“È come nelle grandi storie, Padron Frodo. Quelle che contano davvero”. Già, ma quali sono queste grandi storie, quelle di cui si potrà dire che contano davvero? Nei circoli e nei salotti, così come negli ambienti della critica mainstream, verranno a ricordarci che le grandi storie sono quelle che trattano dei principali temi sociali, quelle di grande impegno civico e politico, quelle che provano a trasmettere magniloquenti lezioni alla società a cui si rivolgono. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi, sono proprio queste storie ad essere le meno importanti di tutte. Fin troppo spesso, le vere grandi storie, quelle che davvero “restano”, fanno parte di quel mondo snobbato dalle accademie e che viene solitamente chiamato “pop”, ossia quello delle storie destinate ad un pubblico di massa e che raccontano di avventure, di viaggi, di eroi, di epos, di pathos e passioni oltre il limite di ciò che la maschera civile spesso impone al normale cittadino. Facendo un rapido esercizio mnemonico, sono sicuro che quasi nessuno di chi legge riuscirà a ricordare i titoli vincitori degli ultimi grandi festival come Cannes o Berlino, sempre pronti a premiare il grande impegno politico e civico. E se anche qualcuno quei titoli li ricordasse, molto probabilmente ne avrà visti al massimo la metà. Se chiedessi, invece, quali sono i principali film di Christopher Nolan o Ridley Scott, tutti non solo li ricorderebbero ma li avrebbero anche visti, rammentando ogni dettaglio. Davvero vogliamo raccontarci che un Interstellar è una storia inferiore per costituzione a una qualche altra sfornata da un regista impegnato sul dramma dell’inclusione? O che il film di turno sulla transizione di genere, sulla lotta al patriarcato, ma se vogliamo anche su un qualche tema davvero serio come il lavoro, magari una tragedia familiare dovuta a condizioni economiche deplorevoli, possa essere considerato di per sè superiore a un Blade Runner? Qualcuno vi risponderà di sì. Con quasi assoluta certezza, mi sento di affermare che quel qualcuno sarà una delle persone più banali e noiose che abbiate conosciuto o che possiate conoscere.

Ma cosa rende, appunto, “grandi” queste storie? Una storia non è soltanto un esercizio tecnico o stilistico, né un mero veicolare qualche messaggio. Se così fosse, qualunque persona dotata di un buono stile di scrittura e con delle idee da condividere con il mondo sarebbe un ottimo narratore. Noi, però, sappiamo bene che non è così. La storia che veramente “resta” è quella capace di creare un immaginario. È quella storia che riesce ad attingere agli archetipi immortali ed eterni che dall’alba dei tempi mobilitano la vita degli uomini, archetipi che sa plasmare come materia viva, generando qualcosa che è sicuramente nuovo e originale, ma che al contempo partecipa di una memoria ancestrale che per motivi puramente irrazionali entra in risonanza con lo spirito del lettore o dello spettatore, il quale, in qualche modo, sente vibrare in sé qualcosa che è vecchio di millenni.
Per questo, qualunque storia “impegnata” che vuole solo essere insegnamento morale, sociale o politico contingente, per quanto bella – e, diciamolo, troppo spesso neppure lo sono – resterà solo figlia del suo tempo, senza sopravvivere ad esso. Soprattutto, in questi anni di continua accelerazione e di costante mutamento, il suo tempo sarà sempre più ridotto. Le uniche storie di questo genere che verranno ricordate sono proprio quelle che non si ammantano di ostentato impegno sociale, di spiegazioni, di denunce, puntando su teoremi razionali, e che invece riescono a “confezionare” il loro significato sociale in un manto di immaginario che parla alla sfera più intima, profonda, irrazionale dell’essere umano. Su tutti, l’esempio del Christmas Carol di Charles Dickens, la cui spietata condanna del sistema morale, politico e sociale dell’età vittoriana è veicolata da una storia immortale, fatta di spiriti e di notti magiche, in cui i mondi, le dimensioni e i tempi entrano in contatto. Alla fine, è proprio il significato sociale e politico quello che viene dimenticato per primo, mentre l’immaginario inevitabilmente resta.

Le grandi civiltà da sempre si raccontano attraverso i miti. E i miti sono racconti che parlano proprio per immagini, per quelle Idee che per Platone erano appunto ciò che costituisce davvero il nostro mondo. La parola Idea, in greco, deriva non a caso dal verbo idein, “vedere”. È qualcosa di simbolico e che, come tale, “si vede”: è immagine che, come tale, si innesta nella nostra memoria più recondita. Non è una spiegazione. Non è razionale. Non è un discorso che prima o poi verrà dimenticato. È qualcosa di più, che rimarrà sempre vivo nella nostra memoria, ma sempre in modo dinamico.
