Un fantasma si aggira nei corridoi dell’università di Bologna. Quello di Goffredo Coppola che fu, durante la RSI, Rettore. E inquieta i ben remunerati sogni dei “professoroni” (con stipendio statale). Finita l’epoca dell’antifascismo militante, è subentrata quella dell’antifascismo “morale”: si deve essere antifascisti, è naturale esserlo, a prescindere. «Ce lo chiede la Costituzione», chiosano sornioni personaggi d’avanspettacolo che, pur non avendo mai letto un libro di storia, pur non sapendo nulla della Resistenza o, semplicemente mentendo sapendo di mentire, svolazzano nell’etere televisivo, come strisciano sulle pagine dei giornali, accampando una inesistente superiorità morale. Il fascista deve essere sradicato dalla storia e dalla memoria di questa Nazione, iniziando dai cimiteri, dai monumenti e finendo col dare la caccia al “criminale morale” di turno, magari sul posto di lavoro, magari minacciando chi gli è intorno. Mafiosi erano e mafiosi sono rimasti. Ma a differenza dei mafiosi veri a costoro manca il coraggio e fanno gli antifascisti solo perché è altamente remunerativo e solo perché protetti da un sistema che su tale menzogna è fondato. È così che le figure dei grandi del nostro passato sono osteggiate ovunque, nelle strade come nelle università. E quando non si può cancellarli perché sono “giganti della cultura”, come un d’Annunzio, un Gentile, un Marinetti, un Marconi, vengono “depotenziati”, vilipesi, “contestualizzati”. Goffredo Coppola è uno di questi. “Negli anni Trenta ancora giovane ma già illustre filologo e studioso di papiri, grecista e latinista versato all’alta divulgazione, fu uno degli artefici della saldatura ideologica tra fascismo e Romanità. Dalle colonne del ‘Popolo d’Italia’, del ‘Corriere della Sera’ o di ‘Gerarchia’, egli elaborò l’identificazione tra Roma antica e quella moderna con la forza di un valore assoluto. Ne fece l’asse portante della sua adesione al fascismo”, ha scritto Luca Leonello Rimbotti nell’introduzione al pregevole saggio di Gabriele Bonazzi, Coerenza e destino, dedicato per l’appunto a Goffredo Coppola1Cfr. G. Bonazzi, Coerenza e destino. Goffredo Coppola dal rettorato a Dongo, Settimo Sigillo, Roma 2023..
Continua Rimbotti:
Con Coppola ed altri studiosi del suo rango (pensiamo ad esempio all’indoeuropeista Antonio Pagliaro o all’antropologo Giuseppe Tucci, due studiosi di fama mondiale) il fascismo elaborò un’ideologia incentrata al culto del ritorno, sul mito delle origini. Ad un tempo moderno ed arcaico, futurista e tradizionalista, il fascismo ebbe il compito di riaffermare gli antichi simboli. Nel Medioevo circolava la leggenda dell’Augusto addormentato. Giacente sotto la Torre delle Milizie, nei mercati traianei, il Cesare fondatore dell’antico Impero si sarebbe ridestato solo quando Roma fosse di nuovo risorta attraverso un nuovo condottiero, artefice di un secondo Impero romano. Questa leggenda, venne rievocata anche da Goffredo Coppola in un articolo apparso su ‘Il Popolo d’Italia’ il 23 Settembre 1937, nel giorno in cui cadeva il bimillenario della nascita di Cesare Augusto.
Coppola nacque a Guardia Sanframondi (Benevento), classe 1898, da una famiglia contadina che gli permise di studiare ed affermarsi nel mondo universitario. Tra suoi alunni, negli anni 1939-1941, anche Pier Paolo Pasolini che ne apprezzerà il profilo culturale.
Reduce dal fronte russo, la caduta del Fascismo fu per lui la caduta di un mondo al quale, comunque, intese rimanere fedele, costasse quel che costasse. Fu così che, il 12 Agosto 1943, venne addirittura arrestato per disfattismo ed apologia di fascismo, mentre era a Bologna, dove aveva inscenato delle invettive contro i “traditori”.

