In data 17 gennaio 2026, un sabato di pioggia, di freddo, vento e maltempo tipico della stagione, il gruppo di Messina Quo Usque Tandem, alla guida di Ciccio Rizzo e del mio corrispondente Pietro Lanzafame, è partito per l’esplorazione del magico – lo è veramente, in tutti i sensi – sepolcro eroico dei Siculi dell’antico pagus di Ménai, sito fondato a seguito dell’osservazione di qualche Luna piena di tempo immemore (lo si evince dal nome stesso: Ménā in Siculo significava “’Luna’’, e dunque anche un culto misterioso ad una Dea ancora senza nome, ma corrispondente a Selene e molto probabilmente evocata proprio con il nome di Ménā), che diede i natali al grande Duce della rivolta nazionalistica del V sec. a.C. contro Siracusa e Agrigento, conosciuto con il nome di Ducezio (Dukétius, che sempre in Siculo significa “Colui che discende dai Duci’’, quei Duci che Diodoro Siculo ci informa esser stati l’unica forma di governo dei Siculi, con un Duce eletto da un consesso di nobili anziani). Io sono stato ovviamente invitato, ma abitando lontano, anche dal punto di incontro, e avendo pure molteplici lavori da portare a termine, non sono andato; mi sono promesso, però, premettendo una spiegazione circa l’importanza del luogo e la sua sacralità, di scrivere due righe anche per voi che, non Siciliani, con tutta probabilità non lo avete ancora visto.
Siamo a Caratabia, un piccolo monte calcareo nelle vicinanze del comune di Mineo, erede dell’antica Ménai appunto, in provincia di Catania, e precisamente nel Calatino, ossia nell’area naturale del Sud del fiume Simeto (altro nome di origine sicula che ebbe così grande importanza da essere citato da Virgilio nel IX libro dell’Eneide quale luogo di culto ove avveniva una formazione militare, la Véregha sicula, equivalente della Uéreja osca e della Iuventus romana, e da cui proveniva quel giovane figlio di Arcente, esperto in armi e bello d’aspetto, a combattere per Enea, e morto per mano dell’etrusco re Mezenzio), tra i Monti Erei e i Monti Iblei (ancora una volta emerge la toponomastica sicula legata a culti ancestrali, e qui non si finisce mai, davvero). Siamo dunque tra Caltagirone e Mineo, proprio nelle terre di Ducezio.

Immagine 1. L’entrata delle due tombe sicule a camera del monticello di Caratabia, nel territorio di Mineo. Cancelli divelti, incuria totale di luoghi di memoria delle nostre origini e della nostra spiritualità.
Trattasi di un complesso sepolcrale risalente al VI sec. a.C., dunque al Periodo siculo IV o facies di Licodia Eubea (tra la metà del VII e la metà del V sec. a.C. circa), allorquando cominciarono le lotte tra le popolazioni epicorie o indigene e i nuovi arrivati, Ioni e Dori, dalle rispettive greche madrepatrie. Un piccolo promontorio calcareo, come è tipico negli Iblei, opportunamente scavato fino all’ottenimento di due grandi tombe a camera (tipiche della facies, quale evoluzione diretta e più monumentale di quelle a grotticella artificiale, a carattere sempre clanico); e di cui una, quella a sinistra, più grande e con doppia camera (una più piccola e interna).
Gli ambienti interni sono rigorosamente a pianta rettangolare (quadrangolare il vano più interno della tomba a sinistra, che è infatti quella più grande). Le due tombe presentano rispettivamente un corridoio di accesso partente da un vestibolo monumentale fatto per accogliere i visitatori: i vari clan siculi sparpagliati nel territorio circostante, ma in primis quelli di Ménai. Sul lato sinistro del piccolo colle vi sono ancora tracce di escavazioni su roccia e tracce di basamenti per elevazioni costruttive in muratura che formavano vani adibiti all’amministrazione del culto di questi Eroi ivi sepolti. Si tratta della tipica architettura detta “in negativo’’, ossia rupestre, ottenuta per escavazione della marna calcarea. I due ambienti funerari presentano un soffitto piano, non arcuato, o – come si direbbe – a thólos, ossia a cupola con apice ogivale. Gli interni, oltre a presentare i tipici letti funebri intagliati nella roccia, le klínai, e le varie nicchie di deposizione, hanno da mostrare delle bellissime istoriazioni che commemorano i nostri Eroi in varie scene di caccia e parate militari, in groppa a cavalli grandi e austeri, con le loro panoplie tipiche (tipici elmi, lance, spade, scudi). L’amore per la lancia tra i Siculi è ben noto: il Dio Hatránus è iconograficamente rappresentato, infatti, armato di lancia ed elmato. Ma anche l’ascia è stata molto usata dai Siculi, essendo stata anche loro pre-moneta: un’ascia non affilata era un’unità ponderale, da cui deriva la stessa litra dei Siculi (corrispondente alla libra dei popoli del Lazio antico).