Chi vi racconterà della superiorità della sfera razionale su quella irrazionale, dei grandi discorsi che sono più importanti delle del grande immaginario, mente più a sé stesso che a voi. È figlio di quella scuola che fa capo a György Lukács, ma anche a un certo pensiero modernista che già si era sviluppato nel Rinascimento, poi nel Seicento e quindi nel Secolo dei Lumi, che vedeva in tutto ciò che è irrazionale la radice dei mali della società. Oltre ad essere un approccio sradicante che porta con sé tutta una serie di aberrazioni ideologiche oltre che pratiche, si tratta anche di una visione che per giustificarsi deve costantemente forzare e negare la realtà, proprio perché pretende che essa sia mutilata di una sua parte e che, da mutilata, funzioni meglio che da sana. Balza alla mente in proposito il giudizio che Elio Vittorini fece de Il Signore degli Anelli di Tolkien, definito privo di valore letterario perché “non di attualità”. Decenni dopo, quando l’attualità di allora è oramai stata scordata mentre Il Signore degli Anelli ha creato, nel bene e nel male, un immaginario che ha superato tempi e generazioni, gli eredi di Vittorini sono ancora prigionieri della loro ideologia, e si barcamenano tra il continuare a sostenere la sua scarsa rilevanza letteraria e il provare ad appropriarsi di quell’immaginario per correre ai ripari. Chiaramente, non possono che fallire in entrambi i casi.
Chi promuove una certa visione del mondo fatta di orizzontalità dogmatica e di freno ad ogni pulsione sovrumanista, infatti, non potrà mai generare un immaginario, né farne suo qualcuno. Creare un epos o un immaginario che sia totalmente egualitarista e “razionale” (nel senso che gli dà Lukács) è ontologicamente impossibile, perché si finirebbe per cadere sempre e comunque in qualcosa di irrazionale e immaginifico. Non si può dire “beato quel popolo che non ha bisogno di eroi” e poi creare un immaginario che parla di eroi: anche se questi eroi dovessero essere promotori di un’ideologia egualitarista, alla fine avrebbero sempre caratteristiche che riportano ad un eroismo arcaico e ancestrale, fatto di verticalità e di distanza da chi eroe non è. E così via. Come scrive giustamente l’Autore del presente libro nel suo capitolo introduttivo, “anche quando [lo scrittore] vuole decostruire la tradizione o vuole, consciamente, tradirla e opporvisi, mostra una volta di più che non si può sfuggire ai presupposti culturali su cui è stata edificata la propria civiltà”.
Proprio per questo, non vi è nulla di più sbagliato di un certo snobismo che rifiuta in toto l’arte cinematografica e televisiva moderna perché promotrice solo di messaggi sovversivi e del peggior egualitarismo, soprattutto nel quinquennio buio dominato dall’ideologia woke. “Ma cosa guardi a fare i film di oggi, sono figli di questo tempo e di questa ideologia”, si sente spesso dire. Eppure è ancora pieno di “grandi storie” che, pur se scritte con lo scopo di servire una certa ideologia, alla fine lasceranno a chi le segue un immaginario ancestrale capace di ispirare, probabilmente, in senso opposto alla volontà del loro creatore.
È, anzi, dovere di ognuno di noi riuscire a riconoscere queste “grandi storie” e coglierne gli archetipi, proprio per vedere come anche e soprattutto nella cosiddetta “cultura di massa” si annidino ancora fonti inesauribili da cui riaffiora l’atavico irrazionale che sorregge la nostra identità e la nostra civiltà. E’ indispensabile saper scorgere come immagini, simboli, idee riemergano con forme nuove, adattandosi ai tempi e facendosi così ancora più efficaci. Se non altro, ciò è vero per far sì che si esca da un ghetto autoimposto fatto di nostalgia di vecchi tempi che, a differenza delle idee che una volta avevano fatto riaffiorare, sono morti con il loro tempo che non tornerà più. Per plasmare il futuro servono sì idee ancestrali, ma servono anche forme nuove ed originali che codifichino il tempo dell’oggi. È questo, infatti, il senso del termine “archeofuturismo” coniato da Guillaume Faye e non a caso utilizzato da Francesco Boco, concetto da usare come molla per andare avanti, l’unica direzione consentita per chi vuole creare civiltà.





