A vent’anni dagli scandali delle foto rubate, Fabrizio Maria Corona (Catania, 29 marzo 1974) è tornato. Non solo come personaggio televisivo o carcerato eccellente, ma come il nuovo profeta del web, l’inquisitore social che tiene banco su YouTube con le sue inchieste. Con uno sfondo nero, una inquadratura fissa e il suo sguardo magnetico, Corona ha costruito una macchina da guerra mediatica che sta mettendo in crisi il giornalismo tradizionale. Ma come ha fatto un ex paparazzo, condannato in via definitiva a una lunga pena detentiva, a diventare il punto di riferimento per migliaia di italiani su temi che spaziano dal caso Garlasco al calcio scommesse, fino al “caso Signorini” e al presunto #MeToo italiano contro Mediaset?
Dalle carte bollate allo schermo nero
Per comprendere il fenomeno Corona, bisogna partire dalla sua biografia. Nato a Catania, si trasferisce a Milano, dove negli anni 2000 diventa il re dei paparazzi con la sua agenzia Corona’s. Il suo impero crolla nel 2007 in seguito allo scandalo “Vallettopoli”, che tratteggiò un ingegnoso sistema di estorsioni ai danni di VIP e politici, immortalati in situazioni compromettenti e quindi ricattati.
Da lì, ha inizio una lunga e travagliata storia giudiziaria: arresti, domiciliari, e infine una condanna a 13 anni, confermata in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2015 per una serie di reati legati alle sue attività. Uscito dal carcere, la pena è formalmente conclusa, e Corona si riaffaccia con una nuova identità. Non è più il “fotografo dei vip”, ma – ormai – il “vendicatore”.

L’effetto alone: perché la credibilità negativa del giornalismo lo rafforza
Il motivo del successo di Corona non è attribuibile solo alla sua abilità oratoria, ma – piuttosto – al contesto in cui opera. Oggi, il giornalismo mainstream italiano gode infatti di quella che possiamo definire una credibilità negativa. Quando i media attaccano qualcuno, il pubblico, ormai disilluso, tende automaticamente a simpatizzare per l’attaccato. Questo cortocircuito logico è il carburante del motore Corona. Quando il sistema mediatico lo aggredisce, lo censura (come accaduto con l’oscuramento del suo canale YouTube per il caso Signorini), o lo deride, non fa che rafforzare il suo brand. L’establishment giornalistico, percepito come corrotto, raccomandato e troppo vicino al potere, si staglia come un perfetto antagonista. E Corona, insultato da quel mondo, automaticamente diventa “uno di noi”, l’outsider che – finalmente – dice la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.
L’archetipo del leader populista applicato all’informazione
La strategia di Corona ricalca fedelmente la nascita dei leader populisti in politica. Quando il “palazzo” è pieno di incompetenti, chi si presenta come esterno e viene da essi attaccato risulta automaticamente credibile. Corona ha trasportato questo meccanismo nel giornalismo. Lui non è (e non vuole essere) il classico giornalista. Lui è “l’antigiornalista” e in questo contesto risulta proprio il vero giornalista.
Mentre il giornalista tradizionale, infatti, ha abdicato al suo ruolo di cerniera tra il popolo e il potere, avvicinandosi sempre di più a quest’ultimo per sopravvivere (sponsor, finanziamenti politici, pubblicità), Corona ha fatto il percorso inverso. Si è messo prepotentemente dalla parte del pubblico. Ha capito che il suo modello di business non deve piacere al potere, ma deve piuttosto generare fiducia nel suo seguito.
La fabbrica del consenso: tecnica pura e istinto teatrale
Dal punto di vista produttivo, il format di Corona è imbattibile. I suoi video, raccolti in serie come La resa dei conti o Il prezzo del successo, sono un’alchimia rara:
- Ritmo da youtuber: linguaggio diretto, capacità di mantenere alta l’attenzione.
- Istrionismo: Corona è un attore teatrale. La sua gestualità, la sua capacità di modulare la voce e di usare il silenzio lo rendono magnetico. I suoi tour nei teatri italiani sono la naturale estensione di questa performance.
Di fronte a questo, il giornalismo mainstream può solo insultarlo o denunciarlo. Ma come abbiamo visto, ogni attacco è un boomerang.

