Il cratere di Eufronio. Una celebrazione archeologica dell’etica eroica indoeuropea

Giu 24, 2026

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Il cratere di Eufronio è un meraviglioso cratere a calice, un grande vaso fatto per i simposi – con i suoi 45,7 cm. di altezza ed un diametro massimo di 55,1 cm. – per contenere fino a 45 litri di vino mischiato con l’acqua. Opera del ceramista attico Euxitheos, splendidamente dipinto da Eufronios, attivi nell’ultimo quarto del VI sec. a.C. (il cratere è infatti datato al 515 a.C. circa), è stato rinvenuto nel 1971 in una tomba etrusca del territorio di Cerveteri ed è oggi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Cerite (Cerveteri) dopo il suo ritorno in Italia dall’America (era al Metropolitan Museum di New York).

Il grande cratere, destinato ad una gens etrusca del luogo, quale dono di scambio e di amicizia, presenta una figurazione bellissima, singolare, che dice tanto sull’etica eroica indoeuropea, alla quale ascrivere anche gli Etruschi.

Circa il fatto che gli Etruschi fossero indoeuropei non persistono ormai dubbi. Frutto, essi, di una creolizzazione tra svariati gruppi, tutti indoeuropei, il cui epilogo è stata questa lingua che funge da fulgido esempio pidgin, in cui si sono rimescolati nel corso del tempo lemmi del primissimo nucleo della Cultura dei campi di urne della tarda età del Bronzo, che è apparso in Italia inaugurando il fenomeno proto-villanoviano, con tutti gli altri aggiuntisi strato su strato, uno dopo l’altro nel corso di svariati secoli, proprio come si evincerebbe in una stratigrafia geologica (elementi vari osco-umbri, proto-latini/falisci, proto-illirici, proto-sardi, elleno-dorici e ioni): dal ‘’tavola di pietra sepolcrale’’ (proprio come in dolmen, termine ricavato dai lemmi bretoni daol/taol + men ven, ovvero taolmen oppure daolven, oggi in Bretone detto liah vaen, in Cornico tolmen), Ais ‘’Dio/Divinità’’ (dalla stessa base radicale per Áss/Óss ‘’Dio’’ e Æsir ‘’Dei’’ della Tradizione norreno-germanica), il teonimo Tinia, Dio del Tuono e della Folgore (molto simile al teonimo Taranis della Tradizione celtica), Usil ‘’Sole’’, clan ‘’figlio’’, thura ‘’fratello’’ (forma diminutiva di brathura, molto simile alla forma antica goidelica/gaelica brathair), tuthi/tuthina ‘’popolo’’ (dalla stessa base radicale per Túatha della Tradizione celtica e per þjóð della Tradizione norreno-germanica), hiul ‘’gufo’’ (molto simile a owl ‘’gufo’’ in Inglese, Eule ‘’gufo’’ in Tedesco), lautun ‘’gruppo familiare’’ (molto simile a Leute ‘’popolo’’ in Tedesco, e λαός ‘’popolo’’ in Greco antico), tutti lemmi dal corpus ur-celtico della Cultura dei campi di urne (la cui diffusione in Italia prende il nome di Cultura proto-villanoviana); Keru ‘’creatore’’ dai proto-Latini/Falisci (dalla radice ancestrale minima *kr̥– ‘’creare’’); hermu ‘’statua’’, aska ‘’vaso’’ (dalla radice ancestrale *hxek-/*hxesk– > h2ek-/h2esk– > ak-/ask-, indicante qualcosa che si estende/sviluppa in altezza, proprio come un vaso modellato dalla creta al tornio), klarukhie ‘’erede’’ (da κλῆρος ‘’eredità’’, dalla stessa base radicale che in Latino ha dato clarus ‘’noto/illustre’’, in Germanico hlor– > lore ‘’Tradizione/sapienza tramandata’’, che noi ritroviamo nel lemma inglese folklore ‘’Tradizione del popolo’’) dal dialetto ellenico dorico e così via.

Non solo. Questa totale corrispondenza indoeuropea si vede – cosa ancora più importante – a livello di desinenze, di morfemi, di struttura sintattica, il che è assolutamente indubbio. Ancora una volta, anche gli Etruschi hanno mostrato agli esami paleogenetici varie cladi di Y-DNA R1b, tra cui in maggiore misura uno che è alla base dei gruppi della Cultura dei campi di urne, dunque gli ur-Celti, l’altro vicino a quello dei proto-Latini/Falisci che comunque proveniva dall’area centro settentrionale del continente europeo, tra i fiumi Reno ed Elba. In modo particolare, sono risultati presenti: R1b-M269, fino al 75%; R1b-P312; R1b-U152; R1b-L2. Ben ricordo ai lettori che Y-DNA R1b-P312, legato appunto alla clade -U152, è una linea paterna che parte (ovviamente come – U152) dal contesto nordico della Cultura della ceramica cordata (con ovvia concentrazione anche nel centro-continentale), quale punto di congiunzione dei gruppi Germanico, Celtico e il macro-gruppo proto-latino/osco-umbro/paleoveneto, che tutti insieme hanno formato il super macro-gruppo che il linguista Edgar Howard Sturtevant ha definito splendidamente ‘’gruppo nordico’’ o ‘’ramo indoeuropeo nordico’’, e su cui anche il grandissimo Adriano Romualdi ha saputo dedicare riflessioni e pagine di letteratura scientifica immense (qui da me riprese per ulteriori riflessioni e sviluppi).

