra le più drammatiche della storia di Francia. Come si colloca all’interno della tua ricostruzione della guerra d’Algeria e perché quel titolo, “l’onore senza gli onori”?
Gli onori, come si sa, spesso sono la falsa moneta dell’onore. Si acquisiscono talvolta con silenzi complici, scambi di interessi, viltà. I centurioni d’Algeria, i “soldati perduti” del lessico gollista, cercarono d’interrompere la marcia infernale che voleva impedire il sogno di un’Algeria integrata alla Francia, indipendente ma fraterna. Accettarono la possibilità di perdere tutto e persero tutto. Perché l’onore è un gesto da poveri, come disse Hélie Denoix de Saint Marc, comandante in seconda del 1er Rep, i paras della Legione.
Non si era arrivati per caso a questo scontro irriducibile.
L’atteggiamento di de Gaulle nei confronti dell’esercito francese può essere paragonato a quello del principio della rana bollita, metafora psico-sociale utilizzata dal filosofo, linguista e teorico della comunicazione statunitense Noam Chomsky per descrivere la suicida capacità di adattarsi a situazioni nefaste senza reagire, se non quando è troppo tardi.
Geniale anticipatore anche in questo caso, de Gaulle non aveva avuto bisogno di aspettare Chomsky per giungere alle medesime conclusioni. Non diversamente, come ricordato nel testo precedente, avrebbe infatti esplicitato nelle sue memorie il suo pregresso e consolidato convincimento. La sua tattica regolava la marcia per tappe con precauzione, progressivamente, utilizzando ogni scossa come occasione per avanzare. Il principio della boiling frog secondo de Gaulle…
Insisti nel ricordare che quando si affronta il tema, o piuttosto la pubblicistica, della guerra d’Algeria ci sono dei conti che non tornano.
C’è un aspetto stupefacente e rigorosamente trascurato della questione algerina. La visione che si può trarre sfogliando la consolidata vulgata odierna è l’idea che la guerra d’Algeria sia stata fondamentalmente l’opposizione tra pied-noir ed esercito contro il popolo algerino. Sul terreno, invece, era una guerra tra francesi le cui principali vittime sono state i francesi musulmani. La guerra d’Algeria è stata una guerra civile tra francesi musulmani, tra quelli che volevano separare l’Algeria dalla Francia e quelli che volevano superare dall’alto l’esperienza coloniale e fare in modo che questa terra potesse ospitare insieme, e fare coesistere in pace, le diverse comunità etniche e religiose del mosaico algerino.
Un altro dei “paradossi” più eclatanti perché passati sotto silenzio o comunque non messi nel corretto rapporto di relazione causa-effetto sono le ripercussioni prodotte dall’indipendenza algerina sostenuta e organizzata dal generale de Gaulle. Per evitare critiche sventate e superficiali, useremo le parole del professore di Oxford Alistair Horne nella Prefazione dell’edizione 2006 di A savage war of peace, il testo-base della storiografia politicamente corretta sul conflitto, quando ricorda come quarant’anni di indipendenza hanno portato agli algerini pace e prosperità in misura molto ridotta [provided little of peace and prosperity for the Algerians]. Nonostante la contorta prosa dello storico britannico, spesso la pace è stata violenta quanto la guerra.
In realtà, il destino dell’Algeria indipendente à la mode gaulliene era stato ampiamente previsto.
Nel discorso del 16 settembre 1959, in cui lanciava la proposta dell’autodeterminazione, parlando dell’ipotesi dell’indipendenza, da lui bollata come “secessione” tout court, lo stesso de Gaulle la considerava non praticabile e disastrosa dato che le conseguenze sarebbero state una terribile miseria, un devastante caos politico, massacri generalizzati e, ben presto, la bellicosa dittatura comunista (bientôt la dictature belliqueuse des communistes). Comunisti a parte, una lettura della situazione che si rivelò esatta.
C’è un’altra parte del titolo su cui conviene soffermarsi, quella relativa ai “soldati perduti”…
Pareva utile per uno studio che pretendere di essere solo un modesto contributo alla bibliodiversità. Tentativo forse spericolato, ma imposto da un’inesauribile teoria di storici assai poco “curiosi” la cui sfrontatezza può essere contrastata, come segnala Jean-Claude Pérez, solo dall’attitudine di quello scudiero castigliano – nobile d’animo se non di natali – che cavalcava un asino a fianco di Alonso Quijano, più conosciuto come don Quijote de la Mancha, e che con l’autorità e la rassegnazione dei semplici ricordava che «si deve amare Nostro Signore, per se solo, cioè «senza che ci muova speranza di gloria o timor di pena»…
Quello dei soldats perdus fu l’anatema lanciato da de Gaulle contro i “soldati perduti” dell’Algeria francese. Una scomunica che diventò una decorazione al valore per quanti valutarono più importante l’onore degli onori, la fedeltà alla parola data agli sciagurati e criminali spergiuri e rinnegamenti del governo gollista, dei suoi generali e dei suoi ministri. Per quanti misero in gioco la vita, la libertà, la carriera, la famiglia e l’avvenire per tentare, assurdamente, un futuro migliore e diverso per l’Algeria e la Francia.
Lo studio non intende essere un tributo al sacrificio dei “soldati perduti” – non ne hanno bisogno – ma solo un tentativo di apertura verso una comprensione più ampia e oggettiva delle complesse vicende che li videro protagonisti. Con la pretesa forse azzardata di seguire una delle norme fondamentali del diritto romano: unicuique suum tribuere. Dare a ciascuno il suo. Senza per questo sottovalutare i limiti e le difficoltà di tale tentativo. A maggior ragione quando si ha a che fare – come nel caso della guerra d’Algeria – con storie che sembrano favole o con favole che sembrano storie vere. Come diceva Giovannino Guareschi.

L’ultima parte del dramma franco-algerino s’innesca con la “settimana delle barricate”
Il siluramento del generale Jacques Massu, la sua irrevocabile escissione dal territorio algerino a seguito dell’intervista-trappola con l’inviato della Süddeutsche Zeitung di Monaco, Hans Ulrich Kempski, il 15 gennaio 1960, aveva innescato un devastante congegno a orologeria che avrebbe sancito la morte definitiva dell’Algeria francese e di tutte le possibilità di sviluppo ulteriore di quella formula ormai obsoleta e restrittiva.
Dopo i formidabili successi riportati dall’esercito nell’esecuzione del “piano Challe” che aveva praticamente portato all’annientamento delle forze combattenti dell’Fln, la ribellione ripiegò di nuovo sui tragici “fasti nefasti” del terrorismo urbano. Per dimostrare, nonostante i catastrofici rovesci militari, il suo radicamento nel quadro della guerra d’Algeria. Le aperture politiche di de Gaulle in quei giorni cadevano dunque come sale sulle ferite della popolazione di origine europea.
A quel punto però il nemico principale non assumeva i contorni spietati ma non ambigui del Fronte di liberazione nazionale algerino bensì quelli del sistema politico metropolitano ed erano sempre più gli ufficiali che non dicevano più, cautamente, «de Gaulle s’inganna». Erano passati all’eversivo «de Gaulle c’inganna»…
Il dramma delle barricades, i morti che ne scaturirono e le tensioni che sgorgarono da una ferita aperta destinata a non rimarginarsi più, sancirono un prima e dopo irrevocabile nella guerra d’Algeria.
Mentre la vita politica francese annegava tra miserie e squallori, ad Algeri la temperatura continuava drammaticamente a salire. Esercito e attivisti civili andavano stringendo legami sempre più stretti. In tutti si andava facendo strada la necessità, quanto mai problematica sul piano attuativo, di un “nuovo 13 maggio”.
La situazione era chiara. Gli ultras non potevano tentare niente senza il concorso dei militari e, d’altra parte, l’esercito non si sarebbe mai avventurato in un simile percorso se non costretto dalle circostanze. Forti di questa analisi, i “colonnelli in rivolta”, come vennero poi definiti, accentuarono i rapporti confidenziali con l’ambiente dell’attivismo civile.
Per un altro 13 maggio e per trascinare la fondamentale massa critica dell’esercito, esasperata dalla condotta di de Gaulle ma restia ad agire concretamente, il concorso appassionato della popolazione pied-noir era indispensabile. Si trattava tuttavia di un elemento necessario ma non sufficiente. La chiave decisiva che aveva trasformato nel 1958 la rivolta europea in un movimento irresistibile era stato il concorso straripante delle masse musulmane all’indomani della giornata della fraternizzazione sul Forum di Algeri il 16 maggio. Fu quella straordinaria e per molti versi inattesa sinergia che trasformò la sommossa algerina in un’onda di marea irresistibile che scavalcò il Mediterraneo, scaraventando nella Senna le obsolete e fatiscenti strutture della IV Repubblica.
Un anno e mezzo dopo, la falla del piano cospirativo tra militari e ultras consisteva proprio nel deficit di questo scenario di mobilitazione. Senza il concorso di massa della popolazione araba e musulmana, ogni tentativo per scalzare de Gaulle dal potere si sarebbe inevitabilmente risolto in un fallimento. Come i fatti si sarebbero incaricati ampiamente di dimostrare sia nel gennaio 1960, con la crisi delle “barricades”, sia nell’aprile 1961 con il fallito putsch del generale Challe.

C’era una falla di fondo, a quanto parte di capire: il meccanismo ereditato dal 13 maggio, malamente riarrangiato, riprese corpo alimentando solo illusioni, pericolose e fuori luogo.
Nessuno sembrava rendersi conto, come si disse poi, che “non si prende due volte la Bastiglia”. E, soprattutto, che non si sarebbe potuto rovesciare de Gaulle come si era fatto con Pierre Pflimlin. Con il suo straordinario fiuto per le circostanze, le Général era conscio delle contraddizioni e delle pavidità degli oppositori e aveva deciso di afferrare il toro per le corna. Da cui, a nostro avviso, quell’imprevedibile e assai insolita “indulgenza” nei confronti dei preparativi tutt’altro che occulti del movimento insurrezionale.
Il modo in cui il presidente della Repubblica seppe magistralmente uscire dalla crisi, se da un lato non può che far risaltare l’imbarazzante dislivello di valori nella caratura di un uomo di Stato del suo calibro a confronto degli avversari, dall’altro non può non far sorgere il sospetto della recita di un sapiente copione, ben preparato e ben eseguito. Anche perché gli assi erano tutti nella manica dell’Eliseo.
Alcuni assi, e tutt’altro che irrilevanti, tuttavia potevano giocarli anche gli avversari di de Gaulle.
È vero. Ad Algeri, i responsabili dell’ordine avevano assunto le precauzioni del caso. Il generale Challe, comandante in capo delle forze armate in Algeria, aveva ordinato alla 10a Divisione paracadutisti di ritornare d’urgenza nella capitale. Non fu una decisione facile per un generale come Challe, a quel momento assolutamente fedele al governo di Parigi.
