Oggetti essenziali e non essenziali. Attività consentite e vietate. Da una parte cibo, medicinali e preservativi, classificati come “beni essenziali”; dall’altra libri e fiori, finiti tra ciò che non lo era. Si poteva uscire per lavorare o fare la spesa, ma non per seguire un corso o andare a trovare una persona cara rimasta sola. In questo modo si è rivelata con chiarezza una certa mentalità: l’essenziale è nutrirsi ed essere in salute. Coltivare lo spirito e mantenere i legami umani diventano secondari, quasi un lusso. Anche il rito, persino quello funebre, è stato relegato tra le cose inutili.
Ma che cosa sono, in fondo, queste “cose inutili”? Sono l’arte, la poesia, la letteratura, la filosofia, la storia: ciò che chiamiamo, in una parola, cultura. Ed è proprio questa sfera che la nostra società tende a disprezzare, perché eleva l’uomo senza distrarlo né sfruttarlo. La lettura è apprezzata solo quando offre un piacere immediato — quella “bellezza facile” che Tocqueville guardava con diffidenza — mentre la letteratura si è trasformata in un mercato il cui valore si misura in copie vendute. Anche l’arte è diventata oggetto di speculazione. Quanto alla musica, basta pensare al controllo esercitato dall’industria sull’intera produzione artistica. Tra le vittime più evidenti di questa dittatura dell’utile c’è l’università. I numeri parlano chiaro: gli studenti scelgono sempre più spesso i percorsi scientifici, a scapito delle discipline umanistiche, già a partire dal liceo. Lettere e filosofia si svuotano. Dopotutto, a che cosa portano? Se non garantiscono carriera né guadagni, sembrano tempo perso. Anche il diritto, disciplina naturalmente aperta alla riflessione filosofica e politica, si è fatto sempre più tecnico e professionalizzante. Alle tesi appassionate si sono sostituiti percorsi di formazione pensati per essere immediatamente redditizi.

Jules Verne, grande profeta del suo tempo, aveva già intuito questo destino nel romanzo Parigi nel XX secolo. Michel Dufresnoy, giovane parigino degli anni Sessanta, laureato in lettere classiche e vincitore di un concorso di poesia latina, è costretto a lavorare in banca per sopravvivere. I suoi compagni, invece, scelgono discipline tecnologiche o finanziarie, dove imparano l’inglese e il cinese, più utili al commercio della metrica latina. Michel finirà per morire nell’indifferenza generale, in un mondo che condanna poeti e sognatori. Con questo romanzo, l’autore dei Viaggi straordinari aveva anticipato una società guidata da un’unica ideologia: il profitto. Ionesco confermerà questa visione in Rinoceronte: «L’uomo moderno è l’uomo che ha fretta. Non ha tempo. È prigioniero della necessità. Non comprende che qualcosa possa non essere utile. E non capisce che, in fondo, è proprio l’utile a poter diventare un peso inutile».
Ma denunciare un fenomeno senza interrogarsi sulle sue cause serve a poco. La definizione stessa di “utile” è già rivelatrice: è utile ciò che produce un profitto. Questa idea nasce dallo spirito mercantile sviluppatosi alla fine del Medioevo. Alain de Benoist spiega che la società capitalistica, nata nel XIII secolo nelle repubbliche dell’Italia settentrionale, ha generato un tipo umano incline al calcolo, al risparmio, all’accumulo. Con il tempo, le virtù borghesi sono diventate il modello dominante, fino a imporsi definitivamente nel XVIII secolo. Da quel momento, tutto ciò che non ha un’utilità misurabile viene considerato superfluo. Nasce così l’idea che ciò che non può essere razionalizzato sia inutile, superficiale o addirittura inesistente. La felicità viene ridotta al benessere fisico. Ma questa mentalità non resta confinata alla sfera materiale: finisce per estendersi a ogni ambito dell’esistenza. Le virtù, la religione e la morale diventano strumenti per garantire ordine e stabilità, condizioni necessarie al commercio. Persino il tempo viene assorbito da questa logica, come riassume la celebre formula di Benjamin Franklin: time is money.