La liberazione del carcere fu consequenziale al crollo dell’8 Settembre. Il 18 Dicembre 1943 venne nominato Rettore di Bologna, quando già in tutta l’Italia centro-settentrionale cominciavano a cadere sotto il piombo fratricida i primi fascisti. Molti, a questo punto, si tirarono indietro. Lui no. Accettò il pur rischioso incarico, non venendo meno la sua fedeltà all’Idea. “Coerenza”, per l’appunto. Si trattò di una mattanza senza senso, che colpì i più deboli, i disarmati, gli inermi, addirittura i “moderati” proprio per lasciare campo libero alla guerra civile, senza intralci da parte delle “colombe” fasciste. Sindacalisti, padri di famiglia, lavoratori. Furono questi i principali obiettivi degli antifascisti. Ma non mancarono “prede” eccellenti, come i Federali del risorto Partito Fascista, ma solo se fossero “moderati”, come abbiamo detto. A cadere sotto i colpi dell’odio fratricida anche uomini illustri, come Giovanni Gentile (Firenze, 15 Aprile 1944) o Pericle Ducati (ferito il 16 Febbraio 1944 e deceduto il 28 Ottobre seguente), archeologo e, come Coppola, in forza all’ateneo di Bologna. Fu il tentativo di cancellare tutti quegli intellettuali che, dopo il 25 Luglio 1943, erano rimasti fedeli all’idea fascista, simbolo di quel mondo della cultura che aveva aderito con entusiasmo al Regime. Quel mondo che per la propaganda antifascista non deve essere mai esistito e, all’epoca, doveva essere cancellato fisicamente colpendo quelli che perseveravano nella “strada sbagliata”. Per tutti gli altri “redenti” un posto di potere e di guida culturale, visto il deserto che circondava i partiti antifascisti incapaci di esprimere una propria classe dirigente.
Tutto questo in uno scenario di guerra guerreggiata che colpiva tutte le città dell’Italia centro-settentrionale, anche quelle lontane dal fronte. Attraverso le “fortezze volanti”, gli aerei emblematicamente chiamati “Liberator”, la guerra arrivava ovunque, con il suo carico di morte, di distruzione: è la “guerra ai civili” degli Alleati. Una strage di decine di migliaia di morti, probabilmente 80.000, ben presto cancellata dai libri di scuola e, comunque, accettata ipocritamente e con sadismo dagli antifascisti in nome della “liberazione”. Emblematico, il bombardamento di Bologna del 29 Gennaio 1944 che devastò la città, colpì i monumenti della Civiltà italiana come la preziosa biblioteca comunale ed uccise 1.600 civili. Se questa “necessità militare” fu accettata come inevitabile dagli antifascisti – magari desiderata per avere materiale da propaganda per accusare del crimine… i fascisti! – ci furono Italiani di cultura che rimasero sconvolti da tanta infamia: il Direttore della biblioteca, Albano Sorbelli, “fedelissimo al Regime, morirà stroncato quasi sicuramente dalla vista di quelle rovine, poche settimane dopo2Ivi, pag. 46.”.
Coppola fu in prima linea, anche come Presidente dell’Istituto di Cultura Fascista: dalle pagine del periodico dell’ente “Civiltà Fascista” non nascose le sue posizioni intransigenti, ma mai improntate all’odio o alla repressione. Anche il suo vivace e riaffermato antisemitismo non varcò il limite della “dialettica3Cfr. G. Coppola, Trenta Denari, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2020.”. Giorgio Pini che lo incontrò a Milano, lo dipingerà come un idealista assoluto, “in politica un Domenicano, vero combattente al servizio della fede”.
Sul “Corriere della Sera”, nel Dicembre 1943, Coppola scriveva: “I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere, l’iniziativa della riscossa, e perciò essi, per primi devono dare l’esempio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione e mettere al di sopra dello stesso Partito costantemente la Patria”.