Si trattava di una scelta obbligata per chi avesse a cuore la necessità di evitare spargimenti di sangue ma, per gli stessi motivi, era una decisione dalle ripercussioni imprevedibili. Era l’operazione Balancelle, definita nei particolari dai responsabili dell’ordine pubblico algerino per mantenere l’ordine nella capitale in caso di gravi incidenti di piazza.
I paras della 10a D.P. erano amati e idolatrati ad Algeri, dopo che avevano liberato the hard way la città dal feroce terrorismo urbano dell’Fln al tempo della “battaglia di Algeri”. Gli ultras non avrebbero mai sparato contro di loro. D’altra parte, i sentimenti politici, militari e personali che legavano quegli ufficiali e quei reparti all’Algérie française erano ben noti e avrebbero potuto innescare un clima di fraternizzazione tra insorti e responsabili dell’ordine che difficilmente avrebbe potuto essere spiegato al sovrano dell’Eliseo.
Ma a contrastare quel pericolo si poteva opporre ben poco anche perché i paras dell’ex divisione di Massu, ora comandata dal generale Jean Gracieux, erano militari addestrati e temprati ai combattimenti più duri, personale che non avrebbe perso la testa nei momenti di tensione che erano da attendersi in quei giorni, evitando di provocare reazioni a catena impossibili da prevedere. Altre truppe, militari di leva e gendarmi, non potevano garantire la stessa tenuta sotto stress. Così alla fine, per l’insieme di questi ordini di motivi, l’intera divisione fece movimento su Algeri.
La manifestazione indetta dagli attivisti europei per la domenica del 24 gennaio 1960 avrebbe dovuto essere l’origine di un nuovo 13 maggio. Fu invece la tomba che seppellì per sempre l’Algeria francese.
Alle 15 il Plateau des Glières di Algeri nereggiava di folla, con decine di migliaia di persone. Da lontano si stagliava, ostile e minacciosa, la schiera dei gendarmi e dei poliziotti in assetto da combattimento. La folla cominciò scaldarsi, gli slogan divennero sempre più infiammati mentre gruppi di giovani cominciarono a disselciare la rue Charles Péguy per costruire una barricata.
Gli ultras europei cominciarono a mettere in postazione gruppi di uomini armati a difesa dei campi trincerati, organizzando quella che appariva ogni minuto di più un’insurrezione contro i poteri dello Stato. Nella sede della Compagnie algérienne, al terzo piano dell’edificio che serviva da base a Jo Ortiz, una dei capi dell’oltranzismo europeo, vennero ostentatamente posizionate due mitragliatrici.
All’altezza delle Facoltà occupate da Pierre Lagaillarde, barbuto deputato ex parà, già tra i protagonisti principali del 13 maggio, un altro sbarramento bloccava la strada, presidiato anch’esso da miliziani armati. Tutte le vie che conducevano al perimetro occupato erano sorvegliate da gruppi in assetto da combattimento. Secondo i dati pervenuti nel corso della giornata alle autorità golliste di Algeri, 20mila manifestanti si erano raggruppati intorno al quartiere generale di Ortiz mentre un numero doppio di simpatizzanti si trovava nelle immediate adiacenze.
I responsabili dell’ordine pubblico ad Algeri si risolsero ad agire. Che cosa pensassero di ottenere con l’azione che ordinarono risulta difficile da comprendere. La risposta l’avrebbero data, di lì a poco, i fatti.
Che si sarebbero rivelati tragici.
Alle 18 i gendarmi cominciarono la manovra di sgombero che gli era stata ordinata, scendendo lentamente il boulevard Laferriére. Come in una scena di un film di Eisenstein, i due schieramenti si fronteggiarono: da una parte, in movimento sulle scalinate, le fila serrate delle guardie mobili in tenuta antisommossa, dall’altra i combattenti della guerriglia urbana dell’oltranzismo pied-noir. I reggimenti amici sui quali contava Ortiz e che dovevano servire da tampone di protezione tra i suoi uomini e le forze dell’ordine arriveranno troppo tardi per evitare lo scontro.
La folla come vide muoversi la polizia cominciò a entrare in ebollizione. E d’un tratto, nella luce incerta del crepuscolo, alle 18.10, partirono i primi colpi. Fu come un segnale. Immediatamente tutte le armi automatiche cominciarono a sgranare il loro rosario con un’efficacia infernale. Da entrambe le parti non si fece economia di fuoco. La sparatoria durò oltre mezz’ora.
Il bilancio della fusillade sarebbe stato tragico: 14 morti e 123 feriti tra le forze di polizia, 6 morti e 24 feriti tra i dimostranti.
Chi sparò per primo?
Non si è mai potuto rispondere con esattezza alla domanda che si vorrebbe principale. Nemmeno al processo si giunse a una conclusione definitiva. È molto più che probabile, comunque, che la prima scarica, visti anche i risultati micidiali ottenuti, dovette partire dalle barricate degli insorti.
Ma forse in questi casi conta meno chi spara per primo quanto chi si adoperò per creare le condizioni per uno scontro frontale e inevitabile tra francesi, esasperando la popolazione europea, strappandogli un uomo, il generale Massu, che simboleggiava l’unica alternativa possibile alla feroce ingiunzione dell’Fln: “la valigia o la bara”. E quali risultati si potevano ottenere sgombrando una piazza stracolma di manifestanti spinti sull’orlo della disperazione e profondamente ulcerati con una carica di gendarmeria? Il tutto al primo calar delle ombre di una serata d’inverno quando, come a tutti noto, il dinamismo attivistico pied-noir comincia a sfumare, attirato dalle lusinghe irresistibili dell’aperitivo e della cena…

Comunque sia, quella data segnò una cesura drammatica e irrimediabile nella storia della guerra d’Algeria.
Per la prima volta, in Algeria, dei francesi avevano sparato e ucciso altri francesi. Per de Gaulle, dai tempi di Dakar nel settembre 1940, era un deja vu. Per lui non si trattava di una situazione nuova o imprevista. Come tragico e paradossale epitaffio di quella drammatica giornata risuonano, sconvolgenti e drammatiche, le parole del tenente Jean Marie Ejarque della gendarmeria di Algeri: «È da 24 mesi che mi batto contro i fellagha» disse mentre agonizzava, colpito a morte. «E ora mi sparano addosso uomini che inneggiano all’Algeria francese… Non capisco…».
Alle 20 le autorità golliste di Algeri diffusero un comunicato radio nel quale annunciavano di avere decretato lo stato d’assedio per tutta la città di Algeri a cui si aggiunse il coprifuoco e il divieto di riunione in numero superiore a tre persone. In quella sera del 24 gennaio 1960 si trattava di decisioni velleitarie.
La situazione era diventata incandescente.
Subito dopo la fusillade tutta la città europea si era riversata sulle barricate. Tutt’intorno si era instaurata la prevista e temuta fraternizzazione tra insorti e paracadutisti. Alle prime luci di una livida alba d’inverno, per le autorità la situazione si presentava drammatica. Il giorno, l’odore del caffè caldo, il sole che si preparava a spazzare le ultime ombre sembravano la sicurezza ritrovata. Nella cornice di una complicità tra i paracadutisti e gli insorti di Algeri, appoggiati della popolazione europea. Erano sullo stesso lato delle barricate politiche e morali che dividevano la Francia. Ma l’ombra dell’Eliseo avrebbe rapidamente oscurato quella speranza, spazzando illusioni mal riposte e peggio congegnate.
Il presidente del Consiglio Michel Debré di ritorno a Parigi dopo una angosciante visita lampo sul posto ad Algeri, choccato e atterrito, manifestò con sgomento il timore che il minimo passo falso avrebbe potuto innescato la formazione di una giunta militare in Algeria. A tenerlo in piedi fu l’implacabile determinazione di de Gaulle. Che seppe muoversi con la consueta capacità nei momenti di crisi.
Il cosiddetto “uomo delle tempeste” restava sempre sul pezzo.
Irriducibile. Il capo dello Stato chiarì le ragioni per cui non poteva cedere agli insorti europei. Se si fosse arreso alle richieste degli ultras, de Gaulle avrebbe perso di fronte alla Francia e al mondo (e a se stesso…) il suo maggiore atout, il carisma che derivava dalla sua autorità e dalla sua determinazione. Non sarebbe divenuto che un burattino manovrato dalle insurrezioni di piazza e dopo 15 giorni un’altra rivolta l’avrebbe obbligato a cedere su un altro punto. Un ragionamento che non faceva una grinza.
De Gaulle – vista la caratura del personaggio e soprattutto le esigenze sociali, economiche e politiche che ne dettavano la tattica e lo sostenevano senza se e senza, specialmente in quei decisivi tornanti storici – non avrebbe mai potuto essere “convinto” a fare marcia indietro, a rimangiarsi le decisioni adottate pubblicamente.
Un destino già scritto.
Erano scesi in campo anche gli Stati Uniti. Il generale Nordstadt, comandante in capo delle forze alleate in Europa, aveva reso pubblico un comunicato del 28 gennaio in cui si leggeva un chiaro avvertimento all’esercito francese in Algeria: «È interesse di tutti paesi membri della Nato che si raggiunga una soluzione nei confronti dell’attuale crisi algerina. La situazione in Algeria costituisce per la Nato un avvenimento grave che interessa l’Alleanza nel suo insieme». Una messa in guardia inequivocabile. Non si poteva dire niente di più in così poche parole.
Il 29 gennaio, alle otto di sera, il presidente della Repubblica comparve alla televisione per l’atteso discorso alla nazione. La sua potenza verbale ebbe modo di scatenarsi con la tecnica istrionica di cui era interprete impareggiabile quando i tempi di crisi gli davano modo di manifestarsi come l’“homme des tempêtes”.
L’effetto sull’opinione pubblica metropolitana fu sconvolgente. Sulle barricate, il suo discorso venne ascoltato durante un nubifragio quasi simbolico. Nulla è più triste di Algeri sotto la pioggia invernale e i cieli riversarono sui disgraziati insorti cataratte d’acqua gelida. Rannicchiati sotto gli ombrelli o i teli impermeabili rimasero ad ascoltare de Gaulle avere partita vinta.
La partita era stata giocata ed era stata persa. De Gaulle era riuscito a trionfare.
La posizione assunta dall’Eliseo nei confronti della crisi algerina era un’asse portante, economico, diplomatico, politico e sociale della V Repubblica. E giusto o sbagliato che fosse, l’Algeria dell’integrazione era una posta in gioco che andava molto al di là della sorte specifica dei dipartimenti in causa.
Per gli uni si dilatava al mito dell’Eurafrica, con tutto ciò che ne conseguiva, per gli altri si trattava di una chiave di volta necessaria a preparare scenari competitivi e innovativi a livello globalizzato. La logica dell’aut aut superava quella dell’et et che i quadri militari avevano adottato nei loro sogni, tanto stravaganti in uomini d’arme reduci, dal 1939 in avanti, dai fronti di combattimento più duri e inflessibili del mondo. Il quadro di situazione era molto chiaro, per quanto difficile da metabolizzare: non era de Gaulle e l’Algeria integrazionista. Era de Gaulle o l’Algeria integrazionista. In poche parole, quel tipo di scelta radicale – giusta o sbagliata che fosse – fatta dall’Fln. Ma non dall’esercito francese nella sua totalità, al di là dei mugugni dei più o meno fedeli grognard.
