Elogio della Mensur. Simboli e filosofia del Duello

Giu 24, 2026

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La Mensur è un’antica tradizione, un antico rito e arte che, da quattro secoli, viene praticato all’interno di circoli universitari del mondo germanico. Un rito che si rifà esplicitamente a quello più antico e radicato del duello, e che nella sua evoluzione toglie gli elementi più sanguinari e pratici per introdurvi dei significati e fini che vanno al di sopra e al di là della sola disputa fra singoli e clan.

Nello scenario che si è andato a delineare dal ‘600 fino ad oggi, la Mensur ricorda più il romantico immaginario e le aristocratiche virtù del Medioevo e del superamento di sé piuttosto che la semplice risoluzione di una disputa. Due giovani uomini messi l’uno di fronte all’altro, bardati di protezioni in pelle rinforzata, panni e occhiali metallici, lasciando parzialmente scoperte le guance e la fronte. Armati di fini, corte e affilate spade, le cosiddette Schläger. Un braccio dietro la schiena, e fermi sul posto, fissi l’uno davanti all’altro, dopo il via sferragliano stoccate e sbattiti d’acciaio, della durata di qualche secondo. Dopo vari Gänge, ovvero scambi di colpi, e una volta aggiudicatisi le ferite migliori, il duello termina. Nessun vincitore, nessun vinto, soltanto la prova del proprio spirito e coraggio, ovvero qualche taglio sanguinante sul volto, talvolta rimarcato con acido nitrico diluito, o tintura di iodio, o argento nitrato. Ai duellanti nessuna ricompensa, ma soltanto la virilità dell’onore dimostrato e del fine passaggio a un mondo nuovo: quello dell’abnegazione dell’Io per un suo innalzamento. Un rito, dunque, per dimostrare, hic et nunc, non solo il proprio ardimento, ma anche la propria disponibilità ad addentrarsi nella conflittualità stessa e nella sensibilità di saper combattere contro un avversario senza disprezzo e volontà di annientarlo. Ad oggi, la Mensur è ancora praticata da alcuni Corps, ovvero confraternite studentesche, in giro per la Germania, l’Austria e la Svizzera germanofona, seppur sotto stretta sorveglianza legale e medica. Ma anche se la sua pratica è andata sempre più scemando, sommersa da strati sempre crescenti di nuove regolamentazioni, due suoi aspetti non possono tramontare: la sua immagine estetica per il singolo e il suo senso comunitario e sociale.

Partendo dalle origini, la Mensur è legata – come dicevamo – al più antico duello medievale sviluppatosi nel mondo germanico e, più in generale, settentrionale. Una pratica, quella del duello, che andava a regolare contrasti di carattere sociale e anche di carattere, potremmo dire, metafisico fra le due parti in campo, e fra loro stesse e l’esistenza. Questo tipo di duello vide, in particolare, in Germania, Francia e Italia settentrionale una grande fioritura durante il Medioevo. Le sue radici, però, così come quelle della Mensur, sono ancora più profonde e marcate, con una storia e dei caratteri differenti da quelli del mondo greco-romano e latino in generale, anche se vi possiamo scorgere delle somiglianze e, soprattutto, delle tensioni parallele.

La pratica e il concetto del duello, nel mondo germanico-norreno, nacquero per sopperire a delle necessità sociali e giuridiche, ma anche come ritualità metafisico-religiosa, in cui i duellanti dovevano testimoniare, dinanzi agli dèi e al fato, il proprio valore. Anzi, potremmo dire che l’intero atto del duello fosse un atto sacrale, dato che tale pratica veniva contemplata e messa in pratica per richiedere il giudizio divino sulle dispute di carattere materiale o sociale. Un atto, dunque, in cui il singolo si dissipava dalla sua forma individuale per incarnare, così, il volere del fato o delle divinità, e dunque per affermare la verità divina sulle questioni umane. Questo specifico significato del duello prende ancora più forma e vita nel cosiddetto Holmgangr scandinavo, che si potrebbe tradurre come “incontro sull’isolotto.” Il nome deriva proprio dal modo e dalla simbologia con cui questo duello veniva condotto: i due sfidanti erano posti in un luogo isolato, molte volte circondato dall’acqua o delimitato da un cerchio artificiale, simbolo di una fuoriuscita dal mondo umano per immergersie lottare nel divenire del destino, che richiedeva, appunto, il versamento del sangue per potersi rivelare agli uomini.