Gentile, Ducati, Coppola furono i capifila di quella massa di intellettuali militanti che durante il Regime aveva servito la Patria e il Regime. Una adesione di massa che è stata cancellata dagli antifascisti nell’omaggio ideologico alla nota espressione crociana del Fascismo visto come “parentesi barbarica” (dove, tanto per essere chiari, Croce faceva quello che gli pareva e piaceva). No. Nessuna “barbarie”. Gli intellettuali di prim’ordine, dal più umile giornalista al grande Professore universitario, addirittura ai Premi Nobel, guardarono al fascismo, aderirono al Regime, alcuni anche con ipocrisia ed opportunismo, ma liberamente. Come ha evidenziato Gabriele Bonazzi, “la scelta ideologica [degli uomini di cultura italiani nel Ventennio] fu frutto di una libera scelta e di intima convinzione4G. Bonazzi, Coerenza e destino, cit., pag. 70 nota 97.”. Che poi, per viltà, per opportunismo, la maggior parte di loro si arruolò – a guerra finita, ovviamente – tra le schiere degli antifascisti militanti non cambia di certo l’assunto iniziale. Ma su questo argomento rimandiamo il lettore al fondamentale Il fascino del fascismo. L’adesione degli intellettuali europei di Tarmo Kunnas che, da solo, travolge 70 anni di propaganda antifascista5Cfr. T. Kunnas, Il fascino del fascismo. L’adesione degli intellettuali europei, Settimo Sigillo, Roma 2017..
Coppola, coerente e fedele agli ideali professati, non solo aderirà alla RSI quando tutto e tutti lo sconsigliassero di farlo, essendo ormai perduta la partita, essendo ormai pericoloso esporsi. E a questa scelta rimase fedele durante i famosi “600 giorni”. Scelse di essere vicino al Duce fino agli ultimi giorni, fino alla morte, condividendo con gli altri gerarchi il martirio sul lungolago di Dongo il 28 Aprile 1945. Di lui ci rimane il ricordo di Vanni Teodorani sul quale vale ritornare:
Dopo che la fucilazione [del 28 Aprile 1945 sul lungolago di Dongo] era avvenuta e tutti i gerarchi erano caduti la folla sostava gli angoli della piazzetta guardando in silenzio. Quando dal mucchio di giustiziati uno si alzò, si rivoltò verso il Plotone e gli spettatori e li prese ad indicare uno per uno con il dito puntato. I presenti terrorizzati fuggirono urlando e raggiunto dai nuovi colpi il morente ricadde.Io so come se avessi visto chi era l’accusatore, tanto il gesto mi era familiare. Nelle sere d’Inverno mentre eravamo riuniti in camera di Amicucci al “Plaza” con Ferretti, Pini, Mori, Alessi ed altri, quando entrava Coppola si fermava sempre sulla porta e, ripetendo un gesto solito, ci contava col dito ad alta voce «uno, due, tre, cinque, sette» secondo quanti eravamo e invariabilmente aggiungeva «impiccati». Lo scherzo ci lasciava freddi, ma lui si divertiva un mondo con quella sua faccia di Savonarola del Novecento, nella cui antica esilità si leggeva un’indomita energia. E fu lui certamente a ripetere un’ultima volta sulla piazza di Dongo il gesto preferito indicando al giudizio della storia i suoi assassini.Coppola era veramente una cosa seria nel fascismo militante. Lontano da ogni superficialità, ad ogni bassezza di politica, lui credeva e sapeva. Uomo di alta cultura, titolare giovanissimo per meriti scientifici delle cattedre di greco e di latino all’Università di Bologna, la più antica d’Europa, studioso scrupoloso e attento, uomo di cuore e d’onore, prima pensoso di guadagnarsi da solo quel posto nel mondo della cultura che le sue qualità esigevano. Aveva aderito al vecchio fascismo piuttosto tardi trovandovi subito quell’atmosfera di classico idealismo che aveva inseguito tutta la vita fra le righe degli antichi autori. Convinto assertore dell’unità europea, militava per questo dalla parte della Germania a cui confessava di dover molto anche come studioso. Combattente e mutilato delle due guerre mondiali, povero in senso assoluto, non solo perché privo di rendite e di gioielli, ma anche e soprattutto nella sua spartana pratica di vita, avrà avuto sì o no due vestiti, rigettava il comunismo solo perché vi vedeva il nemico patentato del suo idealismo che per lui rappresentava nel tempo l’anima della civiltà. Grande ammiratore di Croce era anticrociano perché giudicava che spesso il filosofo non si era dimostrato tutto d’un pezzo come lui l’avrebbe voluto. E come lui dimostrò di essere. Grande spregiatore della politica e dei suoi uomini, e in fondo anche di ogni dottrina contingente, amava ripetere che sarebbe stato con Mussolini fino in fondo, perché era l’unica cosa che si elevava sulla normale melma umana. In questa melma dantescamente tuffava camerati ed avversari e ai suoi giovani amici consigliava di lasciare il mondo e di dedicarsi solo agli studi e all’Idea, un’Idea di perfezione che in lui era completamente astratta. Questo filosofo puro come l’acciaio, gentile come una fanciulla, e limpido come il cristallo, era il criminale di guerra fucilato nella schiena davanti al lago di Dongo.Appena tornato da un convegno europeo che l’aveva molto impressionato in cui Romeni e Ungheresi, Baltici e Finlandesi avevano accusato l’Italia che con l’otto Settembre aveva tradito la fiducia che le Nazioni minori riponevano in lei, abbandonandole in completa balia del vincitore, Tedesco o Russo che fosse, Coppola sostenne che bisognava fare qualcosa per testimoniare la fecondità del pensiero europeo in Italia. E un po’ perché mi era amico, un po’ perché mi sopravvalutava, mi incaricò di preparare uno studio sull’Europa nel pensiero di Mazzini6Cit. in P. Cappellari, La “stasi di Como” nelle memorie di Vanni Teodorani, “L’Ultima Crociata”, a. LXIII, n. 5, Luglio-Agosto 2023..