Scattò la punizione inesorabile dei ribelli.
Punire i responsabili, diretti e indiretti di una rivolta fallita, rientra nella logica e nei diritti della politica. Ma la reazione degli uomini della Gendarmeria, che avevano contato i loro morti sul selciato di Algeri, sarà molto pesante nei confronti dei pied-noir, innescando un’ostilità reciproca che con il passare dei giorni non farà altro che ingigantirsi di fronte all’astio reciproco, insondabile e profondo. All’indomani delle “barricate”, le forze dell’ordine si comportarono come truppe di occupazione in territorio nemico e ostile. Venne anche presentato un progetto di legge di pieni poteri per mettere in condizione il capo dello Stato, su proposta del governo, di legiferare per decreti.

Venne l’ora della cosiddetta tournée des popotes del marzo 1960…
Nel corso dell’ultimo viaggio in Algeria, de Gaulle ebbe modo di recapitare personalmente il suo messaggio quando pronunciò le ultime, decisive, parole a favore di un’Algeria algerina legata alla Francia che ormai orbitava solo nella sua testa. Ma l’Algérie algérienne della sua proposta era la condanna a morte dell’Algérie française, una chiara scelta di campo ad excludendum in favore della prima. L’Algeria francese era stata processata e giustiziata senza appello. Erano stati necessari 19 mesi di cautele, ambiguità, mezze parole, sottintesi, menzogne e inganni per arrivare a quel punto.
Uno storico per il solito non banale, sia pure a corrente alternata, come Alistair Horne giunge al punto di affermare che de Gaulle si trovò costretto a usare un linguaggio «molto prudente» nei confronti dell’esercito, o per dirla più brutalmente, a mentirgli per il suo bene. Secondo Horne questa pare la spiegazione più essenziale della “lingua biforcuta” di de Gaulle. Tutto ciò appare discutibile. Mentirgli, può darsi. Anzi è sicuro. Per il suo bene, appare francamente un po’ troppo.
Si dovrebbe invece spiegare se de Gaulle mentì – visto che è assodato per tutti che si tratta di menzogne, inganni e tradimenti – per il bene dell’esercito o per il tornaconto della sua politica, visto che grazie alle “benevole menzogne” golliste l’esercito uscì spezzato, umiliato, diviso, ulcerato, perseguitato, incarcerato, esiliato, fucilato e disperso e la Francia fu trascinata sull’orlo della guerra civile.
L’analisi dei fatti rivela che l’anziano generale non svelò immediatamente le sue intenzioni sull’Algeria poiché, come ben sapeva, avrebbe potuto minare l’integrità, se non addirittura la tenuta, della sua leadership.
La marcia inarrestabile di de Gaulle verso la definitiva liquidazione dell’Algeria continuava senza ostacoli. È in questo contesto desolante per l’Algeria e il suo destino, che si innescò uno degli affaire più torbidi e misteriosi di tutta la guerra d’Algeria (che di torbido e di mistero, come abbiamo visto, abbonda assai…). Quello di Si Salah e della wilaya IV.
Analizzare i retroscena di questa incredibile vicenda è necessario anche per confermare quanto scritto a proposito del “piano Pouget”, per mettere in luce le strategie che muovevano de Gaulle e per comprendere le ragioni e i drammi che di lì a poco avrebbero sconvolto, con ripercussioni devastanti, l’Algeria e la Francia.
Come sintetizzò Pierre Montagnon, nei giorni del conflitto capitano del 2e Rep, si era aperta la sconvolgente possibilità di un accordo tra i combattenti Fln rimasti all’interno dell’Algeria e coloro che, sul versante della Francia, erano andati oltre l’Algérie de papa.
De Gaulle diede il via libera per il proseguimento dei colloqui con Si Salah, leader della più importante wilaya combattente dell’Fln, e il suo stato maggiore nella prospettiva sconvolgente e rivoluzionaria di una pace separata. Una sola consegna, tassativa, venne imposta dal generale de Gaulle, il silenzio. Il capo dello Stato era stato formale su quel punto a cui pareva tenere moltissimo…: «Personne ne parlera de l’affaire Si Salah. Et celui qui en parlera, n’en parlera pas longtemps…»: «Chi parlerà dell’affaire Si Salah, non farà in tempo a farlo una seconda…». Ci dovremo tornare.
Che cosa accadde?
Il generale Challe, pur in procinto di abbandonare il comando delle forze francesi in Algeria, era entusiasta della prospettiva che si andava aprendo nella concreta speranza di un futuro non segnato da divisioni traumatiche. Challe pensava sinceramente – e con lui gli ufficiali operativi dell’esercito – che si sarebbe potuto costruire una nuova Algeria con i giovani nazionalisti. Sarebbe toccato ai miliari farsene garanti, intervenendo se del caso per spazzare definitivamente il paternalismo dei pied-noir imponendo queste giovani élite algerine. Challe, conoscendo la forza e il dinamismo della popolazione europea d’Algeria, prevedeva i risultati straordinari che sarebbero scaturiti dall’amalgama di queste due gioventù sino ad allora nemiche. Sarebbe stata necessaria forse più di una generazione per raggiungere il traguardo, ma ne sarebbe assolutamente valso la pena.
Decolonizzare attraverso la promozione sociale e non facendo le valigie, era diventata la sua formula favorita.
Infatti. La delusione e la rabbia con la quale Challe reagì al modo in cui de Gaulle sabotò cinicamente l’offerta di una pace separata offerta da Si Salah a nome delle wilaya combattenti all’interno dell’Algeria non furono tra le ultime motivazioni che lo spinsero a gettarsi, di lì a un anno, nell’avventura senza ritorno di un putsch militare. Il comandante in capo, comunque, saprà servirsi al meglio dell’affaire per evitarsi poi una livida alba davanti a un plotone di esecuzione e una fossa già scavata per lui nel carcere di Fresnes…
De Gaulle stava giocando su due tavoli. Anzi su uno solo…
Da subito il Gpra, la dirigenza politica dell’Fln, al riparo nel comodo “santuario” tunisino, era venuta a conoscenza di quello che il governo francese stava trattando come un segreto di Stato assoluto. Il 26 marzo 1960, Belkacem Krim era stato informato da Michelet, dal ministro Guardasigilli Michelet… Da quel momento, i negoziati condotti dalla wilaya IV erano destinati al fallimento. La testimonianza è del responsabile dei servizi segreti militari, il colonnello Jacquin, al corrente di tutto quello che frusciava nell’aria dalle parti dell’Fln, grazie ai suoi servizi d’ascolto e alla rete di collaboratori diffusi a tutti i livelli dell’organizzazione clandestina.
Resta da chiedersi se un ministro della Giustizia, in quegli anni, in quelle condizioni, con il sangue e il sacrificio dei combattenti dell’una e dell’altra parte versato e profuso quotidianamente, avrebbe potuto permettersi in maniera autonoma un’iniziativa del genere, quella cioè di assumersi di nascosto una simile responsabilità, violare il segreto di Stato di un paese in guerra, farla franca e mantenere il suo posto. Appare difficile da credere. Michelet doveva avere avuto una garanzia, una “copertura di altissimo livello politico. Oppure un ordine esplicito. Dato che la questione algerina rientrava nel dominio strettamente riservato all’Eliseo.
L’unica persona che avrebbe potuto garantire chicchessia – persino un ministro del governo – che si fosse avventurato nel dominio riservato al capo dello Stato non poteva essere che il capo dello Stato stesso. Che aveva dunque già tradito i suoi interlocutori algerini. E anche quelli militari…

Il gioco delle parti continuò cinicamente. De Gaulle in persona ricevette nella serata del 10 giugno 1960 all’Eliseo, in totale segretezza, i negoziatori delle wilaya algerine combattenti …
Ma de Gaulle pone un’ipoteca mortale sul prosieguo di quella straordinaria iniziativa di pace. Il capo dello Stato informa i suoi ospiti che di lì a qualche giorno avrebbe rivolto un altro appello al Gpra affinché il direttivo di Tunisi accetti le offerte di pace della Francia. In caso di risposta sfavorevole, il presidente della Repubblica si dichiarò disposto a dare immediata attuazione al piano di Si Salah. Con il che l’incontro si chiuse.
Durato pochi minuti, non era destinato a produrre alcun effetto positivo per i protagonisti di quella spericolata trattativa, né per gli uomini dell’Aln né per l’Eliseo e la sua strategia dove si coniugavano cinici calcoli e chimere petrolifere fuori dal tempo e dalla realtà. De Gaulle stava giocando su due tavoli, rilanciando la palla nel campo del Gpra nel momento stesso in cui aveva loro fatto sapere di disporre di interlocutori con i quali avrebbe potuto concludere subito una pace separata. Alle condizioni migliori.
Quello andato in scena all’Eliseo quella sera, era solo un marché de dupes, una fiera degli inganni.
Gli uomini della wilaya IV, nella logica delle strategie neocoloniali da tempo stabilite, erano già stati venduti come pecore al macello per esercitare pressioni insostenibili sul Gpra, pedine sacrificabili nella posta del conflitto algerino e del futuro della Francia.
Come forse si ricorderà, il primo libro dato alle stampe nel 1924 da de Gaulle porta un titolo illuminante, frutto dei pazienti studi nei giorni della prigionia in Germania sulla situazione del fronte interno tedesco al tempo della Grande Guerra: La discorde chez l’ennemi, la discordia nelle file nemiche. Una lezione di cui seppe fare tesoro.
Il 14 giugno 1960 de Gaulle entra nelle case dei francesi attraverso gli schermi televisivi e gli apparecchi radio. Il discorso è uno dei più importanti del periodo legato alla crisi algerina.
Gli uomini dell’Fln di Tunisi, definiti meno di un anno prima nel famoso discorso dell’autodeterminazione come «un gruppo di ambiziosi agitatori, risoluti a stabilire la loro dittatura totalitaria con la forza bruta e il terrore» e che intendevano imporre agli algerini le loro idee «a colpi di coltello e di mitra», si erano improvvisamente trasformati per una sorta di miracolo, o di gioco delle tre tavolette…, in interlocutori validi e venivano invitati a venire in Francia per trovare una fine onorevole ai combattimenti.
Nessuno poteva e doveva più illudersi sulla strada che l’Eliseo intendeva seguire. I militari al corrente della trattativa con Si Salah schiumarono di rabbia. Era chiaro che quell’appello avrebbe tagliato l’erba sotto i piedi – e la testa sopra il collo… – agli uomini impegnati nei negoziati, contro l’esplicita volontà del Gpra, per trovare la strada di una pace onorevole. De Gaulle sabotava scientemente l’opportunità che si andava profilando di giungere in tempi brevissimi alla fine della guerra e dei combattimenti.
