Nel panorama filosofico del Novecento, dominato dalle grandi narrazioni progressiste e dall’ascesa delle masse, la figura di Nicolás Gómez Dávila (Bogotà, 1913-1994) si staglia come un masso erratico, testimone di un’epoca geologica scomparsa. Definito il “Nietzsche di Bogotà”, questo scrittore e filosofo colombiano è stato uno dei più radicali e lucidi critici della modernità, un pensatore che scelse la forma breve dell’aforisma, da lui chiamato escolio (glossa o nota a margine), per cesellare un’opera destinata a pochi, in attesa di lettori migliori. La sua maggiore raccolta, Escolios a un texto implícito (In margine a un testo implicito), è il tempio sacro di un pensiero che si professa apertamente reazionario, aristocratico e teologico, in un’epoca che egli riteneva irrimediabilmente votata al livellamento e alla mediocrità.
Che cos’è un Reazionario? Il Cacciatore di Ombre Sacre
Gómez Dávila opera una distinzione fondamentale, restituendo dignità filosofica a un termine spesso usato come mera ingiuria. Il reazionario non è il conservatore che si aggrappa al passato, né tantomeno il progressista che guarda al futuro. La sua è una categoria metastorica:
«Se il progressista si volge al futuro, e il conservatore al passato, il reazionario non misura i propri desideri con la storia di ieri o con la storia di domani. […] La sua abitazione si leva nello spazio luminoso in cui le essenze lo chiamano con le loro presenze immortali.»
Il reazionario autentico è, per Dávila, un «cacciatore di ombre sacre sulle colline dell’eternità». Egli rifiuta la schiavitù della storia perché il suo sguardo è rivolto a un “testo implicito”, a un ordine trascendente di valori che non dipende dal divenire umano. È in questa cornice platonica che va letto tutto il suo pensiero: la realtà autentica non è quella del mondo sensibile e dei suoi mutamenti, ma quella delle essenze immutabili, del Bene assoluto. Dio, nel suo lessico, non è solo il Dio personale delle rivelazioni, ma soprattutto il nome di questa oggettività assiologica, l’orizzonte incontrovertibile del valore.

L’Aristocrazia dei Migliori contro la Tirannia della Massa
Da questa premessa discende la sua feroce critica ai dogmi della modernità: l’uguaglianza, la democrazia, la sovranità popolare. Per Dávila, il concetto di sovranità del popolo è un’illegittima divinizzazione dell’uomo, un tentativo di scalzare Dio dal suo trono per sostituirlo con il Moloch dell’opinione pubblica. La società autentica, invece, è e deve essere gerarchica. Non una gerarchia di sangue o di censo, ma una gerarchia dello spirito, di stampo squisitamente aristocratico:
«Il vero aristocratico è chiunque abbia una vita interiore, a prescindere dalle sue origini, dalla sua classe, dalla sua fortuna.»
L’obiettivo non è l’oppressione del popolo, ma la sua guida da parte degli aristoi, dei migliori per capacità e tensione verso l’alto. Il suo anticapitalismo, così come il suo anticomunismo, nasce da qui: il capitalismo non va biasimato perché produce diseguaglianze, ma «perché favorisce l’ascesa di tipi umani inferiori», sostituendo i valori dello spirito con il mero successo economico. La democrazia, dal canto suo, istituzionalizza il regno dei mediocri, dove «il numero degli adepti cresce con la superficialità del sistema». L’inferno, nella sua icastica visione, è una società di “discreti non distincti”, di individui separati ma indistinti, in antitesi alla società angelica, fatta di “distincti non discreti”, di esseri distinti e riconoscibili nella loro unica perfezione.

Il Bestiario della Modernità: Una Galleria di Orrori
Non c’è feticcio della modernità che resista alla «pacata furia» degli aforismi di Gómez Dávila. Le sue proposizioni sono «roghi silenziosi» in cui arde tutto ciò che egli ritiene abietto. Sfilano così in una galleria spietata: «l’uomo persuaso di se stesso che per sfidare Dio gonfia il proprio vuoto»; «l’animale razioide e calcolante»; lo sciocco il cui tempo preferito è il futuro; «l’automa spermatico» che scambia la schiavitù ai propri istinti per libertà; l’individuo-massa di orteghiana memoria; i mediocri che «come le zarathustriane mosche del mercato congiurano contro ogni grandezza»; lo scientista privo di talento; l’intellettuale succube del lessico alla moda. Per tutti costoro, per gli «innumerabili blateranti cretini», Dávila non ha pietà: «la maggior parte delle persone non ha diritto ad esprimere opinioni ma solo ad ascoltarle».
In questo scenario desolante, emerge la sua proposta etica ed estetica, un classicismo vissuto come opposizione radicale: «Di fronte a tanti intellettuali scipiti, a tanti artisti senza genio, a tanti rivoluzionari stereotipati, un borghese privo di ambizioni pare una statua greca». La sua voce ci ricorda che la vera immoralità è «contribuire in qualunque modo al progresso», e che la cultura si rivela nel vestirsi, nello scegliere una forma, non nello spogliarsi in un’esibizione di vuoto.
Il Paradosso dell’Eremita: Tra Utopia e Azione
L’opera di Dávila, pessimista ma mai nichilista (l’ateo coerente, dice, se non pone fine ai suoi giorni non è tale), indica una strada. Tuttavia, il suo pensiero sembra arrestarsi di fronte al baratro dell’azione. La sua stessa esistenza, vissuta in un volontario isolamento intellettuale a Bogotà, senza alcuna militanza politica, può apparire come una resa, l’attuazione perfetta del suo personaggio. In questo, egli si distacca radicalmente da un altro “guerriero” della tradizione come Yukio Mishima.
Il suo tono può risultare rinunciatario, la sua posizione un’utopia aristocratica in un’epoca che non vuole ascoltare. Ma la domanda che egli ci lascia in eredità è proprio questa: è sufficiente il poeta che indica il sacro, o abbiamo bisogno anche di chi, come Hölderlin, si espone «a capo scoperto sotto i fulmini del dio»? Forse, l’insegnamento più alto che possiamo trarre da Gómez Dávila non sta solo nella potenza deflagrante dei suoi escolios, ma anche nella sfida implicita che essi lanciano: quella di arrischiarsi sine cura, di vivere, non solo pensare, la rivolta contro la propria epoca.