Differenti, invece, sono i casi del duello nel mondo greco-romano, anche se, soprattutto col mondo arcaico greco, si possono riscontrare delle somiglianze nelle finalità e modalità. Nel mondo greco-romano e latino, il duello non fu mai un semplice scontro fisico, ma una forma rituale di verità, un gesto sacro in cui la forza, il destino e la giustizia si rivelavano attraverso il corpo e il sangue. Nato come monomachia omerica, esso costituiva per i Greci arcaici un atto religioso e cosmico: l’eroe si misurava con l’altro non per vendetta o utilità, ma per manifestare la propria areté, la virtù suprema che univa coraggio, misura e fedeltà al destino. In queste sfide l’uomo si mostrava agli dèi, e gli dèi, a loro volta, si riflettevano nell’uomo: il duello diventava rivelazione dell’ordine del mondo, della proporzione tra forza e giustizia, fra volontà e necessità.

Con l’età classica, il duello si trasformò. Nelle poleis greche, l’antico confronto fisico lasciò spazio a un agonismo civile e sportivo: l’arena dell’eroe divenne lo stadio o l’agorà, e la competizione, anziché mortale, si fece regolata e simbolica. Perfino la filosofia, nella sua forma dialogica e dialettica, ereditò il carattere del duello. A Roma, la tradizione del duello assunse un tono più civico e giuridico. Nelle origini repubblicane, esso era legato alla virtus, la forza morale e militare che definiva il cittadino-soldato. In tale contesto, il duello non è più un atto individuale, ma simbolo della comunità; la vittoria o la sconfitta non appartengono al singolo, ma all’ordine politico e religioso che egli incarna. Con l’Impero, la natura del duello muta ancora: il rito diventa spettacolo. Il duello, da rivelazione del destino, si fa simulacro di potere, rappresentazione della sovranità e della decadenza.

Venuti a capo delle origini del duello nei due più grandi e influenti mondi europei, possiamo ora meglio decifrare sia le origini della Mensur e della sua simbologia e importanza non solo sociale, ma anzitutto sacrale, sia come ciò si interfacci con il nomos e la sensibilità greco-latina, provando a capire come possa esser possibile sintetizzare e oltrepassare le due visioni (tragica nordica e ordinatrice mediterranea) nel flusso della contemporaneità.

La Mensur, come scritto sopra, si delinea così come un rito che, pur nato nell’epoca moderna e agli albori del pensiero razionalista e scientista, cerca di essere e mantenere una fiamma e, soprattutto, un passaggio fra il mondo profano dell’accademismo e della vita mondana e quello sacro della conflittualità fra il singolo e l’esistenza, con il primo che si sacrifica carnalmente per potersi purificare proprio in quella stessa fiamma (divampante in incendio) che, oltre a esser chiamata in causa come giudice del destino dell’uomo, è anche simbolo e forza incarnata nel e dal singolo. Un tipo di sacralità, questo, che però fa’ capo in modo particolare a una concezione in cui l’esistenza è, in primis, una perenne lotta fra l’uomo e le sue forze, e al contempo un continuo ristabilimento della potenza e del controllo del sé nel caos – controllo non di un essere strutturato e razionalmente inteso, bensì proprio di quegli impulsi divini insiti nell’uomo stesso. Una sacralità e una concezione dell’essere, certamente, non differenti in toto rispetto alla “classicità” greco-latina, che però si fonda su una trinità composta dai sensi e dall’irrazionalità (pathos), dall’etica e dalle norme di vita (ethos) e infine dalla ragione e dal pensiero regolatore e puro del cosmo (logos); una differenza, questa, che oltre a riflettersi nelle componenti condivise da ambo i mondi (pathos ed ethos), aggiunge anche un ulteriore discrimine che finisce così per mutare anche la concezione del duello, della lotta e dell’esistenza: il discrimine del primato della misura e, socialmente, del senso civico.