Perché…?
L’ultima cosa che de Gaulle e i suoi burattinai desideravano era trovarsi sulle braccia un’Algeria da integrare alla Francia, garantita dalla decisione della parte più militante, determinata e coraggiosa dell’organizzazione ribelle. E appoggiata, di sponda, dalla formidabile onda d’urto della volontà dell’Armée. L’appello al Gpra scandalizzò i militari di Algeri che sapevano. Per loro de Gaulle silurava freddamente l’ipotesi di una pace separata con Si Salah e le wilaya combattenti, per trattare con il Gpra, il cui obiettivo dichiarato ed esplicito era l’indipendenza unilaterale dell’Algeria.
L’affaire Si Salah diventerà uno dei cavalli di battaglia dei nemici politici più determinati di de Gaulle. A loro avviso, la condotta del capo dello Stato avrebbe intenzionalmente sacrificato i responsabili della wilaya IV alle esigenze della trattativa privilegiata ed esclusiva con il Gpra, come sottolineerà Jean Lacouture.
Meno di una settimana dopo l’offerta del 14 giugno 1960 – con sospetta quanto inusuale rapidità – un Gpra evidentemente ben consigliato e informato quanto con il fiato corto, se non cortissimo, decise di accettare l’invito rivolto dal capo dello Stato francese per organizzare un incontro ufficiale, il primo in assoluto, tra una delegazione francese e una algerina.
In questa chiave tutto si spiega, anche la futura, tragica e spietata liquidazione dei protagonisti del torbido affaire. Di cui nessuno avrebbe mai dovuto parlare.
Poco più di un anno dopo l’incontro fatale all’Eliseo, nessun algerino coinvolto nella vicenda dell’affaire Si Salah sarà ancora in vita. Chi ucciso dalla spietata vendetta dell’Fln, chi liquidato dai servizi speciali francesi… Personne ne parlera de l’affaire Si Salah. Et celui qui en parlera, n’en parlera pas longtemps…
Oltre cinquant’anni dopo, un’altra “liquidazione” eccellente sembra ripercorre le modalità di quelle relative all’affaire Si Salah e della wilaya IV. Compreso l’impiego di quelle forze speciali che sappiamo essere risorse strategiche e non solo tattiche, quindi alle dirette dipendenze dell’esecutivo, attraverso una catena di comando rigorosamente verticale.
La “pista francese”, relativamente a quella che appare una vera e propria esecuzione ponctuelle di Muammar Gheddafi è quella infatti che riveste maggior credibilità negli ambienti diplomatici occidentali. Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. Come detto, scenari che, a oltre mezzo secolo di distanza, sembrano rivelare una certa inquietante coerenza nell’ambito di una certa concezione champagne e cianuro del potere.
Comunque sia, l’affaire Si Salah verrà lasciato marcire, per evitare che “scoppi” la pace…, e i protagonisti algerini saranno liquidati.
La scelta di trattare con Tunisi e non con i combattenti dell’interno, in parte, potrebbe risalire alla storia e all’equazione personale dello stesso de Gaulle. Il generale (a titolo provvisorio) Charles de Gaulle nei giorni tragici del crollo della Francia, dal 5 giugno 1940 faceva parte del governo di Paul Reynaud in qualità di segretario di Stato alla Défense nationale. Di fronte alla vittoria tedesca prese la decisione di riparare a Londra, da cui poi il resto della sua nota avventura umana e politica.
Ma l’esilio in Gran Bretagna non era l’unica opzione possibile per quanti avevano deciso di non accettare l’armistizio con la Germania. Per fare un solo esempio, Georges Bidault, dal 1943, dopo la morte di Jean Moulin, torturato dalla Gestapo e morto in luglio sul treno che lo stava portando in campo di concentramento, divenne presidente del Conseil national de la Résistance (Cnr), il comitato centrale clandestino organizzato da Moulin per coordinare i gruppi della Resistenza metropolitana e organizzare la rete antitedesca rimasta a combattere, eroicamente appare un pallido understatement, sul suolo francese.
Quello che qui importa proporre come chiave di lettura è che in questo modo, mutatis mutandis, tra gli uffici di Londra e la Résistance intérieure, tra coloro i quali rischiavano la vita sfidando ogni giorno la Wehrmacht, le SS e la Gestapo, allora invincibili, e quanti operavano per la liberazione della Francia da Oltremanica, si creò una prefigurazione di quella contrapposizione tra gli uomini “de l’intérieur” e quelli “de l’extérieur” che radicalizzò aspramente i rapporti tra i combattenti e i politici dell’Fln al tempo del conflitto algerino.
Contrapposizione che emerge con chiarezza imbarazzante dalle parole del fedelissimo Terrenoire, ministro gollista dal febbraio 1960 all’aprile 1962, che scrive con una vena di evidente e mal riposto sarcasmo di «coquetterie courageuse» parlando della temeraria determinazione di Bidault nel dirigere la lotta dietro le linee, in territorio nemico, rischiando sempre e ogni giorno una fucilazione che non appariva, in quei giorni terribili, la sorte peggiore.
Di fatto – nel quadro della semantica politica, militare ed esistenziale dello specifico algerino degli anni ’60 –, il de Gaulle di Londra si collocava tra quelli “de l’extérieur” in confronto a quelli della Résistance intérieure e forse anche questo portato personale influì, in qualche modo, magari a livello d’inconscio pregiudiziale, nella scelta di schierarsi contro gli uomini dell’Aln, che combattevano in Algeria per allinearsi, quasi per riflesso condizionato, sulle posizioni e il ruolo dei politici del Gpra di Tunisi.
Il 25 giugno 1960 giungeva a Parigi la delegazione inviata dal Gpra per avviare i colloqui e discutere le condizioni preliminari di un accordo per il cessate il fuoco.
L’incontro si svolse nella blindatissima Prefettura di Melun, una sessantina di chilometri a sud di Parigi, località scelta come sede di quei primi approcci negoziali. Le discussioni si arenarono rapidamente in un cul de sac. I francesi chiedevano un preventivo cessate il fuoco. Gli algerini rispondevano sostenendo la causa di un accordo globale che comprendesse tutto l’assetto politico e sociale del paese, rivendicando il riconoscimento della nazionalità algerina. In mancanza di questa condizione irrinunciabile, le armi non avrebbero taciuto. In sintesi, o tutta la pace, e cioè l’indipendenza, o tutta la guerra. Il 29 giugno, la delegazione dell’Fln fece ritorno a Tunisi. Da cui impartì le disposizioni operative per la spietata liquidazione della fronda interna.
Melun segnò una pietra miliare del lungo e difficile cammino intrapreso dall’Fln. Dopo essere stato, per l’ennesima volta, sul punto di capitolare – travolto in questo caso dalla devastante offerta di una pace separata avanzata dai combattenti dell’interno del Front –, ora davanti agli occhi di tutto il mondo poteva celebrare un successo formidabile. Era il primo grande, indiscutibile, successo del Fronte di liberazione nazionale dall’inizio della rivolta algerina il 1° novembre 1954. Ottenuta più in forza del vento del “plebiscito dei mercati” che di quello, sempre fluttuante, capriccioso e ambivalente, della Storia.

Per quanto riguarda invece il dominus insediato ai vertici dell’esecutivo francese, i suoi piani si erano concretizzati in maniera diversa da quanto pianificato.
L’Fln, opponendo ai suoi intrighi un rigore e un’intransigenza alla quale il generale non era mai stato abituato dai suoi avversari interni, si era rifiutato di giocare il ruolo in commedia assegnatogli dal regime gollista. Invece di saltare a piè pari sull’offerta del governo, si era trincerato in una posizione inattaccabile dalle lusinghe e dalle minacce dell’Eliseo che si era bruciato tra le mani, con sconvolgente leggerezza, la carta formidabile dell’opzione Si Salah.
Il machiavellico progetto dell’Eliseo era andato in frantumi. Per avere l’uovo oggi invece della gallina domani, il vieux monsieur de l’Èlysée aveva fatto naufragare le trattative intavolate con i combattenti dell’Aln, nella speranza di ottenere una pingue contropartita da un Gpra ritenuto à bout de souffle, militarmente e politicamente.
Le cose andarono diversamente. Qualcuno aveva sbagliato drammaticamente i calcoli: quella dell’Fln non era un’insurrezione cabila del XIX secolo.
Dopo il sabotaggio della pace separata offerta dai combattenti dell’Fln e il fallimento delle trattive di Melun, nelle fila dell’Armée più esacerbate e fedeli agli impegni assunti, stava giungendo a maturazione il tempo della rivolta.
Nell’esercito francese operativo si manifestò sempre più lacerante la frattura tra la volontà di quanti intendevano rispettare gli impegni assunti con le popolazioni algerine – musulmane ed europee – e quanti sarebbero stati invece disposti ad allinearsi dietro un’obbedienza di stampo assai problematico assicurandosi, invece di tempeste, avventure, processi, condanne, fucilazioni e persecuzioni, una carriera prodiga di stellette e di fronde di quercia con le quali istoriare non immacolati kepi. Come ben si sa, c’è chi pagherebbe per vendersi… E non solo nell’esercito francese di quegli anni.
Uno dei più amareggiati, delusi e furibondi con l’Eliseo era il generale Challe.
Come già ricordato, il fallimento dell’iniziativa di Si Salah fu il punto di partenza di quella che, meno d’un anno dopo, sarebbe stata chiamata “la rivolta dei generali”. Per costoro, infatti, dopo l’incontro con Si Salah, de Gaulle aveva commesso, il 14 giugno 1960, un atto di tradimento.
Si trattava in realtà di una cinica e duttile tattica politica a dente di sega che seguiva però una strategia a senso unico. Il 5 settembre 1960, nel corso di una conferenza stampa tenuta all’Eliseo, de Gaulle ribadì il rifiuto a negoziare sino a che le armi non fossero state messe a tacere con un tono che non ammetteva repliche a detta di Lacouture, testimone oculare, con quella verve popolaresca che, sostenuta dalla sua voce liquorosa, sapeva scuotere i precordi dell’opinione pubblica: Non ci saranno colloqui, disse, sino a quando i pugnali non verranno lasciati al guardaroba.
In realtà, les couteaux au vestiarie l’organizzazione ribelle non li consegnerà mai. Ma de Gaulle finirà per trattare comunque con l’Fln: tutti i futuri negoziati si svolgeranno senza che l’Fln abbia mai accettato un cessate il fuoco. Che venne sottoscritto solo al momento della firma degli accordi di Évian, il 18 marzo 1962, che posero fine alla guerra d’Algeria. Con il trionfo, politico e diplomatico, dell’Fln.
Il capo dello Stato chiedeva un assegno in bianco che gli sarebbe stato prontamente recapitato con il referendum dell’8 gennaio 1961. Eppure de Gaulle sapeva che si stava avventurando in un terreno minato, legalmente, costituzionalmente e politicamente.
