Il popolo del sole. Spunti vitali per ripensare gli indoeuropei

Set 8, 2026

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Di fronte al continuo disfacimento dell’identità europea, oggi più che mai è necessario affermare con chiarezza ciò che siamo, invece di limitarci a criticare ciò che non vogliamo essere. Senza una visione positiva di sé, ogni opposizione a “ciò che ci nega” diventa funzionale al suo gioco: si pone un freno alle proposte avversarie, ma non si offrono alternative, così alla fine l’altrui propaganda riesce a rendere accettabile persino ciò che si voleva respingere. Occorre dunque uscire, e al più presto, da questa logica reattiva, e tornare a dire con forza “chi siamo”.

Un’occasione per riflettere su questo tema ci viene da un recente film francese, Lady Nazca – La signora delle linee. La pellicola racconta di una donna tedesca fuggita dalla Germania nazionalsocialista che cerca se stessa presso le antiche culture sudamericane del Perù. Qui il manicheismo è evidente: da un lato gli autoctoni sono rappresentati come figure luminose e portatrici di valori autentici; dall’altro lato, i discendenti dei coloni spagnoli, eredi del dominio europeo, vengono ritratti come oppressori. Il film esprime perfettamente quello che si può definire etnomasochismo europeo contemporaneo, ossia la tendenza per cui l’europeo è sempre visto come cattivo quando afferma la propria identità o i propri interessi, a meno che non metta se stesso al servizio di altri popoli per aiutarli ad affermarsi. In quest’ultimo caso, però, la sua stessa affermazione coincide con la negazione di sé, con un sacrificio della propria cultura in nome dell’altro.

Tuttavia, compare un secondo elemento interessante: il popolo che la protagonista aiuta a riscoprire è un popolo “luminoso”, che venera il sole. E questo ci offre lo spunto per parlare della riaffermazione del popolo del sole per eccellenza: i popoli indoeuropei.

La solarità dello spirito indoeuropeo

Per comprendere chi siamo, dobbiamo risalire all’opposizione originaria – studiata e ripresa da Julius Evola – tra civiltà solari (uraniche) e civiltà lunari (telluriche), tra società rette dal principio virile e società rette dal principio femminile-materno (ginecocrazia).

Il termine àrya (sanscrito per “nobili”) designa una stirpe non solo del sangue ma essenzialmente dello spirito. L’atteggiamento ario di fronte al divino è affermativo, virile, eroico. Dietro i simboli del cielo splendente si cela il senso della “virilità incorporea della luce” e della “gloria solare”: una spiritualità vittoriosa che non solo crede in una superumanità, ma attribuisce a tale stirpe un potere irresistibile persino sulle forze sovrannaturali. Per questo l’ideale ario è più regale che sacerdotale, più guerriero che mistico, più ethos che pathos.

La conquista dell’immortalità o della conoscenza conserva tratti virili. Mentre Adamo, ad esempio, è un maledetto per aver osato toccare l’albero divino, i miti indoeuropei ci mostrano eroi come Eracle, Giasone, Mitra o Sigfrido, che riescono vittoriosi e si immortalano. Il simbolo indoeuropeo è solare: una purezza che è forza e una forza che è purezza, una luce che ha in se stessa la propria origine. Al contrario, il simbolo lunare è femminile: una natura luminosa solo perché riflette una luce che proviene da un centro esterno.

Colpa, espiazione e devirilizzazione

In altri contesti, eccoci invece assistere alla distruzione della sintesi indoeuropea tra spiritualità e virilità. Da un lato abbiamo una virilità crassamente materiale, rozzamente guerriera (come nell’Assiria); dall’altra, una spiritualità devirilizzata, un rapporto “lunare” e sacerdotale con il divino, dominato dal pathos della colpa e dell’espiazione.

Il sentimento del “peccato”, quasi sconosciuto tra gli Indoeuropei, è connaturato nella mens levantina. Ad esso è legato il pathos della redenzione, tipico delle civiltà matriarcali e del tutto estraneo alle società indoeuropee rette dal principio paterno. È già il “complesso” della cattiva coscienza che usurpa valore religioso e altera la calma purezza olimpica dell’ideale aristocratico indoeuropeo.

Di conseguenza, è in tali coordinate l’assunzione eroica, trionfale, virile del divino a sparire, esaltando al contempo un atteggiamento servile, spersonalizzante, ibridamente mistico e messianico. Levantino, in proposito, è il risentimento dei “servi di Dio”, che non tollerano alcun capo e vogliono costituirsi come collettività onnipotente (Nietzsche), idea antigerarchica dalla quale discendono tutte le sue materializzazioni moderne, fino al marxismo e al comunismo. Levantino, ugualmente, è quello spirito sotterraneo di agitazione oscura, di contaminazione e di improvvisa rivolta, per cui gli antichi consideravano Tifone Seth – il serpe nemico del dio solare egizio – come padre dei popoli del deserto, e gli Gnostici videro ugualmente in esso una creatura “tifonica”.

Per un nuovo punto di riferimento

Dinanzi a ciò, bisogna essere radicali. Bisogna rievocare valori autenticamente indoeuropei, non basati soltanto su vaghi concetti di sangue o su un materialismo biologico, ma su una spiritualità solare e olimpica. Un classicismo fatto di chiarezza e di forza dominata. Un amore nuovo per la differenza e per la libera personalità, e insieme per la gerarchia e per l’universalità.

Solo una stirpe capace di elevarsi virilmente dal “vivere” al “più che vivere” può creare un punto di riferimento reale di fronte a un mondo dilacerato, senza più principi veri e senza pace. Tale punto di riferimento si raggiunge risalendo a un’antitesi ideale, libera dal pregiudizio etnico ma fedele alla polarità originaria: solare contro lunare, virile contro femminile, eroico contro servile. Riaffermare il popolo del sole significa, oggi, riprendere coscienza di chi siamo veramente, non per negare l’altro, ma per affermare noi stessi.

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