Nell’Estate 1951, i resti di Coppola furono traslati da Milano a Bologna – grazie all’interessamento degli ex Rettori Alessandro Ghigi e Guido Guerrini, insieme a Felice Battaglia – dove furono inumati nel Chiostro del Cinquecento, con una lapide latina ancora esistente.
Il suo ricordo vive ancora nei corridoi dell’ateneo di Bologna e nella Biblioteca di Storia Contemporanea di Paderno (Forlì) a lui dedicata.
Pietro Cappellari
Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea
“Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì)
IMPERATORE CAESAR AUGUSTUS
I contemporanei lo salutarono coi versi di Virgilio: “Ecco Cesare Augusto, l’eroe che c’era stato promesso E che resusciterà nel Lazio e nelle campagne d’Italia, dove in antico regnava Saturno, l’età dell’oro; e l’impero di Roma amplierà fino al Fezzan e all’India, di là dalle vie delle stelle, fin dove li instancabile Atlante sostiene sulle spalle lo splendente astro dei cieli”.
Lo avevano veduto “entrare tre volte in trionfo nelle mura di Roma, e pagare agli dèi d’Italia l’immortale tributo dei suoi vuoti consacrando più di trecento templi”, e fra l’applauso della folla e i canti delle vergini e delle matrone, mentre sugli altari fumanti cadevano immolati migliaia di tori, l’avevano ammirato, “sulla soglia di marmo e di alabastro del tempio di Apollo, ricevere dall’alto del trono i doni dei popoli sottomessi per abbellire le magnifiche colonne del superbo porticato”.
Sono passati duemila anni, e l’immagine virgiliana dell’apoteosi di Augusto si è trasmessa, di generazione in generazione, come l’immagine della pace romana creata dall’eroismo e dalla vittoria delle Legioni, e dalla volontà pura di uno spirito umanamente libero trasformata in religione politica e ideale di civiltà: riformatore della costituzione, difensore del territorio, organizzatore dell’amministrazione e della società, Cesare Augusto rappresenta la maestosa dignità dell’Impero e il diritto fondamentale dello Stato. I simboli del suo destino, l’adozione di Cesare, la battaglia di Filippi, la vittoria di Azio, Marco Agrippa, Cilnio Mecenate annunziano, nel tramonto di Roma repubblicana, la luce di Roma imperiale; più chiaramente ancora, il sedici Gennaio del ventisette avanti Cristo, l’annunzia il nuovo suo nome di Imperator Caesar Augustus, che è un simbolo anche esso e riunisce in un solo destino l’eroe creatore e la volontà implacabilmente lucida del fondatore dell’Impero.
Religiosa eredità fu quella di Cesare: e infatti duravano ancora le leggi, le istituzioni e gli ordinamenti con i quali Cesare era salito al potere, e il culto del Divus Iulius era diventato il culto dello Stato, garanzia e patrimonio dell’Impero. Ma rafforzando e difendendo la Romanità così che niente mai potesse distruggerla, Augusto risolveva a favore dell’Occidente l’antitesi tra Oriente e l’Occidente che Cesare aveva drammaticamente vissuta negli ultimi anni della sua vita, e che s’era ripresentata, fortunosa e tragica, nella lotta tra Ottaviano non ancora Augusto e Marco Antonio. E però costruendo in Occidente la Roma imperiale sognata e creata da Cesare, Augusto che aveva da lui ereditato la legittimità aggiunse alla grandezza del padre suo la gloria di aver tenuto a battesimo la civiltà europea.