Era fuori discussione la certezza che la Costituzione gollista della V Repubblica non consentiva di ricorrere a un referendum per decidere la separazione di alcun dipartimento francese – nello specifico l’insieme di quelli algerini – dalla madrepatria. L’articolo 1 della Costituzione sancisce infatti che la Francia è una Repubblica indivisibile.
Per elidere dal territorio e dalla sovranità nazionale i dipartimenti algerini, a norma di legge, sarebbe stata dunque necessaria una preventiva revisione costituzionale allo scopo di abrogare dal testo approvato dalla nazione francese nel 1958 – solo due anni prima… – una parte fondante e fondamentale: quella che stabiliva l’indivisibilità della Repubblica e l’integrità del perimetro statale. Ma in questo caso, il progetto avrebbe dovuto essere sottoposto all’esame del Parlamento. Il che avrebbe significato il ritorno di de Gaulle al mesto esilio di Colombey.
Il viaggio di de Gaulle in Algeria nel dicembre 1960, sarebbe stato l’ultimo…, offriva un’ultima e drammatica chance per ribaltare la situazione.
È vero. Il piano previsto per le giornate del dicembre 1960 non poteva non prendere in considerazione, come conditio sine qua non, l’assassinio di de Gaulle. O come qualcuno, ipocritamente, volle porre la questione, la sua neutralisation. Perché, per la prima volta, si parlava apertamente di eliminare il capo dello Stato.
Il viaggio del generale, coraggioso se non audace e temerario, offriva la migliore e forse ultima possibilità di agire concretamente ed efficacemente in quella direzione. In Francia de Gaulle aveva perso terreno e consenso popolare. Nel caso di una sua scomparsa di scena, in qualsiasi modo si volesse concepire l’ipotesi, nessuno a Parigi sarebbe stato in grado di riempire il vuoto e proseguire la sua politica. Era ovvio che il regime gollista senza il generale non avrebbe potuto reggere a lungo e nessun’altra personalità, sprovvista del suo formidabile potere di suggestione e di carisma, avrebbe potuto imporre l’abbandono dell’Algeria. Contro il dettato della stessa Costituzione.
Se l’occasione non fosse stata colta, se l’Algeria non si fosse trasformata in una “trappola da cui de Gaulle non avrebbe mai dovuto uscire”, un mese dopo il referendum anticostituzionale avrebbe dato il colpo di grazia alle speranze di un’Algeria integrata alla Francia e all’Europa.
Gli scontri ad Algeri iniziarono, violentissimi, nella mattina del 9 dicembre 1960.
Le ondate violente e incontenibili dei manifestanti europei erano sostenute dallo sciopero generale e da elementi più giovani di quelli delle giornate del maggio 1958 e del gennaio 1960, ma erano meglio strutturate ed equipaggiate, armate di caschi e bastoni e di coordinate tattiche militari di guerriglia urbana. Saranno il template, dieci anni dopo, delle giornate del maggio’68. Ma questa è un’altra storia… Ne riparleremo al momento debito.
Mentre ad Algeri si combatteva per le strade, de Gaulle atterrava nell’Oranese.
Il servizio d’ordine in più di un’occasione sembrò sul punto di essere travolto. Le difficoltà non potevano essere nascoste. Per questo, fin dal primo minuto di quel drammatico viaggio, venne imposto un ritmo frenetico, angosciante e ansiogeno, a quella visita al limite del surreale. Gli scontri, infatti, sempre più duri, durarono per tutta la durata della trasferta di de Gaulle, in un sempre più tragico scenario di furore ed esaltazione da parte della popolazione europea.
Ad Algeri la situazione andava evolvendosi in maniera drammatica e assolutamente imprevista. Il regime gollista, in gravissima difficoltà di fronte al dilagare delle manifestazioni di ostilità della popolazione europea, aveva deciso di giocare la carta, cinica e incosciente, delle masse musulmane. Per la sopravvivenza del regime era l’unica opzione possibile, anche al costo di un bagno di sangue tra le due comunità. Da quel momento l’Eliseo non sarebbe più indietreggiato dinanzi a nulla.
La connivenza, se non peggio delle autorità golliste di Algeri, fu una sorpresa per gli stessi dirigenti Fln.
I responsabili della nuova rete Fln che si era andata ricostruendo ad Algeri sotto gli occhi complici delle autorità, non riusciva a credere a tanta fortuna. Alle nove dell’11 dicembre una grande folla di algerini, spinta dai responsabili gollisti della sicurezza, si riversò nelle vie di Algeri. Gendarmi e Crs vennero frettolosamente schierati nei punti di confine dei quartieri europei e musulmani. Gli slogan ritmati, “Yahia (“Viva”) de Gaulle…” e “Algérie Algerienne…” s’intrecciarono ai terrificanti you you delle donne arabe, saturando il tesissimo clima della capitale di una nuova e angosciante tensione.
Le consegne impartite furono semplici ed efficaci. Attivisti infiltrati tra le masse musulmane avrebbero provveduto a far prendere tutt’altra direzione alla manifestazione. Oltre agli “Yahia de Gaulle…” e “Algé-rie Alge-rienne…”, gli algerini dovevano iniziare a scandire slogan politicamente molto più precisi: “Yahia Ferhat Abbas…”, “Yahia Fln…”, “Yahia Ben Bella…”, “Algé-rie indé-pendante…” e così via. Il tutto sapientemente mescolato con il sostegno accordato al generale de Gaulle, l’apriti sesamo, la formula magica, che garantiva l’impunità istituzionale alle parole d’ordine dell’organizzazione ribelle e secessionista.
Anche l’esercito nelle giornate del 13 maggio 1958, aveva organizzato la discesa nelle strade delle masse musulmane…
Ma lo aveva fatto nel segno della fraternità, per favorire la riconciliazione delle due comunità. Il regime gollista scatenava invece la popolazione araba nel segno dell’odio etnico e di razza, per lanciare le due anime algerine l’uno contro l’altra, con la schiuma alla bocca.
Algeri si riempì delle bandiere verdi e bianche del Fronte di liberazione nazionale e di grida ostili alla Francia reclamanti l’indipendenza. Un’inarrestabile reazione a catena innescata dagli apprendisti stregoni gollisti che andò oltre ogni previsione. Le guardie mobili e i Crs avevano ricevuto l’ordine di non reagire. E ancora oggi si possono osservare le istantanee di allora che mostrano irridenti e scatenati attivisti dell’Fln sventolare sotto il naso delle forze dell’ordine le bandiere bianche e verdi della rivolta algerina. Una farsa che precipitò nel dramma quando, sulla spinta della folla eccitata, scesero in campo i gruppi armati dell’organizzazione ribelle.
Davanti all’emergenza ormai incontrollabile, venne allora deciso l’impiego dei reparti paracadutisti.
A cambiare la situazione sarà l’intervento dell’esercito, in particolare dei paras, chiamati ancora una volta a togliere le castagne dal fuoco a un governo alle soglie di una crisi di nervi, per impedire ustioni mortali a un regime inadeguato e criminale. Si può immaginare lo sgomento di quei reparti, sconcertati e inferociti alla vista dei vessilli effellenisti ai quali avevano l’ordine di dare la caccia nel bled, anche a costo della vita, e che ora vedevano impunemente sventolati nella capitale algerina davanti alle forze dell’ordine indifferenti.
Eppure lo stesso de Gaulle che aveva solennemente dichiarato di fronte all’esercito, per calmarne le apprensioni sempre più angosciate sul destino dell’Algeria: «Mai, finché sarò vivo io, la bandiera dell’Fln sventolerà su Algeri»… L’ennesima menzogna beffarda. Una rabbia feroce saliva dai ranghi dei reparti operativi, più contro il governo che aveva permesso che si giungesse a quel punto, che contro i militanti dell’Fln.
Alle 10.15 vennero scambiati i primi colpi d’arma da fuoco tra le due comunità ebbre di furore.
L’urto tra le due comunità sembrava ormai inevitabile e il delegato generale del governo Jean Morin abbandonò il corteo presidenziale in Cabilia per ritornare precipitosamente ad Algeri. I paras della 25e Division parachutiste fatti affluire su Algeri per garantire un ordine pubblico sempre più in pericolo di sfuggire definitivamente di mano, si dimostrarono molto meno tolleranti di Crs e gendarmi di fronte agli attivisti dell’Fln che sventolavano le bandiere della ribellione.
I reggimenti paras venuti dal bled vedevano gli incendi e le devastazioni che conferivano alla città l’aspetto di un campo di battaglia. Le forze di polizia e della gendarmeria impedivano ai manifestanti di accedere ai quartieri europei ma tenevano le armi abbassate, consentendo che si sviluppasse la prima grande manifestazione nazionalista dall’inizio della guerra d’Algeria.
Morin alle 15 impartì alle truppe l’ordine di sparare sulla folla, musulmana o europea, in caso di necessità. Alla fine della serata si poté tracciare un primo bilancio di quella tragica giornata: 61 morti, di cui 55 musulmani, cinque europei e un ufficiale di polizia. L’indomani saranno altri 84, tra cui sei europei. La follia e il cinismo del governo gollista costeranno più di 120 morti e circa 500 feriti in quell’inizio di dicembre 1960. Sarà solo l’inizio, mentre l’esasperazione dei reparti d’élite aveva fatto avanzare i centurioni di un altro passo verso la rivolta.

Il quarto giorno della visita di de Gaulle in Algeria il capo dello Stato decise di porre termine, con un giorno di anticipo, al suo sciagurato viaggio evitando una tappa ad Algeri.
Su di un piano strettamente personale, il generale era stato umiliato. All’indomani del 13 maggio era stato acclamato dall’entusiasmo delirante delle folle europee e di quelle musulmane. Ora era costretto a lasciare a gambe levate e a capo chino un’Algeria a ferro e fuoco, sconvolta dal caos e dall’anarchia. Il presidente della Repubblica aveva dilapidato in pochi mesi il patrimonio di fiducia e speranza che l’esercito, dopo quattro anni di durissima guerra, aveva saputo suscitare e raccogliere nelle giornate del maggio 1958 quando le due comunità, in quei magici momenti, non erano più separate dal solco dell’odio civile.
Leggiamo con attenzione le parole con le quali de Gaulle traccia, con evidente e malcelata soddisfazione, il bilancio della sua devastante visita in Algeria in quel tragico dicembre 1960: «La guerra è quasi finita. Il successo militare è raggiunto. Le operazioni si riducono praticamente a nulla. La lotta ora è tutta politica, e in questo campo le due comunità sono più lontane l’una dall’altra di quanto non siano mai state»…
Nel finale una dolorosa constatazione di fallimento assoluto, che contrasta con il tono trionfalistico di tutta la proposizione. Quale allora la verità? Una sola, crudele e terribile. De Gaulle, sempre, dal suo ritorno al potere, lavorò sempre perché un fossato incolmabile si scavasse tra europei e musulmani, un fossato colmo di sangue, di lutti, di orrore. Perché solo in questo modo avrebbe potuto avere ragione della causa dell’integrazione e dell’Algérie française di fronte all’esercito e, soprattutto, all’opinione pubblica metropolitana sulle cui stanchezze e sui cui egoismi di corto respiro si sarebbe appoggiato per realizzare i suoi piani e quelli dei suoi pupari.