A questa morale utilitarista, che nutre avversione per ciò che è gratuito e disinteressato, Werner Sombart contrappone la figura del signore medievale. I suoi banchetti e i suoi tornei incarnano un rapporto diverso con il mondo: generoso, prodigo, poco attento al calcolo. Lo sfarzo degli abiti, la ricchezza delle parure, la raffinatezza dei cibi, le armature, i cavalli, i trovatori e i menestrelli: tutto questo appare allo spirito calcolatore come un’inutile stravaganza. Quest’ultimo è sobrio, metodico, parsimonioso; coltiva l’ordine e la misura. Il vero mecenatismo gli è estraneo: per lui l’arte non è che un altro ambito in cui investire. Le virtù dell’onore e dell’eroismo, gratuite e disinteressate, vengono così sostituite dal pragmatismo. Come sintetizza Sombart: «Vivere per l’economia significa risparmiare; vivere per l’amore significa spendere».
Ed è proprio questo nobile eros — l’amore per il vero, il bene e il bello — a essere oggi soffocato. Eppure è ciò di cui l’uomo ha più bisogno per essere davvero felice. Il sapere apparentemente inutile e l’arte possiedono un’utilità essenziale: rendere l’umanità più umana. Tocqueville lo aveva già intuito, mettendo in guardia dal rischio che l’esaltazione dell’utile e il disprezzo delle attività dello spirito conducessero alla barbarie. In L’utilità dell’inutile, Nuccio Ordine difende con forza queste “cose inutili”, di cui l’università dovrebbe essere la custode naturale. L’università è nata come luogo di incontro tra le menti, dedicato alla ricerca della verità, con un ruolo centrale per le discipline umanistiche. Eppure la ricerca fondamentale è stata progressivamente abbandonata, mentre le materie considerate poco redditizie sono state sacrificate, dimenticando che costituiscono le fondamenta stesse della società. Ordine ricorda, ad esempio, il caso delle lingue antiche, eliminate quando il numero degli studenti è troppo basso: se cadessero nell’oblio, perderemmo la capacità di comprendere le iscrizioni archeologiche e, con essa, la nostra memoria storica. Senza memoria, non possiamo capire il presente né immaginare il futuro. Anche Simon Leys ha messo in guardia da questa deriva, ricordando che quando l’università cede all’utilitarismo, tradisce la propria vocazione e vende la propria anima. Non si tratta solo di chiudere corsi non redditizi, ma di snaturare l’intero spirito dell’università, trasformata in un’azienda e lo studente in un cliente. Già Newman denunciava questo rischio, così come la riduzione del sapere a semplice strumento per il mercato. In nome dell’efficienza e della velocità, la lentezza dell’insegnamento — indispensabile al pensiero e alla creatività — è stata sacrificata, lasciando lo spirito scivolare sulla superficie delle idee.

Di fronte a questa dittatura dell’utile che avvelena l’università, la forma più autentica di resistenza consiste nel coltivare il sapere per amore della verità e nel trasmettere la nostra eredità culturale. È paradossale che una società capace di sprecare enormi quantità di beni materiali non sappia più spendere ciò che è immateriale, a cominciare dal tempo. L’uomo moderno, ossessionato dall’idea di non perdere neppure un istante, è incapace di annoiarsi. Eppure l’ozio, questa apparente inattività, è essenziale per l’equilibrio interiore e per la felicità. È nei momenti sospesi che nascono l’immaginazione, la riflessione, la meditazione; è lì che l’anima si lascia sollevare dalla poesia. Bisogna rinunciare a rendere ogni giornata “produttiva” per perdersi tra gli antiquari, prendere in prestito libri sulle civiltà scomparse, camminare senza meta per le strade o nella campagna, contemplare la bellezza che ci circonda. Lo stesso vale per lo studio. Se i professori ci hanno sempre messo in guardia dal limitarsi a “studiare per l’esame”, è perché conoscevano il valore dell’apparente inutilità. Il successo conta, certo, ma è vitale per una società che alcuni apprendano per il puro amore del sapere. Questi asceti della cultura offrono una boccata d’aria a un mondo soffocato dalle esigenze economiche. Immergiamoci dunque nelle materie che studiamo, andiamo oltre il programma, approfondiamo ciò che ci ha colpito. Forse questo non servirà subito a qualcosa — o forse sì. Ma soprattutto ci renderà più liberi.
In cima a questa lunga lista di cose considerate “inutili” ce n’è una che potrebbe ancora salvarci dalle derive dell’utilitarismo, forse l’ultima davvero sottratta al mercato. Non richiede titoli né diplomi. I suoi autori si sentono custodi di una fiamma, intermediari tra il cielo e la terra. Si leva come una preghiera: la poesia. Per ricordare ai nostri simili che è urgente tornare all’essenziale, è tempo che si levi una nuova generazione di poeti dal cuore generoso.
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