Insieme con Cesare, egli è il simbolo della dignità Imperiale, il nome suo di Imperatore Caesar Augustus consacra da duemila anni l’identificazione dell’Impero con l’Occidente. Il titolo di Cesare dava il diritto di successione al trono, quello di Augusto concedeva la dignità Imperiale: il rito iniziato dai Flavii e ufficialmente inaugurato da Adriano fu poi consacrato nelle solenni formule del protocollo. Creatore dell’Impero era Cesare, fondatore era Augusto, il quale era riuscito a far sopravvivere l’opera e la gloria di Cesare e in cinquantasei anni di regno, e della santità di Cesare aveva fatto il patrimonio e il fondamento dello Impero. Era stato dunque ricco di conseguenze per il mondo l’atto di adozione, col quale Cesare proclamò suo erede il nipote di una sua sorella, quel giorno che in terra di Spagna, alla vigilia di una battaglia, mentre faceva tagliare un bosco per costruirvi il campo delle Legioni, ordinò si risparmiasse una palma come augurio di vittoria, e quella subito gettò polloni alti e fiorenti.
Sul finire del Medioevo, all’alba della Rinascenza, quando si inaugura la ricerca storica e si annunzia fecondo di civiltà il quasi voluttuoso amore del passato, e la Romanità risorge nella cultura e nell’arte nutrite dalla possente vita dei sensi; allora i due nomi di Cesare e di Augusto tornano ad essere creatori della religione dell’Impero. Allora il romanticismo eroico dell’Umanesimo celebra ed esalta l’idea imperiale di Roma con tanto devota ammirazione che gli Italiani dei secoli futuri ne trarranno motivo di orgoglio e di serena fede, quando il predone straniero spoglia insozza le loro terre; e da quel grido di amore per l’antica grandezza romana nasce un appassionato libro del Risorgimento, sul primato della nostra gente e sulla universale missione dell’Italia.
Allora, all’alba della Rinascenza, fiorirono le leggende sui monumenti che erano rimasti i segni tangibili della sua presenza, a testimonio della grandezza di Augusto. Ed egli apparve garante del miracoloso destino di Italia, come nella formula dell’ultimo Impero che salutava il nuovo Imperatore con l’augurio che fosse più fortunato di Augusto: felicior Augusto. E si divulgò la fama che nel mausoleo comunemente noto col nome di Austa sorgesse circondata dalle tombe un’abside, e Ottaviano e i Sacerdoti suoi vi celebrassero sacrifici solenni, fra sacchi di terra raccolti da ogni parte del mondo a perpetuo ricordo delle genti sottomesse all’Impero. L’Austa divenne una fortezza inespugnabile, la fortezza più contesa di Roma, e “fu strascinato allo campo dell’Austa” il cadavere di Cola di Rienzo e là fu bruciato “in un fuoco di cardi secchi”, in quegli anni che Francesco Petrarca scopriva e vaticinava nella grandezza di Roma imperiale l’ideale politico italiano, distruggendo ogni antesi tra passato e l’avvenire.
E dopo che nel duecento il maestro Marchionne di Arezzo ebbe costruita presso il mercato di Traiano l’alta Torre delle Milizie, allora nacque, più suggestiva e più vera, anche l’altra leggenda: che sotto la torre fosse un palazzo incantato ed Augusto vi riposasse da secoli. E un giorno si desterebbe dal sonno e tutto armato uscirebbe con milizie e Legioni, quando Roma fosse pronta a reggere e guidare per la seconda volta le sorti del mondo. Immagine del nostro desiderio, Augusto è simbolo del nostro destino ed è, come Cesare una figura eterna della nostra storia, la più grande figura contemporanea appunto. Venti secoli, duemila anni non l’hanno né pietrificato né diminuito: egli è presente nella realtà e nell’avvenire imperiale dell’Italia fascista.
Goffredo Coppola (“Il Popolo d’Italia”, 23 Settembre 1937-XV)