De Gaulle fissò per l’8 gennaio 1961 la data del suo secondo referendum.
Con una sottigliezza al di là dei limiti della correttezza formale e legale, il governo chiedeva un assegno in bianco per dare vita alle istituzioni dell’Algeria algerina, l’ultima delle folgoranti intuizioni del capo dello Stato, preparando la secessione. Che ciò fosse auspicabile o meno è una questione di opinione. Restava da chiedersi se si poteva, lealmente e giuridicamente, procedere a tale sconvolgente mutamento senza avere prima riformato la Costituzione che sanciva l’indivisibilità del territorio francese, compresi necessariamente i dipartimenti algerini.
La massiccia e pressoché unilaterale propaganda governativa si concentrò su un punto che si rivelò decisivo.
Votare “sì” significava votare tout court per la pace in Algeria. Votare “no” avrebbe significato la continuazione indeterminata della guerra. Un tasto particolarmente sensibile in tutte quelle famiglie dove madri, fidanzate, mogli e sorelle attendevano con trepidazione il ritorno dei soldati dall’Algeria. Una capillare propaganda in questo senso venne diffusa ai quattro angoli del paese.
Anche se il primo ministro del governo gollista in carica, Michel Debré, rispondendo nel Journal Officiel del marzo e del maggio 1960 alle interrogazioni di due deputati aveva dichiarato che i dipartimenti dell’Algeria e quelli delle Oasi e della Saoura facevano parte della Repubblica allo stesso titolo dei dipartimenti metropolitani e la Costituzione non aveva mai previsto la possibilità che questi dipartimenti fossero trasformati in territori d’oltremare, né, a maggior ragione, che potessero divenire Stati indipendenti. Nessuna trasformazione in Stati della Comunità e nessuna secessione dalla Repubblica erano dunque costituzionalmente possibili per i dipartimenti e i territori facenti parte della Repubblica francese. Debré – primo ministro del presidente de Gaulle – dixit.
Eppure il referendum dell’8 gennaio 1961 mirava a costruire “l’Algeria algerina”, vale a dire una sorta di Stato, anche se non meglio precisato, e di prepararne la secessione.
Al di là del giudizio di merito sulla questione, su 27 milioni e mezzo di iscritti si registrarono 17,5 milioni di “sì”, 5,9 milioni furono i “no”. Una percentuale favorevole del 75%, che scendeva però al 56% circa calcolando gli astenuti. Il dato più importante veniva dall’Algeria dove l’Fln aveva predicato il rifiuto delle urne. 2.685.000 elettori si erano astenuti o avevano respinto il progetto, solo 1.750.000 votanti, il 39%, lo avevano approvato.
I risultati del referendum dell’8 gennaio 1961 avevano dimostrato che oltre 17 milioni di cittadini francesi avevano accettato che un territorio nazionale a tutti gli effetti giurisdizionali, destinato nella concordia e nella pace a un futuro potenzialmente straordinario, grazie allo sfruttamento delle sue straordinarie risorse di idrocarburi, venisse consegnata nelle mani di un’organizzazione che faceva un uso sistematico e istituzionale del terrorismo.
E nonostante la débâcle subita in Algeria, il centro nevralgico più interessato al progetto, e nonostante l’enorme emorragia di consenso popolare rispetto al precedente referendum del 28 settembre 1959 sulla Costituzione del V Repubblica – il tutto nello spazio di poco più di due anni… – il governo del generale de Gaulle si ritenne legittimato a continuare la sua politica.
In questo quadro, la notizia che il generale Challe il 30 dicembre 1960 aveva presentato le dimissioni per un congedo anticipato dall’esercito aveva suscitato molto scalpore e fermento nelle file dei militari francesi.
A 56 anni, Maurice Challe tornava un semplice cittadino. Ma il prestigio che circondava la sua figura di comandante vittorioso ne uscì ingigantita. Artefice e organizzatore del piano militare che portava il suo nome, poteva rivendicare la disarticolazione prima, l’annientamento poi, delle forze ribelli avversarie, elementi che ponevano le premesse per quella vittoria politica e sociale che, nei suoi progetti, doveva seguire direttamente quella militare. La politica dell’Eliseo andava invece in tutt’altra direzione.
Nel gennaio del 1960, dopo le barricades, il potere gollista aveva definitivamente perso, agli occhi del generale, ogni legittimità. Le vicende tenebrose dell’affaire Si Salah avevano fatto il resto. Parigi aveva quindi deciso di trasferirlo a rimasticare la sua amarezza, quale comandante in capo delle forze alleate per il Centro-Europa, una sine cura da grigio funzionario, umiliante per un capo prestigioso e brillante come lui.
Ma da Fontainebleau, Challe non aveva smesso di seguire lo sviluppo degli avvenimenti. Il governo era sul punto di abbandonare l’Algeria all’Fln mentre la sua aspirazione era quella di collegare strettamente l’Algeria al resto dell’Europa, al fine di ampliare e creare vicendevolmente spazi, dimensioni, progetti e disegni strategici, dal punto di vista sociale, politico ed economico, di più vasto respiro. Creando un precedente, sociale, storico e politico, che avrebbe avuto un impatto formidabile sull’evoluzione di tutto il Terzo mondo.
Giunse poi la notizia del cessate il fuoco unilaterale deciso dal governo di de Gaulle…
Come sappiamo, l’Fln non aveva accettato il cessate il fuoco. Bisognava allora imporglielo. Regalandogli l’alzata d’ingegno di una tregua unilaterale, vale a dire il cessate il fuoco delle sole forze francesi… Il primo risultato delle disposizioni governative furono diserzioni di massa tra le file degli harkis, le unità musulmane reclutate dall’esercito francese per la caccia ai ribelli e l’attività di controguerriglia. In Algeria, com’era facile aspettarsi, la situazione volse rapidamente al dramma. Per l’Aln moribondo la tregua costituiva una possibilità insperata.
Per Challe la rabbia era ancora più acuita dalle altissime responsabilità che pesavano sulle sue spalle, visto il peso determinante degli incarichi ricoperti al vertice delle forze armate in Algeria.
Pressato da più parti per un’azione di forza decisiva, Challe decise di dare una risposta definitiva ai congiurati in fermento all’indomani della conferenza stampa di de Gaulle prevista all’Eliseo l’11 aprile 1961. Sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso dell’esasperazione militare.
In quell’occasione, non a caso nell’immediata vigilia del putsch, de Gaulle non fece altro che ribadire con maggior veemenza gli ormai noti concetti politici sull’avvenire dell’Algeria non disgiunti, come al solito, dal tema ricorrente di un retroscenico controllo neocoloniale.
Dopo aver ricordato che «l’Algeria ci costa, è il meno che si possa dire, più di quanto ci rende», affermazione di un cinismo da fiera del bestiame che farà indignare ampi settori dell’esercito, infrangendone le ultime resistenze a entrare nel putsch di Challe, de Gaulle gettò la maschera, svelando a questo punto una politica logica e congruente: «la Francia considera con il massimo sangue freddo una soluzione in forza della quale l’Algeria cesserà di appartenerle e non oppone alcuna obiezione al fatto che le popolazioni algerine decidano di elevarsi a Stato e di assumere la responsabilità del proprio paese».
Ben detto dirà qualcuno. Solo che andava detto tre anni prima…

Per Challe, nell’ascoltare quella che definirà come una «homélie inhumaine», la misura era colma.
Bernard Tricot, uno dei più stretti consiglieri di de Gaulle, sintetizzò efficacemente la situazione, svelando i retroscena autentici della decolonizzazione, una stagione storica a dire il meno assai sopravvalutata da una retorica dettata dalle aristocrazie venali. Come ben riassunto da Tricot infatti «È un fatto accertato, la decolonizzazione è il nostro interesse e, di conseguenza, la nostra politica»…
Da quel momento, i preparativi per il putsch andarono febbrilmente affrettandosi. Challe escludeva a priori qualsiasi intervento in territorio metropolitano. Si era reso conto che non esisteva lo stesso movimento favorevole come nel maggio 1958, in un momento in cui, a causa della decomposizione della IV Repubblica, i francesi erano pronti ad accettare praticamente qualsiasi soluzione pur di un cambiamento radicale.
Ma le condizioni che avevano condotto all’Eliseo i comandanti della wilaya IV per concordare una “pace dei coraggiosi” potevano in qualche settimana essere rapidamente ricostituite. Per fare questo era necessario dimostrare agli algerini di tutte le comunità che i comandanti militari avevano un progetto chiaro e coerente per instaurare definitivamente la pace francese.
Qual era il piano previsto da Challe?
Data per scontata l’adesione dei reparti che gli era stata promessa da persone in cui riponeva la massima fiducia, si sarebbe sviluppato per tappe successive. Dopo una dichiarazione solenne riguardo alla volontà di mantenere la presenza francese in Algeria, com’era stato promesso dal governo e da tutti i quadri istituzionali, l’esercito sarebbe passato all’offensiva, di giorno e di notte, contro ciò che restava delle unità e delle organizzazioni armate dell’Aln.
In questa ottica, sarebbero state mobilitate otto classi di algerini di tutte le comunità. L’entrata in campo delle classi militari locali, avrebbe permesso di rimandare a casa, nel giro di qualche mese, la maggior parte del contingente di leva. Nessuna famiglia in Francia avrebbe potuto essere ostile a un generale che rispediva a casa i suoi ragazzi dopo una guerra interminabile. Per di più, l’algerizzazione della guerra avrebbe avuto notevoli effetti positivi sull’andamento delle operazioni.
L’obiettivo strategico era quello di ricreare le condizioni che nel giugno 1960 avevano indotto i capi della wilaya IV e III, le due wilaya più importanti per uomini e collocazione strategica, a chiedere le condizioni per una pace onorevole
La condizione necessaria e sufficiente per questo progetto era lo schieramento compatto dell’esercito con la rivolta militare. Non fu così.
Come è stato rilevato, l’influenza di Challe sul “putsch dei generali” fu senza dubbio straordinaria ma anche paradossale e ambivalente. La sua presenza valse a rassicurare alcuni ufficiali, comandanti di unità o di compagnia. Ma alla luce dell’evoluzione complessiva della vicenda, non si fatica a rendersi conto che quei militari erano già decisi a entrare in sedizione aperta e in tal caso l’adesione di Challe al complotto non ebbe come risultato che di far “piovere sul bagnato”, per così dire.
Diverso sarebbe stato se la presenza di Challe fosse riuscita a spazzare le reticenze di quei militari che pur non brillando per indiscusso lealismo gollista rifiutarono – in modi diversi, a volte contraddittori, spesso tutt’altro che limpidi – non se la sentivano di aderire alla rivolta. E questo, come sappiamo, non avvenne. Ma assurdo sarebbe in questo caso farne una colpa diretta a Challe.
