730. No, non sto dando i numeri. 730 è il numero dell’esemplare in mio possesso di “Il tempo che fugge”, romanzo straordinario di Robert Brasillach che è stato tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia il 4 dicembre 2024 per Edizioni Settecolori. Si tratta di una collana di 1000 esemplari, ciascuno con un suo numero, ma c’è da sperare che il successo di questo romanzo, spinga l’editore a pubblicarne altre copie. Un nuovo ringraziamento all’intellettuale Stenio Solinas che è Direttore Editoriale della casa editrice e che scova opere “maledette” che altri vorrebbero lasciare nell’oblio. “Maledette”, perché Brasillach fu intellettuale convintamente fascista, che – seppur disilluso – rimase fedele e coerente alle sue idee fino alla fine, constatandogli la vita.
Veniamo al romanzo in questione. “Il tempo che fugge”, ha un titolo che ricorda “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, opera monumentale che con i suoi 9 609 000 caratteri scritti in 3724 pagine è entrata nel guinness dei primati per lunghezza. Ma “Il tempo che fugge” che conta invece 356 pagine, e arricchito da una postfazione di Riccardo Paradisi, ha solo qualcosa del “sapore proustiano”, in quanto, se per Proust “il tempo perduto è tale perché non c’è più, per Brasillach, contrariamente, vive nel tempo e la memoria”. Il passato, in sintesi, è un eco che si riverbera nel presente e si proietta nel futuro, quindi c’è sempre ed è immortale.

Il romanzo è diviso in 6 capitoli: “La creazione del mondo”, “I cacciatori d’immagini”, “La notte di Toledo”, “La tentazione”, “Il grande viaggio”, “Il regno dei ciechi”.
Il romanzo (scritto originariamente tra il luglio 1936 e il luglio 1937), narra principalmente di due personaggi, René e Florence, cugini fra loro ed entrambi orfani, narrati da un “ente terzo” che si può presupporre rappresenti in qualche modo, lo stesso scrittore. Il narratore non entra mai come “personaggio” nella storia, resta per tutto il romanzo solo voce narrante. Il primo capitolo è di un incanto favoloso, forse idealizzato, e narra una felice infanzia dei due protagonisti in un’isola delle Balneari, una sorta di “Eden terrestre”, dove tutto sembra perfetto, immutabile e incorruttibile, completamente incontaminato dal mondo e dalla società. Successivamente, la storia si srotola e il primo a lasciare quel luogo sarà René, sedicenne studente che si trasferisce nella Parigi del primo Novecento. Dopo una serie di lunghe vicende, René e Florence si incontreranno di nuovo e si sposeranno. In uno dei momenti più belli del romanzo, viene descritto un amplesso, con stile memorabile, senza mai scadere nella volgarità. In seguito avranno anche un figlio. Tuttavia, con il passare del tempo, le cose muteranno. Il matrimonio, la famiglia, il lavoro “noioso”, la routine della vita borghese e conformista, il ripetersi dei giorni ai giorni, sempre uguali, comincia a incrinare l’idillio, sia da parte di René sia di Florence. Dopo un fatto, che non annoto per non rovinare il piacere della scoperta nella lettura, René decide di partire volontario nella Grande Guerra (la Prima Guerra Mondiale). Quella di René però, non è tanto una “convinzione patriottica”, quanto una “fuga” dalla monotonia della famiglia e dal conformismo borghese.