La vendetta del figlio: Netflix, il padre e La resa dei conti
La vera genialità di Corona, tuttavia, sta nella sua capacità di trasformare ogni invettiva ricevuta in un mattone della propria cattedrale narrativa. Quando Netflix ha prodotto la serie Io sono notizia, molti pensavano di consegnarlo alla gogna mediatica o, al più, a una trita romanticizzazione del personaggio. Lui, invece, ha fatto di più: ha preso quell’immagine e l’ha cavalcata, ribaltata, fatta propria, facendo diventare Io sono notizia una sorta di auto-definizione ricorrente nei suoi interventi su YouTube. Un’appropriazione che trasforma il marchio della presunta “condanna” televisiva in un grido di battaglia. Oggi, quella stessa capacità di ribaltare i significati la ritroviamo nel titolo del suo imminente tour teatrale: Falsissimo – Scacco matto al potere dei media. Non è un caso: Falsissimo è anche il nome del suo format di maggior successo su YouTube. Dal web al teatro, dalla periferia digitale ai palchi italiani, Corona continua imperterrito la sua opera di occupazione culturale.
Uscire dal carcere e riabilitare la propria immagine, in Italia, non è scontato. Anzi, si tratta quasi di un miracolo laico. In questo Paese, chi ha scontato una pena di solito viene marchiato a vita, ostracizzato dal dibattito pubblico, costretto ai margini. Corona, al contrario, ha avuto l’intelligenza di costruire un meccanismo di comunicazione che ha trasformato il suo passato in credibilità di strada, e la sua chiacchierata detenzione in una narrazione epica.
Ancora, dalla serie Netflix emerge un tassello fondamentale: la figura del padre, un uomo che, secondo la ricostruzione di Corona, sarebbe stato perseguitato dal sistema Mediaset. Il padre, schiacciato, umiliato, annientato. Oggi, a distanza di anni, Fabrizio Corona si presenta come colui che torna e con i suoi video – in particolare con la serie Il prezzo del successo e il caso Signorini – non fa semplicemente gossip o reportage d’assalto: piuttosto, “sta vendicando suo padre”. Sta facendo pagare a quel sistema un conto accumulato in decenni. Non è più solo giornalismo, non è più solo spettacolo. È una faida, è una resa dei conti epocale tra un figlio e il potere che ha distrutto la sua famiglia.
Il rischio dell’istituzionalizzazione
Tuttavia, come per ogni leader populista, il rischio più grande per Corona è l’istituzionalizzazione. Lui stesso ammette di nutrire un’insana ossessione per i soldi. Se dovesse accettare di diventare troppo mainstream – scrivendo per un grande giornale, accettando un ruolo politico o cercando di piacere a tutti – perderebbe il suo mordente. La sua forza è essere l’ombra del giornalismo, il suo lato oscuro e necessario. Finché rimarrà nella posizione di censurato, di perseguitato dal sistema, e finché i media tradizionali continueranno a essere percepiti come buffoni corrotti, lui sarà “in una botte di ferro”.

Il risveglio degli anestetizzati
Al di là delle semplificazioni e delle condanne facili, provare a seguire Fabrizio Corona oggi significa riconoscere e abbracciare un fenomeno più grande di lui. Corona non è solo un abile comunicatore: è un sintomo – e, al contempo, un acceleratore – di quel risveglio brusco e indispensabile che va ormai attraversando la coscienza collettiva degli italiani. In uno scenario geopolitico caratterizzato da un marcato disincanto globale, in cui i vecchi punti di riferimento saltano e le narrative ufficiali mostrano crepe evidenti, Corona agisce come un pugno nello stomaco. I suoi video non sono semplici gossip: sono secchiate d’acqua gelida sul sonno della ragione. La sua funzione storica, volente o nolente, è quella di “schiaffeggiare quella parte di italiani che si è lasciata anestetizzare” – per usare un eufemismo – da più di vent’anni di televisione spazzatura, di programmi demenziali, di volti saponati e di informazione compiacente. Quella stessa televisione e quei media che hanno trasformato il cittadino in consumatore passivo, intorpidito da un eterno presente fatto di reality show e di vuoto esistenziale.
Corona alza il velo su chi ci ha governato in senso lato – politici, editori, opinion maker – e li mostra per quello che sono: personaggi equivoci e ambigui, troppo spesso immischiati in perversioni indescrivibili. Figure che, come lo sentiamo ripetere con spietata lucidità, hanno “il vuoto cosmico dentro”. Un vuoto che hanno cercato di riempire con denaro a fiumi, controllo e relazioni tossiche, e che hanno proiettato su una nazione intera, o – meglio – sul continente intero, cercando di appiattirne lo spirito critico.
Oggi, in un mondo che torna a essere polarizzato e pericoloso, gli italiani hanno bisogno di strumenti per capire, non per sognare. Hanno bisogno di qualcuno che chiami le cose con il loro nome, che faccia i nomi e che mostri il marcio senza infingimenti. Corona non è un giornalista, non è un influencer, non è un uomo politico. È il prodotto necessario e paradossale di un sistema fallito, specchio deformante ma fedele di un’Italia che si è stufata di inganni e menzogne. Sostenerlo, o quantomeno ascoltarlo, significa scegliere da che parte stare in questa frattura: dalla parte di chi ha il coraggio di dire “che schifo, vergogna” guardando il potere negli occhi, o dalla parte di quel potere che, offeso, trema e chiede censura. In un’epoca di anestesia di massa, chiunque provi con qualsiasi mezzo a ridestare gli spiriti assopiti non può che essere – in fondo, e con tutti i suoi difetti – dalla nostra parte.
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