Perché una cosa deve rimanere chiara, valutando in maniera il più possibile obiettiva la crisi politica e militare scatenata dalla ribellione armata dell’Armée nel 1961: eticamente e moralmente restano valide solo le posizioni di chi seppe e volle scegliere, subito, senza esitazioni, la barricata sulla quale battersi. E questo vale sia per gli ufficiali ribelli sia, naturalmente, per quelli schieratisi con il governo. Diverso il giudizio per quanto riguarda coloro i quali rinnegarono idee, sentimenti, ricordi, sacrifici e impegni personali sull’altare della convenienza, della pavidità, dell’opportunismo.
Come ha scritto Pierre Sergent, le settimane che precedettero il putsch dell’aprile 1961 erano state pesanti, giorni in cui tutti quelli che nell’esercito francese avevano come obiettivo qualcosa di diverso dalla carriera si andavano ponendo gravissimi interrogativi.
Il 1er Rep, con il concorso degli uomini dei Groupes de commandos parachutiste agli ordini del maggiore Georges Robin, sarebbe stato il ferro di lancia dell’intera operazione, studiata nei particolari dal colonnello Godard. Il piano previsto per la conquista di Algeri funzionò alla perfezione. Al Palais d’Eté, il ministro dei Lavori pubblici del governo gollista, Robert Buron, per sua incredibile sfortuna in quei giorni ad Algeri per una visita di 24 ore, venne svegliato nel cuore della notte da un mortificato funzionario che lo informò, con il miglior tatto possibile, che il palazzo era stato occupato dai paracadutisti…
All’alba del 22 aprile il direttivo dell’insurrezione aveva qualche ragione per sentirsi soddisfatto. La capitale algerina era stata occupata con rapidità e senza resistenze. Morin e il suo entourage, erano sotto controllo. Immediatamente Challe si mise in contatto telefonico con i vari responsabili militari d’Algeria sui quali, per diverse ragioni, gli insorti pensavano di poter contare, viste le disposizioni e gli atteggiamenti assunti al momento della fase preparatoria della rivolta.
Per Algeri quel 22 aprile 1961 fu una giornata decisamente fuori dal consueto.
Quel sabato sembrava un giorno come un altro quando Algeri lentamente, con cautela, cominciò a risvegliarsi. Furono i pied-noir più mattinieri a rendersi conto di qualcosa di diverso. Ovunque le uniformi dei paras. Baschi rossi, verdi, neri. Commandos e legionari. La caserma Pélissier presidiata in forze, come il G.G. Sul Forum, a tutti gli incroci si vedevano militari in mimetica. Camion di “leopardi” continuavano ad affluire in città. La voce si sparse rapidamente in un’Algeri ancora incredula e sbigottita. Una prima conferma venne dalla radio. Nessun programma trasmesso. Solo musica militare… Alle 8.30 “France V”, ribattezzata “Radio-France” dagli insorti, trasmise il primo messaggio della giunta militare alla popolazione algerina e al mondo intero.
Un testo senza slancio e senza passione…
Inevitabilmente. Per Challe non si trattava di conquistare il potere ma solo di impedire la politica di abbandono di un territorio nazionale, di riprendere le operazioni militari e di firmare un accordo con i combattenti dell’Fln per vincere la guerra e restituire l’Algeria, provincia francese, alla metropoli. Che de Gaulle, nel frattempo, fosse rovesciato o avesse dato le dimissioni, non era affar suo. La sua iniziativa – sarà uno dei cavalli di battaglia della difesa del generale al processo – era una questione di ordine e di onore strettamente e semplicemente militari, anche se avesse dovuto avere ricadute politiche.
Ma fu solo un fuoco di paglia. Le ragioni per Lacouture sono evidenti: quando si decide di fare una pazzia, non bisogna poi cercare di ammantarla di razionalità…
Per il comandante in capo dei ribelli stavano per cominciare le prime difficoltà.
Algeri era conquistata, l’Algeria non ancora. Almeno non tutta. L’attitudine di Challe di fronte alla resistenza e alle reticenze militari non sembrò essere, sin dall’inizio, quella di un comandante insorto contro i poteri dello Stato, determinato per questo ad andare sino in fondo. Il generale si contentò di spedire quanti decisero di non aderire all’insurrezione a In Salah, a raggiungere i vari Morin, Buron e compagnia cantante che dal 23 aprile, con i loro staff direttivi, erano stati trasferiti in quella località sahariana, a “scontare” la loro fedeltà gollista. Quando i rapporti di forze cambiarono, il regime non si mostrò così longanime.
La situazione appariva fluida, in pieno divenire e a macchia di leopardo per quanto riguardava le adesioni alla rivolta. Ma la mancanza di determinazione di Challe non prometteva evoluzioni positive per i militari insorti. La maggior parte dell’esercito francese, pur simpatizzando con il coup, attendeva che la bilancia pendesse da una parte o dall’altra.

Parigi, passati primi momenti di smarrimento, cominciava a reagire.
In via d’ipotesi, è forse congruo proporre uno scenario in cui de Gaulle – conscio della rivolta imminente, valutata lucidamente e freddamente la situazione, sia dal punto di vista della minaccia, sia da quello delle sue concrete possibilità di reazione – avesse deciso di far esplodere la crisi con la prospettiva, da navigato e incrollabile homme des tempêtes, di poter incidere, una volta per tutte, l’ascesso della resistenza militare alla sua politica. Traendo dalla vicenda nuovo slancio come catalizzatore sociale e politico di un’ulteriore e definitiva accelerazione nella risoluzione della crisi algerina.
Quel che sappiamo per certo, al netto delle considerazioni precedenti, è che Parigi sapeva del coup imminente, almeno dalla fine del pomeriggio di venerdì 19 aprile. La direzione generale della Sûretè era stata informata con precisione di quanto si andava preparando. Informatori avevano dato notizia delle riunioni svoltesi e indicato con precisione i partecipanti e il loro numero. Tutto venne archiviato con molta, troppa…, disinvoltura, a causa del fatto che un simile genere di notizie era all’ordine del giorno una settimana sì e l’altra pure, dato che il fermento suscitato in Algeria e in Francia dalla politica governativa aveva creato un esteso stato di agitazione, ormai endemico tra i quadri dell’Armée.
Anche se avrebbe dovuto far riflettere l’onda anomala di licenze chieste, proprio in quel periodo, da alti ufficiali in servizio in Algeria non appena ebbero sentore dell’imminenza del putsch, soluzione brillantemente pilatesca per sottrarsi dall’obbligo di doversi schierare da una parte o dall’altra, di fronte al lacerante tormento di essere costretti a scegliere tra le ragioni del cuore e quelle della carriera.
Nelle prime ore del 22 aprile 1961 fu al primo ministro Debré che toccò l’ingrato compito di avvertire il generale de Gaulle della rivolta dell’esercito ad Algeri.
Come suo costume nelle situazioni estreme, de Gaulle palesò di fronte all’angoscia e al nervosismo dilaganti tra i subordinati una calma imperturbabile. Ancora una volta, sul piano strettamente tattico, il generale de Gaulle si staccava nettamente dal gruppo dei suoi avversari e dei suoi sostenitori per quel sicuro, infallibile, quasi “medianico”, istinto politico. Istinto che gli permetteva immediatamente di riconoscere i termini esatti della crisi nella quale si trovava coinvolto.
Abbiamo spesso rilevato quanto i momenti più acuti di tensione risvegliassero in de Gaulle una lucidità e una sensibilità quasi insondabili, una lucidità di pensiero fuori dal comune, un’energia carismatica e contagiosa al limite del sovrumano. Come se ogni crisi agisse su di lui come una sorta di catalizzatore di forze segrete e profonde, morali, mentali e fisiche. L’homme des tempêtes…
Tanto più ciò è da considerarsi fuori dall’ordinario quanto il suo entourage, al contrario, era portato in simili occasioni al disorientamento che minacciava di tracimare oltre la soglia del panico.
Tutto ciò fu chiaro sin dalle prime ore del putsch. Nel corso della mattinata del 22 aprile all’Eliseo ci si accorge che l’organizzazione dello Stato si riduce alla volontà di un uomo e di qualche fedele. Il resto, tutto il resto…? Una moltitudine di spettatori.
Al netto di tutto ciò, in forza di quello che abbiamo definito, in mancanza di meglio…, “istinto politico”, de Gaulle, fin dalle prime ore della rivolta militare, pur nella frammentarietà e nella contraddittorietà delle notizie che filtravano a Parigi, aveva individuato i punti deboli dello schieramento avversario. Grazie anche a una lettura dell’universo militare francese, che aveva il passo di alcuni decenni. Ai suoi collaboratori, nel pomeriggio del 22 aprile, dichiarò: «Quello che è più grave in questa faccenda, signori, è che non è una cosa seria…».
In quelle parole è da scorgere, più che un giudizio sprezzante come hanno fatto molti, una lucida e tagliente disamina che, pur di fronte alla formidabile potenza militare dispiegata dai generali insorti, ne metteva spietatamente a nudo debolezze e difetti.
Non appena si rese conto di ciò, de Gaulle capì di aver in mano, ancora una volta, le armi per avere partita vinta. Gli assi erano tutti nel suo mazzo. Fin dai primi momenti il capo dello Stato ebbe chiara la linea da seguire e il traguardo finale. Dinanzi a uno dei suoi più stretti collaboratori, sgomento e incredulo, si permise addirittura una profezia oracolare: «È una questione di tre giorni»…
Il 22 aprile alle 17 si aprì il Consiglio dei ministri convocato in seduta straordinaria.
L’anziano generale si presentò nella sua implacabile allure delle “tempeste”: una calma sconvolgente, una volontà implacabile. E già domenica 23 aprile mentre a Parigi vecchi carri Sherman prendevano posizione di fronte ai punti nevralgici della capitale, obsoleto armamento che dimostrava la pochezza dei mezzi a disposizione contro il temuto impiego delle formidabili legioni di Algeri, oltre il Mediterraneo, per Challe si annunciava una giornata carica di conseguenze.
Secondo dati successivamente raccolti dai servizi d’informazione in Algeria, a quel momento tutti di stretta osservanza gollista, il 15% degli ufficiali era favorevole alla ribellione, un altro 15% era contrario alla politica algerina di de Gaulle, senza tuttavia osare spingersi ad appoggiare gli insorti. Tutti gli altri rimasero a guardare…
Poi de Gaulle calò l’asso del suo discorso alla nazione.
Il discorso radiotelevisivo di de Gaulle del 23 aprile 1961 costituì la svolta decisiva della crisi. Una ricorrente fissa nella storia della guerra d’Algeria. E non si può non rimanere colpiti da stupore osservando che nessuna autorità insurrezionale abbia neppure progettato l’ipotesi di impedire o disturbare la ricezione del messaggio rendendo impossibile, almeno in Algeria, la diffusione del discorso del presidente della Repubblica.
