Avete notato come, da anni, la tendenza più spinta tra tutti i nuovi media sembra essere la riabilitazione del cattivo?
La Disney, di ciò, ha senz’altro le colpe maggiori, da Maleficent in poi. Tutte le più grandi fiabe e favole, infatti, stanno venendo reinterpretate mettendo al centro la possibilità di redenzione del cattivo. Persino Crudelia De Mon, un personaggio il cui intero scopo narrativo è quello di uccidere cagnolini innocenti, ora ha il suo film in cui altro non è che una vittima mal compresa, corrotta ma redimibile. E ancora, serie Netflix come La casa di carta, i cui criminali sono dipinti come moderni partigiani, e soprattutto cartoni per bambini nel classico stile millennial animation, in cui il messaggio centrale rimane sempre il solito: l’importanza della compassione e dell’empatia come più grande delle virtù, e l’inesistenza di un male assoluto.
Tutto questo non è un caso: nel suo Toxic Empathy, l’autrice Allie Beth Stuckey diagnostica il dibattito politico moderno, specialmente quello progressista, come infetto da un germe che porta ad elevare la virtù della compassione sopra tutte le altre, anche al costo di dimenticare la verità, la giustizia e anche il più banale istinto di sopravvivenza. È quell’empatia suicida descritta anche da Raspail, per cui tutto è sacrificabile sull’altare della convivenza felice e idilliaca, ogni richiesta del prossimo va accettata e soprattutto assecondata, anche se autodistruttiva – come l’uso di droghe o l’istinto suicida – o irresponsabile verso la propria comunità. Persino il nemico militare che desidera distruggerti è da comprendere: del resto, dovrà pure avere le sue ragioni!
Tuttavia, un simile approccio sembra aver ormai stancato il grande pubblico, che dopo anni di dominazione di questi dogmi sembra voler sempre più tornare a forme di conflitto più classiche: l’esistenza reale del bene e del male, o la necessità di riconoscere la malizia nelle azioni del prossimo per poter proteggere ciò che si ama. Un esempio recente può essere il film K-Pop Demon Hunters, in cui un gruppo di entità maligne e corrotte ammaliano il pubblico per poter cancellare il confine tra bene e male, facendolo soccombere ai propri vizi. È un approccio più classico (se vogliamo, vicino alla visione cristiana) al maligno, che però conserva in sé una certa visione del male come entità che corrompe, e in quanto tale mantiene in sé la possibilità di redenzione, seppur da affrontare con forza e non disarmati.
Tutto ciò è sovvertito in una serie di pochi anni fa, ma che già ora è cult e valutata dal pubblico come tra le migliori di sempre: Frieren – Oltre La Fine del Viaggio. Nel l’universo della serie, molti sono i mostri che minacciano l’umanità, ma un gruppo ha generato scalpore su tutti: i cosiddetti “demoni”. Pur avendo il nome degli angeli biblici caduti, non sono presentati come entità corrotte dal male, ma come creature semplicemente evolutesi per nutrirsi di esseri umani, e che hanno sviluppato la capacità di imitare aspetto e comportamento delle proprie prede al fine di nutrirsene. Non si tratta di entità maligne, non c’è crudeltà nelle loro azioni: cacciare gli umani è semplicemente nella loro natura. Non possono essere “redenti” perché non c’è nulla da redimere: sarebbe come cercare di rendere un leone vegetariano.
Nel corso della serie, vengono descritti vari tentativi di convivenza, tutti puntualmente finiti in carneficina. Umani e demoni sono presentati come semplicemente incompatibili, hostis schmittiani nel senso più puro: l’uno non può vivere se l’altro sopravvive. Questo, però, sembra non esimere i governi dal cercare soluzioni che permettano la convivenza fra le parti, venendo raggirati dagli emissari nemici, che ne sfruttano la buona volontà per infiltrarsi nelle città umane. Persino i personaggi più esperti, che hanno vissuto il conflitto sulla propria pelle, possono trovarsi accecati dalla propria compassione per queste creature, che in alcuni casi silenzia la ragione e, soprattutto, la loro responsabilità. “Se li uccidiamo, non saremmo migliori di loro”, si dicono.

Nella prima stagione, ad esempio, assistiamo ad una sequenza in cui uno degli eroi protagonisti risparmia la vita a un demone in forma di bambina, dandola in adozione ad una famiglia umana per dimostrare che, dopo tutto, è possibile che essa possa apprendere comportamenti e valori del popolo ospitante, solo per poi vederla divorare la famiglia adottiva. Quando finalmente i protagonisti decidono di distruggerla, la bambina demone rivela di aver imparato da altri demoni che invocare parole come “mamma” (i demoni mancano del concetto di famiglia) è un sistema difensivo efficace per aumentare le chance di successo durante la propria “caccia”.
È su questo punto che la serie è stata criticata maggiormente, molto spesso cianciando di razzismo e tirando fuori paragoni francamente assurdi Perché? Una reazione violenta come quella che ha caratterizzato la critica progressista nei confronti di Frieren è meritata solo nella dimensione in cui la serie va a colpire un elemento fondativo della sua filosofia: l’empatia come fondamento dell’etica.
Il messaggio che arriva è semplicissimo: la compassione è sì una virtù, ma solo se conciliata alle altre. Chesterton sosteneva che ciò che permette al male di prosperare al giorno d’oggi non è l’assenza delle virtù classiche, ma il fatto che queste si siano separate dalle restanti, portate alle estreme conseguenze molto spesso al solo scopo di potersi vantare di esserne i rappresentanti più puri, e, con ciò, trasformandole in vizi. Che valore ha infatti la compassione se non è accompagnata dal coraggio e dalla giustizia, quando seguirla non solo non costa nulla a noi personalmente ma serve soltanto a issarsi su un piedistallo rispetto a chi mostra un pensiero più critico e bilanciato?

La virtù reale e non performativa è proprio in questo. C. K. Lewis sosteneva che “vi sono due errori uguali ed opposti nei quali la nostra razza può cadere riguardo ai diavoli. Uno è non ammettere la loro esistenza. L’altro è credervi e provare un malsano interesse in essi”. La visione moderna sembra unire questi errori, negando l’esistenza del male e allo stesso tempo tributando al maligno la massima riverenza, dedicando più amore ad esso che alle sue vittime, come coloro che vedono gli eroi combattere i demoni in Frieren, o gli orchi ne Il Signore degli Anelli, e il loro primo pensiero, anziché lambire l’eterna battaglia tra bene e male, si volge alle discriminazioni razziali del ‘900. Mentalità che, nel mondo reale, si traduce nel vedere l’aiutare una persona dipendente da droghe a ripulirsi come una “crudele costrizione”, e convincere chi ha problematiche mentali a non assecondare i propri impulsi autodistruttivi come “invalidare” i suoi sentimenti.
Il motto di chi propugna l’empatia suicida è “chi sono io per giudicare”. Eppure, giudicare è necessario, oltre che fondamentale: è l’unico modo in cui agire con vera chiarezza morale diviene possibile. Questo, a volte, significa agire con compassione e dolcezza, ma altre volte con durezza e fermezza, allo stesso modo in cui curare un giardino si estrinseca sia nel prendersi amorevolmente cura delle proprie piante, ma anche nel cacciare insetti ed estirpare erbacce. Alla fine dei conti, tutto andrà bene finché si agisce con amore, ma non cecità.




