Dei quadrunviri che, nel fatale 28 ottobre 1922, guidarono la marcia su Roma, il meno noto è senz’altro Michele Bianchi. In poche righe cercheremo di ripercorrerne la singolare parabola umana e politica.
Michele nacque il 22 luglio 1882 a Belmonte Calabro (CS), in una Calabria povera, rurale ed arcaica. I suoi genitori erano Francesco Bianchi e Caterina Deboni. Dopo aver frequentato il Ginnasio a San Demetrio Corone ed il Liceo a Cosenza, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Roma. Nel fervido ed incendiario clima della capitale di inizio secolo, Michele fu completamente assorbito dalla militanza politica e dall’attività giornalistica. Nel 1903, a ventuno anni, fu assunto come redattore all’Avanti! e aderì al Partito Socialista Italiano, di cui divenne subito dirigente per la Capitale. Al congresso di Bologna dell’anno successivo il Bianchi sostenne attivamente la corrente di Arturo Labriola.
Sindacalista e giornalista
Il 1905 fu, per lui, un anno importante: conclusa la breve collaborazione all’Avanti!, assunse – per qualche mese – la direzione di Gioventù socialista, organo ufficiale dei giovani socialisti. Dalle sue colonne, nell’anno che vide il fallimento della prima rivoluzione russa e la sconfitta dello Zar ad opera del Sol Levante, il Bianchi non perse occasione di lanciare accorati appelli per la pace mondiale e il disarmo. Una campagna antimilitarista, questa, che gli costò prima il carcere, poi il soggiorno coatto a Genova. Nella città madre del socialismo italiano, Michele trovò da subito terreno fertile per la prosecuzione delle sue battaglie: già sindacalista rivoluzionario dall’anno precedente, divenne segretario delle Camere del Lavoro rivoluzionarie di Genova e Savona e direttore di Lotta socialista.
Nel 1907, in occasione dei congressi di Bologna e Ferrara, si consumò la rottura fra il P.S.I. e il sindacalismo rivoluzionario, e Michele ebbe un ruolo non secondario in tutta la vicenda. Uno strappo fra compagni, quello, che comunque tentò di ricucire con la proposta di una lista unica fra P.S.I. e sindacalisti rivoluzionari in vista delle elezioni del 1910. L’ appello fu immediatamente rispedito al mittente e Michele fu messo in minoranza “per aver tradito la spontanea genuinità del sindacato”. La scintilla, settimanale su cui avvenne la petizione, aumentò subito le vendite e, sempre sotto l’impulso del nostro, si trasformò in quotidiano e in strumento di agitazione politica. Alcune rivolte proletarie scoppiate nel 1911 furono infatti fomentate dalle sue colonne. Prima che La scintilla si spegnesse per difficoltà economiche, fece in tempo ad emettere il suo canto del cigno: un duro attacco a Giolitti per la guerra di Libia.
Mentre l’Europa dei sonnambuli danzava inconsciamente sull’orlo del precipizio, Michele continuava a fare il clericus vagans per le città dell’Italia settentrionale. Nel 1913, dopo un soggiorno nell’ancora austroungarica Trieste, soggiornò prima a Ferrara (dove fondò il quotidiano La battaglia e si candidò senza successo alle elezioni) e poi a Milano (presso cui divenne subito elemento di spicco dell’U.S.I., l’Unione Sindacale Italiana).

L’interventista
Nel settembre del 1914, quando “l’inutile strage” (copyright Benedetto XV) era già cominciata, Michele Bianchi virò rapidamente su posizioni interventiste. A lui si unirono Celeste De Ambris, Edmondo Rossoni e Filippo Corridoni. Gli ormai ex dell’U.S.I. diedero origine al Fascio d’azione rivoluzionaria, e Michele ne fu subito eletto segretario. Allo scoccare dell’ora fatidica, non esitò ad arruolarsi verso le trincee alpine, dove combattè arditamente col grado di sottufficiale di fanteria e di artiglieria. Dopo il conflitto fu insignito dei seguenti encomi: Croce al merito di guerra, Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918, Medaglia a ricordo dell’Unità d’ Italia 1848-1918, Medaglia interalleata della Vittoria.
Il fascista movimentista
Dismessi gli abiti militari, Michele tornò alla vita civile riscoprendo il suo antico talento: il giornalismo. De Il popolo d’Italia, creatura giornalistica di Mussolini e futuro organo ufficiale del regime, fu nominato redattore capo. Sansepolcrista della prima ora, nel 1919 partecipò alla fondazione dei Fasci di combattimento e nel 1921 fu eletto segretario del neonato Partito Nazionale Fascista. I tempi erano ormai maturi per la presa di potere da parte della nuova creatura politica, il che puntualmente accadde il 28 ottobre del 1922. Si apriva, dunque, una fase nuova per l’Italia intera e per lo stesso quadrunviro Michele Bianchi.

Il fascista di regime
Sotto l’ala protettiva del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, Benito Mussolini, l’ascesa politica di Michele fu irresistibile. Già il 4 novembre 1922 il futuro duce lo nominò Segretario generale del Ministero dell’Interno. Due anni dopo, in quel 1924 macchiato dal sangue di Giacomo Matteotti, il Bianchi fu eletto alla camera nella circoscrizione calabra, e subito piovvero gli incarichi governativi: il 31 ottobre 1925 fu nominato sottosegretario ai lavori pubblici, dal marzo del 1928 ricoprì la stessa carica per il Ministero dell’Interno e, dal 12 settembre 1929 al marzo successivo (data della sua prematura morte, causata della tubercolosi), fu Ministro dei Lavori Pubblici del Regno d’Italia.

L’eredità
Nei cinque mesi che intercorsero fra la nomina a Ministro e la sua prematura dipartita, Michele non poté realizzare molto. Solerte sostenitore dell’interventismo statale nell’economia, la sua azione si espletò principalmente nella sua terra natia: la provincia di Cosenza. Degni di memoria sono il Centro invernale di Camigliatello Silano (un tempo denominato Camigliatello Bianchi) e alcune opere pubbliche realizzate nella città di Cosenza sotto la gestione del Podestà Tommaso Arnoni.
Scapolo d’oro e massone della Gran Loggia Regolare d’Italia, Michele ebbe un’intensa storia sentimentale con una vedova illustre: la marchesa Maria Elia De Seta. La coppia di fatto, che non ebbe figli, organizzò una lunga serie di eventi mondani, sociali e culturali. Ancora oggi, nella collina di Bastia che sorge di fronte al natio Belmonte Calabro, è visibile un monumento in onore di Michele Bianchi, figlio illustre di Calabria e d’Italia.