Questo aplogruppo (Y-DNA R1b-P312) è stato alla base della primissima espansione del fenomeno campaniforme da Nord-Est (dalle aree bagnate dal Mare del Nord verso le coste atlantiche), enucleatosi direttamente dal contesto occidentale della Cultura della ceramica cordata (il bicchiere campaniforme deriva, infatti, dai vasi cordati, che a sua volta sono derivati da quelli imbutiformi), accomunando popolazioni germaniche (soprattutto centro-continentali) e celtiche antiche; un’altra clade enucleatasi sempre da questo contesto è stata Y-DNA R1b-M269, ben presente (in modo maggioritario) tra gli Etruschi fino al 75% (non si scherza, qui si parla di ¾ dell’intera popolazione), che è stata proprio quella caratterizzante maggiormente la dispersione del fenomeno campaniforme nei vari angoli del continente europeo e da cui è derivata a sua volta anche la linea Y-DNA R1b-L21, quest’ultima tuttora presente in tutti i territori in cui si parlano lingue celtiche: i più alti picchi si registrano infatti in Irlanda, Scozia, Galles e Bretagna, e risulta anche presente fino al 15% nella Sicilia centro-settentrionale quale residuo della Cultura del bicchiere campaniforme proto-celtica (R1b-M269 e R1b-L21 hanno caratterizzato i Celti). L’aplogruppo mtDNA (linea materna) più diffuso tra gli Etruschi è risultato essere H, che, assieme a H1 e U (in particolare U5), dalla Scandinavia in giù ha caratterizzato il nostro continente sin dal Magdaleniano (17000-11000 anni fa, in questo caso a partire da 13000 anni fa, sebbene già rintracciato a Grotta Paglicci, in Puglia, e risalente a 28000 anni fa, dunque al più antico Gravettiano, 33000-24000 anni fa) ed a cui si può ben dare la precisa definizione di ‘’Madre Nord’’. Gli Etruschi erano pertanto nordici: assolutamente Indoeuropei. 

Torniamo, però, al cratere. Sarpedonte, re degli anatolici indoeuropei Lici, morì dopo uno scontro bellico dei tempi della presa della roccaforte troiana, narrata da Omero.Il biondo Sarpedonte, colpito a morte, giace al suolo e viene preso da due figure antropomorfe alate, angeliche, guerriere, per essere rimosso dal campo di battaglia e condotte le spoglie in Patria per le grandi esequie: Hypnos ‘’Sonno’’ e Thanatos ‘’Morte’’, soggiunti al seguito di Hermes Psicopompo ‘’Conduttore di anime” nell’aldilà, nel mondo supero, dove risiedono gli Dei. Ad osservare la scena, due guerrieri, posti ai lati, quasi a creare un cerchio attorno all’evento: la tensione è alta. Vi è commozione, piangente ammirazione per Sarpedonte, che riconosce Zeus quale Padre, e Laodamia quale Madre.

Il gruppo di giovani che sul lato B si preparano ad andare in battaglia non sono dell’età degli Eroi, ma dell’Atene della fine del VI sec. a.C., che nella loro eroica vestizione militare rievocano ancora e sempre le avite Tradizioni virili ed ARIstocratiche indoeuropee. Tra essi ne spicca uno recante il nome (graffito sulla superficie dello sfondo dipinto in nero) di Acasto. Questo è un nome che riecheggia frequentemente anche in altri spazi indoeuropei, non solo tra gli Elleni: Aceste in Sicilia, sebbene di origini acheo-troiane per parte di madre (ne ha parlato Virgilio nell’Eneide, libro I, vv. 195 e 550 ss., libro V, vv. 36 ss. e 711 ss., ed anche Licofrone di Calcide in Alessandra, v. 951 ss.), è stato eponimo della roccaforte Segesta dei proto-illirici Elimi della Sicilia occidentale; un altro Acesto ha lasciato la sua firma su un blocco delle mura occidentali della colonia Eloro, a Sud di Noto, testimoniando questa sua donazione alla polis. In loro la Tradizione vive ancora: pronti a morire per la gloria, per l’eternità, per l’Onore, per la Patria, così come prevede la nostra etica indoeuropea.

Ne approfitto di queste poche righe per dare due notizie: la prima, è che con Passaggio al Bosco è imminente un breve ma intenso mio saggio sui riti di iniziazione indoeuropei maschili, inerenti al passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, di milite della Patria, tra cui anche quello ellenico della Efebia; la seconda, forse più importante, comunica che l’incontro tra me e il gruppo Quo Usque Tandem di Messina è imminente: 3 e 4 Luglio – a Messina, ovviamente – con presentazione del mio libro Siculi Indoeuropei il giorno 3 e l’escursione alla Riserva di Malabotta e Altopiano dell’Argimusco il giorno seguente (escursione naturalistica e paletnologica). Per chi si volesse unire a noi, scrivete da adesso a: qut.zancle1998@gmail.com.