All’indomani del secondo conflitto mondiale l’Europa si scopriva devastata non solo materialmente ma anche spiritualmente, schiacciata com’era ad Est dal collettivismo rosso e ad Ovest dal dilagante capitalismo americano. Ritornato dall’Austria dove, a seguito di “una sfida al destino”, era rimasto paralizzato dalla vita in giù, Julius Evola non sapeva ancora bene quale scenario lo aspettasse nell’Italia sconfitta. Fu per lui motivo di sorpresa scoprire che, nonostante tutto, vi erano dei giovani interessati alle sue idee e che desideravano contattarlo perché in cerca di un indirizzo e di un sostegno ideale. Evola legge le riviste che questi gruppi producono e in una lettera all’amico Massimo Scaligero del febbraio 1949 così scriveva: “credo di esser riuscito a formarmi un concetto approssimato della portata di questa corrente [giovanile]. Ti ho detto che ho trovato quasi tutti gli scritti bene intonati – ma essenzialmente per quel che essi negano […] Vi è indubbiamente del coraggio – ma non quanto basta per battersi su posizioni perdute, senza nutrire speranze né farsi delle illusioni”1Julius Evola, Gli uomini e le rovine, Edizioni mediterranee, Roma, 2001, pag. 8, dalla Nota del curatore.
Da una parte c’era dunque lo stupore per un interesse di certo non scontato, ma da altra parte vi era anche una forma di amarezza, di disillusione per quelle che potevano essere le reali potenzialità. Superata un’iniziale titubanza, Evola non resta a guardare. Mette la sua opera al servizio di alcune riviste d’area (La Sfida, Rivolta ideale, Meridiano d’Italia, Imperium) ed è in questo clima che, nel 1953, vede la luce Gli uomini e le rovine, testo destinato a diventare un vero e proprio manuale per ogni militante di Destra.
Già da qualche tempo, in verità, circolava un agile opuscolo che riassumeva, in appena 11 punti, i passaggi chiave per coloro i quali non intendevano sottomettersi alla situazione attuale ed erano anzi intenzionati ad approntare un’opera di ricostruzione che arginasse e contrastasse il corso attuale delle cose: Orientamenti, questo il nome del fortunato libriccino (che come dirà lo stesso Evola sarebbe stato negli anni ristampato più volte anche senza il consenso dell’autore, tanto era l’interesse suscitato), poneva di fatto le basi per quello che Gli uomini e le rovine intendeva riprendere e sviluppare in maniera più approfondita.

L’assunto è chiaro fin dal titolo: tracciare un percorso dottrinario, chiaro e netto, per coloro i quali sono rimasti in piedi in mezzo al desolante scenario di rovine (non solo materiali ma anche e soprattutto spirituali) dell’Europa sconfitta, uomini capaci nonostante tutto di portar battaglia al mondo moderno per mezzo di una rivoluzione conservatrice basata sulla Tradizione integrale. E se, qualche anno dopo, Cavalcare la tigre (1961) si concentrerà sul tipo d’uomo differenziato – quello cioè che vive nel mondo moderno senza però farne parte, avendo maturato una distanza interiore da ogni contingenza – Gli uomini e le rovine insiste invece su una figura ben diversa, su di un uomo cioè che sceglie di trovarsi al centro di ogni questione, dentro di essa, e da lì prova ad esercitare un’azione rettificatrice.
Come ha scritto lo stesso autore: “Nel 1953, quando esso uscì in prima edizione, sembrava che in Italia fossero presenti le condizioni per dare inizio alla formazione di uno schieramento di Destra: di Destra non nel senso politico, ma anche e anzitutto ideale e spirituale. […] Di fatto, esso rappresenta – è deprimente constatarlo – l’unica esposizione di un pensiero “reazionario” antidemocratico ed antimarxista privo di attenuazioni e di concessioni che sia stata pubblicata dopo la seconda guerra mondiale non solo in Italia ma anche in Europa. Così esso potrà sempre valere in termini di testimonianza, di presenza e di punto di riferimento, quale pur sia la situazione attuale”2Ibidem, pag. 55.
Esattamente come un vero maestro, Evola guida, indica, precisa, mette in guardia: per i tanti giovani pericolosamente affascinati dall’idea rivoluzionaria – profetico, considerato cosa sarebbe accaduto durante la contestazione degli anni a seguire – chiarisce che la vera parola d’ordine in cui identificarsi non deve essere rivoluzione, ma Tradizione. Ribadisce quali sono i principi fondamentali su cui si regge un vero Stato (l’unico concepibile, quello organico): sovranità, autorità, trascendenza, richiamando il simbolo dell’Impero e dell’autentica romanitas, quindi qualcosa che va ben oltre le singole patrie ed il sentimento patriottardo di stampo risorgimentale. Con estrema attualità distrugge il mito del progresso e della società fondata sull’economia, definendola un’aberrazione senza precedenti dell’uomo occidentale moderno, e con decenni di anticipo affronta il problema delle nascite e della denatalità – triste realtà dell’Italia e dell’Europa di oggi.
Non mancano poi incursioni nel campo della religione nel senso più stretto (perché in generale il senso del sacro è onnipresente in ogni discorso inerente la Tradizione): “Purtuttavia parlando di tradizione noi ci riferiamo a qualcosa di più vasto, austero e universale che non sia il semplice cattolicesimo, di tale che solo integrandosi in esso il cattolicesimo potrebbe rivendicare un carattere di vera tradizionalità. Deve dunque restar fermo che esser tradizionali ed essere cattolici non fa per nulla tutt’uno. Non solo: per quanto ciò sembrerà paradossale ad alcuni, chi è tradizionale essendo soltanto cattolico nel senso corrente confessionale, non è tradizionale che a metà. Ripetiamolo: il vero spirito tradizionale è una categoria assai più vasta di tutto quel che è semplicemente cattolico”3Ibidem, pag. 149. Sentenza, questa, che ancora oggi fa storcere il naso ad alcuni, ma tant’è.

Gli uomini e le rovine è un autentico manuale di dottrina politica, sempre attuale perché, al di là delle contingenze storiche cui può riferirsi in alcuni passaggi, contiene degli insegnamenti autentici di alta caratura tradizionale atti a rettificare ed indirizzare una gioventù – ieri come oggi – troppo spesso confusa e abbagliata da retorica e falsi miti; di più, non è solo un testo contemplativo ma un breviario per chi quelle posizioni vuole viverle attivamente, per chi sceglie di orientare la propria vita secondo coordinate più alte. Di là dai travisamenti e dalle incomprensioni che lo hanno accompagnato – non può parlarsi qui di cattivi maestri quanto più correttamente di discepoli non competenti – dopo oltre 70 anni è un libro ancora insostituibile, una pietra angolare per ogni militante che scelga di intraprendere un percorso formativo (nel senso letterale del darsi una forma) nel solco della Tradizione.