Tutto il capitolo “Il grande viaggio” descrive la vita in guerra, in trincea, gli “assalti”, le miserie e le glorie della guerra. Nella descrizione di Brasillach, convivono “esaltazione” dei “valori virili” della battaglia, ma evitando retoriche guerrafondaie, senza, cioè, nascondere gli orrori e le futilità della guerra. Ma quello che risalta nelle pagine del romanzo è comunque un esaltazione di valori, che – senza che Brasillach lo dica esplicitamente – sono intrinsecamente fascisti. Egli comprende perfettamente (vivrà personalmente queste esperienze, seppur nell’altra guerra, la Seconda), il senso del cameratismo eroico, la promiscuità, il coraggio, la violenza, l’audacia, l’eroismo, l’azione. Soprattutto Brasillach, attacca “da Destra” tutte le convenzioni borghesi, della “vita comoda”, come la monotonia del lavoro, dell’impiego, che viene confrontato dal passato dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima giovinezza. La guerra per Brasillach, è una fuga dal tempo, è un modo per “tornare giovani” eternamente.
Per meglio capire il senso di quanto da me descritto, riporto un frammento della postfazione di Riccardo Paradisi: “L’entusiasmo di Brasillach per la giovinezza, ritenuta l’età capace di reincantare il mondo, è tale da fargli credere che la storia possa essere redenta da una gioventù inquadrata per la rivoluzione. “Les sept couleurs” e “Notre Avant-Guerre” (altre due opere monumentali di Brasillach), sono romanzi dove entra prepotentemente l’interferenza del daimon ideologico-politico che a Brasillach suggerisce, come in una visione trasfigurata, i lirismi sul «fascismo immenso e rosso», «poesia del XX secolo», le commosse descrizioni delle grandi adunate liturgiche hitleriane, della giovinezza in marcia verso l’ordine nuovo. Sono pagine vibranti e colme d’una loro tragica grandezza – «grandi doni vengono dal delirio» ricordava Platone – ma dove l’estetica di Brasillach, più ingenua di quella di uno Jünger – che coglierà immediatamente la mostruosità del nazismo e la sua natura violentemente plebea – sembra come mettersi sull’attenti. Brasillach tornò nella Germania, dove assieme ad altri giornalisti francesi era stato invitato ad assistere al congresso di Norimberga del 1938, «stupefatto» e al tempo stesso « un poco atterrito», come registrava l’amico Maurice Bardéche. Il fascismo non è per lui solo una dottrina politica, ma in un trasporto irrazionale diventa la trasfigurazione dello «spirito stesso dell’amicizia», incarnazione compiuta della giovinezza (…) crede di trovare nel fascismo europeo la forza che possa battersi contro la decadenza, l’aspirazione a una vita eroica, la preparazione di «un nuovo mattino»”.

A parte la visione del “fascismo immenso e rosso”, che era una sua ossessione dovuta all’aspirazione che il fascismo compisse maggiormente quel “socialismo nazionale” che era in nuce e che in gran parte fu compiuto, ma anche annacquato, e al quale io rispondo con “fascismo immenso e nero”, perché nero fu il colore del fascismo. Si può essere “sociali”, senza scadere nel “socialismo”, “nazionali” senza degenerare nel revanscismo, concepire uno Stato forte e autorevole, senza scivolare all’autoritarismo antidemocratico.
Certamente la lettura delle opere di Brasillach, può aiutare a meglio comprendere quello che il fascismo fu e quello che sarebbe potuto essere. “Il tempo che fugge”, pur non essendo un romanzo esplicitamente politico, riverbera di questi ideali di un “fascismo romantico”, in passato solo “fantasticato”, oggi potenzialmente attuabile. “Il tempo che fugge” è un romanzo bellissimo, scritto con uno stile incantevole, che non può mancare nella biblioteca di un militante di Destra (sebbene possa leggerlo e ammirarlo anche uno “di Sinistra”), da leggere e rileggere.
Si dice che in Italia non si legge, o si legge poco. Recentemente Massimo Cacciari – una delle menti migliori tra gli intellettuali di Sinistra – ha affermato che secondo le statistiche, il 50% degli italiani leggono un libro all’anno, il che significa, non leggere. È importante (per tutti) leggere e leggere di più. E se a Destra ci impegniamo a leggere più possibile è importante, perché solo così potremmo espugnare l’egemonia culturale della Sinistra. Seguite i libri della Edizioni Settecolori. E leggete “Il tempo che fugge”.