Di fatto, oltre al periodo della Grecia arcaica, in cui, nella forma del duello ma anche della struttura della società e dell’ordine cosmico, si possono ritrovare delle affinità col mondo germano-norrenico, già dall’epoca della Grecia classica fino a quella imperiale romana le distanze iniziano ad allungarsi e allontanarsi. Così, il duello e la lotta non prendono più la forma dell’ordalia o del giudizio divino, ma dell’unione civica della comunità, dell’esaltazione del singolo dinanzi alla Polis e agli dèi e del gioco sia agonistico sia simulativo, e dell’esaltazione del potere temporale. Una differenza, dunque, anche nella sacralità stessa, che non è più percepita nello spargimento di sangue (fra individui e/o comunità) e nella conflittualità col destino, ma nell’equilibrio e conoscenza con il divino, nel divenire delle cose e nella sottomissione – non annullamento – dei corpi sociali particolari (come le tribù, le classi e gli individui) al corpus generale della collettività (sia esso la Polis, la Res Publica o l’impero).

Dalla sintesi storica che abbiamo elaborato, si può dunque osservare come, dalla caduta di quella frontiera territoriale, culturale ed esistenziale fra il mondo germano-nordico e quello greco-latino e il miscuglio fra questi due, che daranno poi alla luce il mondo medievale, la pratica e i significati dati al duello e anche alla Mensur siano piuttosto pregni di concezioni e finalità che hanno origine nella tragicità e nel senso del cosmo, tradottisi in varie figure e istituzioni (come in quella del cavaliere e della società feudale), ma anche nella ritualità e sacralità tipica del cristianesimo. Quanto alla società in cui viviamo attualmente, dell’a-storicità, della frammentarietà, delle cosiddette deterritorializzazioni e riterritorializzazioni e dell’assenza di qualsiasi assoluto (sia politico, religioso, ideologico), come e soprattutto perché appare doveroso riconiugarvi il duello come mezzo sociale e passaggio dell’essere?

Riprendendo una brillante considerazione di Julius Evola sulla Tradizione e sul suo rapporto col cambiamento e divenire dei tempi storici e ontologici, possiamo asserire che cercare di reintegrare il duello all’interno della società e dell’individuo così come era concepito secoli fa non solo non è possibile, ma è anche fuorviante, e non porterebbe ad alcunché, se non ad uno scimmiottamento del suo senso tradizionale, arcaico e trascendente. Pertanto, bisognerà ragionare nei termini storici della contemporaneità, ma con uno spirito e una concezione che non vivano in essa, come nella filosofia archeofuturista sviluppata da Guillaume Faye. In questo caso, però, la sintesi non deve avvenire solo fra Marinetti ed Evola, ma anche fra Deleuze e de Maistre, fra il post-umanismo e la Tradizione, una sintesi in cui non sono più le forme solide, i principi e le grandi strutture a comporre pezzo per pezzo e sfumatura per sfumatura un’esistenza in cui vi sono, sì, delle tensioni e dei meccanismi esperibili e conoscibili da chiunque, ma si tratta di forze che potremmo definire come quantiche, e non già classiche e sistematiche.