Le scene sono molto evocative, fortemente virili, austere, marziali… nordiche, profondamente indoeuropee: caccia al cervo (al Cervus elaphus europeo, il nostro cervo rosso delle origini… nordiche, appunto), caccia al cinghiale, altro animale che ha la sua grande importanza ipostatica indoeuropea; poi, le parate militari. Sulla parete della camera di sinistra, quella grande, vi sono ben 21 cavalli che avanzano regalmente verso destra, con criniere folte, paurose e teste coperte da elmi crestati. I cavalli stessi, come i cavalieri, sono galeati: trattasi di cavalli cerimoniali. Uno dei essi, senza cavaliere, reca sulla coscia destra una Crux Solaris, uno dei simboli che spesso abbiamo visto adornare fogge ceramiche, soprattutto quelle da viaggio come i fiaschi (uno di essi, proveniente dal territorio di Villasmundo, reca questo simbolo in rotazione, il cui movimento si evince dai fasci di linee che ortogonalmente dipartono da ogni asse). La scena cerimoniale è stata istoriata con scrupolosi particolari, molto importanti, forse non visibili agli occhi di chi non ha fondamenta di co-scienza tradizionale: i viri in groppa ai cavalli in trotto sono sospesi in aria, praticamente leves, alleggeriti dal peso corporeo in quanto trapassati, quasi fluttuanti ma pur sempre alla guida dei cavalli, che vivi, in carne ed ossa, con i loro elmi crestati ne rappresentano ancora le gesta. A fare un incontro ai cavalli e ai leves equites è un guerriero, con spada in pugno, scudo rotondo effigiato da simbologia solare raggiante, ed elmo. Il cavallo che avanza anch’esso in trotto solenne, proprio come in una marcia, privo di elmo crestato e senza cavaliere, ha un compito molto particolare: portare la Croce Solare di cui è contrassegnato – prescelto – sulla coscia destra. Il cavallo, che è nell’immaginario indoeuropeo l’animale che traina la Luce dell’Aurora ogni giorno, anche qui è rappresentato a portare l’Energia del Sole su questo luogo, ove giacciono i corpi di questi militi caduti ed ascesi alle sedi celesti con i loro cavalli galeati, imponenti.
Il sepolcro è volto a meridione, quasi a simboleggiare il punto più alto dell’astro solare nello scorrere sull’eclittica: lo Zenith del Sole, l’Axis Mundi, il punto massimo di luminosità. E’ chiaro: i cavalieri, i nostri Eroi, scendono nel nostro mondo in parata militare, con i cavalli celesti, elmati e imponenti, con uno di essi quale messaggero, quale vessillifero della Croce Solare. I militi siculi attendono a questa cerimonia sulla Terra in armi, irti virilmente in piedi: il guerriero con spada sguainata e puntata al Cielo, e scudo ornato di raggi… solari. Tutto questo è decisamente Ario! Assolutamente Ario!
Nell’altra camera, quella di destra, ci sono i cervi, gli animali del Solstizio invernale, in Siculo hínnī (al singolare hínnus, da cui Hínna, l’odierna Enna), anch’essi in movimento, con la testa contraddistinta dal poderoso palco e rivolta a guardare un minaccioso osservatore. Súēs e hínnī (cinghiali e cervi) ad indicare una caccia selvaggia, fatta nel cuore delle selve, la cui oscurità celebra gli inizi primevi del Kósmos, le cui carni servite come pasto solenne nei convivi rispettivamente apportano abbondanza, forza e nuova Luce, proprio agli inizi di un nuovo anulus (ossia un “anello’’, un ciclo che è “anno’’), di un nuovo tempo, di un nuovo ciclo della vita, di un nuovo Eone cominciato con il Solstizio d’inverno.