Anche perché lo smarrimento del governo era evidente, come ricorderà anni dopo Terrenoire dinanzi alla minaccia di un’incursione di commandos paracadutisti sulla capitale, eventualità che avrebbe rischiato di trascinare nel putsch unità di stanza in territorio metropolitano e in Germania, innescando l’intervento di gruppi di attivisti civili. Uno sbarco di elementi aerotrasportati sarebbe stato un disastro nazionale. Era, come nel maggio 1958, il rischio della guerra civile.
De Gaulle comparve sugli schermi con l’uniforme da generale di brigata, cominciando l’allocuzione con voce grave e decisa.
Il discorso fu pari alla messa in scena coreografica, drammatizzata efficacemente da un uomo che, come si ricorderà, in realtà considerava il putsch poco più di un’opera buffa. De Gaulle è sempre stato maestro dei toni della tragédie anche quando, con il senno di poi, gli apparivano quelli di una comédie.
Alla fine, il generale giunse al punto cruciale del suo appello alla nazione. Scandendo lentamente le frasi, e calando ripetutamente i pugni sul tavolo per dare maggior enfasi alle sue affermazioni de Gaulle pronunciò parole decisive: «In nome della Francia ordino che tutti i mezzi, ripeto: tutti i mezzi, vengano impiegati per sbarrare la strada a questi uomini, in attesa di domarli. Proibisco a ogni francese, e prima di tutto a ogni soldato, di eseguire qualsiasi loro ordine».
De Gaulle concluse con un vibrante appello personale, un altro piccolo capolavoro nel suo genere: «Françaises, français! Aidez-moi…!, Uomini e donne di Francia! Aiutatemi…!». Quel suo “Francesi…! Aiutatemi…!”, non si era ancora spento negli echi dell’etere che le Général poteva considerare di avere vinto la partita.
In realtà, tutto nasceva da un’accorta regia.
La leaderhip gollista si era resa conto della differenza che esisteva tra un generale insorto come Franco o i barbudos cubani di Castro e Guevara e l’attitudine sin troppo cauta dimostrata da Challe. Quest’ultimo non si sarebbe mai spinto a rischiare la guerra civile. Bisognava dunque farne balenare l’inquietante prospettiva per dimostrare che il regime era, al contrario, pronto a tutto pur di vincere la sfida lanciata da Algeri. Non potendo contare, in quei momenti, sulla fedeltà dei reparti militari, l’unica soluzione per creare le premesse di un confronto drammatico restava fare leva sulla popolazione civile.
Quasi per una sorta di nemesi storica, la V Repubblica sembrava rivivere le stesse angosce che precedettero la caduta della IV. Solo che questa volta il quadro sociale, politico, istituzionale ed economico era molto diverso. E al potere non c’era Pierre Pflimlin, bensì Charles de Gaulle. Un uomo che conosceva molto bene l’ambiente militare, i suoi responsabili, le virtù e le debolezze dell’Armée e dei suoi capi.
Il generale non aveva mai creduto alla determinazione e meno ancora alla fantasia dei congiurati. Nel pomeriggio di domenica aveva detto a Jacques Chaban-Delmas, presidente gollista della Camera dei deputati: “Fidel Castro sarebbe già qua. Ma Challe, poveraccio, non è Fidel Castro…”. Concetto apparso chiaro anche a molti degli insorti di Algeri.

Lunedì 24 aprile segnò l’inizio della fine dell’insurrezione militare.
L’unico tentativo che il comando ribelle di Algeri seppe inventarsi per tentare di rilanciare un’insurrezione in agonia fu una manifestazione sul Forum. Più di 100mila pied-noir, ma nessun arabo – il che la diceva lunga sulle prospettive politico-sociali del coup – acclamarono i quattro generali ribelli, Challe, Jouhaud, Zeller e Salan, che si avvicendarono sul balcone, reso celebre da glorie ormai trascorse per sempre. Il tutto non rappresentò che una scialba riedizione dell’ardente clima rivoluzionario delle giornate del maggio 1958.
Cominciava a diffondersi il tanfo malsano della sconfitta, annoterà nelle sue memorie il maggiore Robin mentre il crollo repentino del putsch finirà per stupire gli stessi protagonisti di quell’avventura troppo improvvisata. La situazione stava precipitando di fronte all’opportunismo di molti ufficiali, dilaniati tra il sentimento, l’onore e la carriera, condannati a promettere o rimangiarsi l’appoggio ai ribelli di fronte alle fluttuazioni del listino di Borsa dei rapporti di forze. Il putsch stava crollando, inesorabilmente. Ben presto fu chiaro che l’errore del generale Challe era stato quello di conservare il ricordo di un esercito che faceva blocco dietro di lui, senza accorgersi dell’ampiezza dei trasferimenti che avevano portato in Algeria uomini nuovi. Inoltre, de Gaulle aveva ormai condizionato una parte dell’esercito all’idea di un inevitabile e prossimo ripiegamento. Annunciandoci la decisione di arrendersi, il generale Challe esclamò, spossato: «Non avrei mai creduto che ci fossero tanti farabutti nell’esercito francese…».
Giunse la resa dei generali ribelli.
Il 25 aprile, verso mezzogiorno, Challe aveva maturato la sua decisione. Ogni residua volontà di lotta si era estinta. Alle 16 convocò al Governatorato generale i comandanti delle unità che lo avevano seguito dall’inizio. Challe sciolse dall’obbligo di fedeltà tutte le unità che si erano schierate al suo fianco. L’amarezza e la sfibrante delusione permisero ai comandanti dell’unità ribelli solo di stringere in un teso silenzio la mano al loro capo.
Giunti nella notte a Zéralda, la base del 1er Rep, dopo un ultimo malinconico saluto i capi della rivolta si separarono, chi per arrendersi, Challe, Zeller, Saint-Marc, gli altri per continuare la lotta in clandestinità. Il plotone di esecuzione gollista era stagliato sull’orizzonte di tutti i responsabili dell’insurrezione militare. Alla fine il processo avrebbe però sanzionato per Challe una condanna a soli 15 anni, suscitando la furia omerica di de Gaulle che decise di sciogliere d’autorità il tribunale speciale da lui stesso creato per l’occasione. Mettendone subito in piedi un altro che sperava più allineato.
I reparti insorti vennero cancellati dai ranghi militari.
Il 1er Rep, con la sua eroica epopea di sacrificio e di combattimento – 500 baschi verdi impegnati in Indocina nella tragica impresa di Cao Bang con un bilancio di 470 tra morti e dispersi, un migliaio impegnati a Dien Bien Phu, 600 caduti e 400 feriti – venne disciolto. Nella storia del reparto fu la “terza morte”, quella decisiva. Imposta da Charles de Gaulle.
Dove la furia del nemico non era riuscita a spegnere l’unità del reggimento, grazie alla forza e al coraggio dei suoi guerrieri, riuscì l’odio gelido e vendicativo di un anziano generale francese, feroce nel rancore e forse piagato da un incoercibile inferiority complex nei confronti degli uomini dei reparti d’élite. Stessa sorte toccò al 14e e al 18e Rcp.

Il 1er Rep se ne andò in un clima da “Götterdämmerung”…
Il campo di Zéralda venne circondato dai carri armati dell’esercito francese, come una base nemica.
Gli appartenenti al reparto vennero disseminati nelle varie unità della Legione. Gli ufficiali sarebbero stati puniti a seconda del grado: i maggiori e i capitani deferiti all’Alto tribunale militare, i tenenti agli arresti di rigore in fortezza. La giornata fissata dalle autorità per lo scioglimento del 1er Régiment étranger parachutistes era il 30 aprile, il giorno di Camerone, da sempre la festa più sacra della Legione straniera… Il perfido e meschino stile gaullien che abbiamo imparato a riconoscere.
Tre giorni prima, il 27 aprile 1961, il reggimento aveva lasciato per l’ultima volta la base di Zéralda. Prima di andarsene, i legionari fecero saltare in aria i magazzini e le casermette delle munizioni. L’aria fresca del mare e della pineta si mescolava a quello della polvere da sparo. Alle 17.30 il primo camion si lasciò alle spalle quanto restava della base. Tutta Zéralda era là riunita. Guardava partire i suoi legionari. La popolazione europea faceva ala al lento passaggio del lungo convoglio. Gettava fiori che finivano sotto le ruote dei pesanti veicoli del reggimento. Donne e uomini piangevano disperati, salutando i “diavoli verdi” che si allontanavano per sempre. Con le loro residue speranze.
I legionari intonavano un’aria triste e trionfale che il 1er Rep aveva adottato e che quel giorno assumeva tutto il suo significato più intenso. Gli uomini cantavano con voci lente e profonde, che davano un accento wagneriano alla tristezza e alla sfida perduta, la più famosa canzone di Edith Piaf: Je ne regrette rien…
Nessun rimpianto. I legionari non “rimpiangevano niente”. La sorte non era stata favorevole ma l’onore degli uomini e del reggimento era salvo. Le fiere parole della canzone si allontanarono con l’ultimo camion, spegnendosi nella polvere alzata dal convoglio e dalla sconfitta.
L’esercito venne sottoposto a una severissima epurazione. Fatta di punizioni e di promozioni. Come da tempo cinicamente previsto.
La logica repressiva del governo si estese anche alle unità di stanza in Francia e in Germania. In Algeria, il ministro della Difesa Messmer istituì una speciale commissione in ciascun corpo d’armata allo scopo di identificare e punire, mediante delazione, tutti gli ufficiali che avevano manifestato simpatie più o meno velate nei confronti dell’insurrezione.
Ai primi di maggio le celle della Santé, a Parigi, si popolarono di generali, colonnelli, tenenti-colonnelli, maggiori, capitani, tenenti. Altri arriveranno in seguito. Mai, dalla sua tetra inaugurazione nell’agosto 1867, il carcere parigino aveva accolto tanti ufficiali pluridecorati delle forze armate francesi. Uno dei tanti effetti prodigiosi di quella certaine idée de la France che si era fatto Charles de Gaulle.
Per giudicare i capi della ribellione il governo, in forza dei poteri concessi dall’articolo 16 della Costituzione, istituì un tribunale speciale, l’Haut tribunal militaire, senza ricorso in appello. Motivo per cui venne poi sconfessato dal Consiglio di Stato. Alla fine dei conti, l’epurazione si accanì su quasi un migliaio di ufficiali. Il governo cercò di minimizzare l’umiliante estensione del malcontento nelle file dell’esercito e quindi tenne segreta la maggior parte dei dati ma si è calcolato che gli ufficiali puniti furono da 600 a 700. Il nemico aveva cambiato volto. E bandiera.
Cominciava l’ultima battaglia dell’Algeria francese che aveva sognato di diventare integrata e fraterna.
Una pagina drammatica e disperata che sarebbe stata scritta dall’Oas.