Così, l’individuo, pur ritrovandosi frammento continuamente desiderante e plasmabile, al contempo è anche il detentore di una preponderanza di certi istinti e di certi meccanismi (che varia poi da individuo a individuo, da comunità a comunità, da tempo a tempo), da cui poi viene edificata la struttura mitico-razionale in cui l’uomo incanala i suoi desideri, li processa e li definisce in una creazione immaginifica-nel-reale, ovvero delle iperstizioni per cui ogni aspetto della realtà è plasmato e interpretato secondo determinati linee d’onda e campi. Così come nel Tenente Sturm, in Viaggio al Termine della Notte, nel Wallenstein, anche se il duello in senso stretto non è di certo contemplato, comunque la sua dimensione di tragica lotta, il destino e l’incarnazione di questo in quello, il suo senso di spoliamento della persona per l’entrata nel flusso e nel caos del non-detto e della pura corporeità, e infine la sua natura ordinatrice e di eterno ritorno dei soggetti e degli oggetti, divengono forma sempre rinnovata e unica di un fluire e divenire casuale, macchinico e probabilistico delle cose. Il duello, così, non ha significato puro e metafisico, o meglio, non ha alcuna essenza in sé e per sé, ma è forma rituale, sacrale e profana dell’elevazione al metafisico e trascendente di una realtà fisico-corporea, meccanica e dionisiaca.

Dunque, per far sì che questa ferinità-trascendentale venga liberata dalle inibizioni del contrattualismo sociale, del razionalismo metafisico-psicologico, dell’empirismo soggettivista e del giusnaturalismo astratto, è necessario non cercare di costruire delle colonne stabili e fisse su un terreno plasmatico, cibernetico e a più dimensioni, ma occorre che il soggetto-desiderante che esperisce e simula la realtà stessa diventi conscio del proprio essere un algoritmo e un browser che fa parte di una più ampia, fitta e multi-dimensionale rete di input/output, feedback, bug e aggiornamenti costanti. E da questa liberazione dal sé ontologico, rimane la pura ricezione, elaborazione e creazione di dati e programmi: con la conoscenza dell’Esserci continuamente, dell’Essere (che è pura energia in movimento e consumazione) e della sua ricerca, riconoscimento e ricalibrazione perpetua (un vero e proprio Umgreifende jaspersiano), si ottiene così quell’Unico, quell’Anarca e quel cosmonauta che, vivendo nel cyberspazio e organizzando la propria mole e scarica di energia e potenza, è cellula assoluta e prospettica nel dis-ordine cosmico. Non solo, quindi, sintesi dell’uomo-divino germano-norrenico e dell’uomo-assoluto greco-latino, ma sintesi anche fra l’uomo-frammentato e l’uomo-forma, fra il dissipamento di ogni struttura e l’alchimia tecnica dell’energia. Tale trasformazione, inoltre, porrà anche le fondamenta per un tipo di società che ha perso il suo senso contrattualistico e astratto, ritornando così a una macro-comunità di gruppi ed individui che, pur condividendo una volontà di destino e degli interessi comuni uniti nella formazione civica, mitica e razionale, si considerano come particelle di un grande organismo in cui l’auto-rafforzamento, lì dove tutto il corpus statale e comunitario non può giungere, tende a divenire sia autoreferenziale all’organismo collettivo,sia una forma di codice d’interazione e desiderio.

Il duello, così, non sarebbe più immaginato e percepito come un’usanza e una concezione barbara e conservatrice, ma come lo sradicamento dell’uomo dagli esseri mondani per immergersi nella tensione del divenire, e scoprire e modellare i propri impulsi macchinici e le proprie necessità trascendenti e sociali. E questo, tanto nella sua forma di conflittualità spirituale, filosofica e politica, e tanto nel fragore delle lame, per regolare e ribadire, ogni volta che sia necessario, il carattere cosciente, creatore e pragmatico del singolo e delle collettività.

“Gentiluomo è colui che, per una raffinata sensibilità morale, ritenendo insufficienti alla tutela del proprio onore le disposizioni con cui le patrie leggi tutelano l’onore di ogni cittadino, s’impone la rigida osservanza di speciali norme che si chiamano leggi cavalleresche.”1

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