Immagine 2 (foto 2 e 3 unite). A sinistra, la scena equestre con cavalieri che procedono verso destra, in segno di trionfo, e guerriero a piedi armato di spada e scudo. A destra, particolare del cavallo con Croce Solare sulla coscia destra.
Un Herōon, un luogo sacro, tenuto alla mercé di stupidi ignoranti, che hanno libero accesso per incidere il nome proprio o della “compagna’’ da neanche un anno sulle pareti consacrate alla memoria dei nostri Avi. Le soprintendenze, da provincia a provincia, e non solo in Sicilia, divenute nel tempo roccheforti e casematte inespugnabili di certi paladini del pensiero di sinistra, come al loro solito, sfruttando sempre la ben nota formula “non ci danno i soldi, i governi se ne infischiano’’ (in riferimento sempre, ovviamente, ai governi di centro-destra, che nel dissoluto melting pot liberale si alternano ai primi senza mai concludere niente), non fanno nulla per salvaguardare questi luoghi, anche soltanto cercando di adoperarsi per una pulizia del sito, per una visita guidata, una piccola fruizione culturale nelle scuole per la giusta sensibilizzazione: il nulla più totale. Penso a quante volte abbia proposto cose del genere senza mai ricevere alcuna risposta positiva se non la solita risatina stolta e stupida, puntualmente accompagnata dalla solita frase “non ci sono i fondi… il governo ci ha tagliato i fondi’’, per poi buttare soldi nel “pride”… ma “orgoglio’’ di che cosa? Penso a tutte le volte che nelle collaborazioni più importanti e proficue mi sono visto voltare le spalle, negarsi e cacciarmi via, da risibili individui meno che mediocri solo perché io non sono “di sinistra’’ (e poi blaterano costantemente di “diritti’’ e “libertà soffocate’’, quando sono proprio costoro a negare tali cose).
Mi riferisco a siti archeologici di immensa importanza come Eloro, Castelluccio di Noto, Monte Finocchito (dove ho dovuto lasciare in mezzo alle pietre un portello tombale integro dell’VIII sec. a.C., che non aveva suscitato l’interesse di nessuna delle autorità da me chiamate) e la necropoli sicula di Noto Antica sul Monte Alveria (quella del declivio est detto Salitello, con le porte delle tombe volte erga ortum Solis, ossia “in direzione dello spuntar del Sole’’), tutti lasciati nella più totale incuria e dimenticanza, proprio a marcire sotto piogge torrenziali di ignoranza. Io avevo, infatti, proposto per questi siti visite guidate, anche di un certo livello scientifico, o passeggi ben assortiti di didascalia in un’area museale all’aperto, in mezzo alle bellezze naturali del paesaggio ibleo con le sue tante biodiversità e biotipi (macchie tipiche, garighe, ecc., con tante specie animali e soprattutto vegetali autoctone). Ma niente da fare … io non piaccio ai liberals. Ed anche qui, a Caratabia, finora si osserva la stessa cosa: un ingresso fatto di cancelli a barre metalliche, divelti, e un luogo sacro nella più totale incuria. Proprio una vergogna nei confronti dei nostri Avi. Avi non solo dei Siciliani, ma di tutti gli eredi degli Indoeuropei: noi Europei.

Ad ogni modo, ringrazio vivamente il gruppo di Messina, che tra breve – si spera nel mese di Aprile, dedicato al Dio Apollo – mi ospiterà nella propria sede per una conferenza circa la mia ultima pubblicazione per Passaggio al Bosco, Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell’Ethnos. Ringrazio tantissimo Pietro Lanzafame per avermi contattato e per l’amicizia che ha istaurato con me, nonché per le preziosissime foto che ha scattato con il suo gruppo e che mi ha spedito. Per chi è siciliano (ma ciò vale per chiunque, ovviamente) e si volesse unire al gruppo per la suddetta conferenza, della quale ancora dobbiamo decidere la data precisa, e all’escursione formativa che seguirà sull’Altopiano dell’Argimusco (nell’area della Riserva Naturale del Bosco di Malabotta, in prossimità dei confini tra i Monti Peloritani e i Monti Nebrodi), può liberamente contattare il gruppo di Messina Quo Usque Tandem al seguente indirizzo mail: qut.zancle1998@gmail.com.




