È uscita, per la Mondadori, una nuova edizione de “Il sentiero dei nidi di ragno” del grandissimo scrittore Italo Calvino. L’opera include una prefazione scritta di pugno dallo stesso Calvino e una postfazione di Mario Barenghi. Il romanzo è celebre: un capolavoro del neorealismo letterario, e – inutile precisarlo – un’opera ideologicamente schierata col comunismo e la lotta partigiana della Resistenza. La novità, è che il libro contiene un breve racconto inedito “Flirt prima di battersi” del 1946 (Il sentiero dei nidi di ragno è del 1947). Chi non ha letto l’opera, consiglio di leggerla – a prescindere dalle convinzioni politiche di ciascuno di noi – chi l’ha letta, la rilegga. Però è anche un’occasione per farlo con spirito critico. Nella prefazione scritta da Calvino, l’autore ammette: “Questo romanzo è il primo che ho scritto. Come posso definirlo, ora, a riesaminarlo tanti anni dopo? (…) Posso definirlo un esempio di «letteratura impegnata» nel senso più ricco e pieno della parola. Oggi, in genere, quando si parla di «letteratura impegnata» ci se ne fa un’idea sbagliata, come d’una letteratura che serve da illustrazione a una tesi già definita a priori, indipendentemente dall’espressione poetica. Invece, quello che si chiamava l’«engagement», l’impegno, può saltar fuori a tutti i livelli; qui vuole innanzitutto essere immagini e parola, scatto, piglio, stile, sprezzatura, sfida. Già nella scelta del tema c’è un’ostentazione di spavalderia quasi provocatoria. Contro chi? Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata”. Non sfuggirà al lettore attento il senso del finale di questa sincera precisazione fatta dallo scrittore.

Tuttavia, non è di questo che voglio qui parlarvi, ma di altro. In ”Flirt prima di battersi” – di cui non svelerò nessun dettaglio per non rovinare la sorpresa della lettura per chi vorrà – emerge un sentimento che a ben vedere è comune a tutta la cultura dell’Estrema Sinistra dal Secondo Dopoguerra in poi, per decenni, presente nell’editoria, nel cinema, nel cantautorato impegnato di Sinistra, etc. Questo sentimento è uno “spirito antiborghese” e – a mio parere – misogino, dove la figura femminile viene sempre vista come la “viziata”, la più esposta alle lusinghe del benessere consumistico, e quindi le prime da “convertire” al verbo marxista-leninista. Il protagonista di “Flirt prima di battersi”, si trova “combattuto” tra l’attrazione per la sua fidanzata, una donna egoista, disimpegnata, disinteressata alla lotta politica e dall’altra parte, il richiamo alla battaglia partigiana per la Resistenza. Sembra non esserci possibilità di convergenza: l’una esclude l’altra. L’ideologia, l’ortodossia all’impegno politico, richiede il sacrificio ad ogni tentazione borghese e persino all’amore un po’ superficiale per la propria compagna.
Potrei fare infiniti esempi di libri, film, canzoni, allora “comunisti”, che alla fine ruotavano attorno allo stesso pregiudizio. Inutile fare citazioni. Quello però che è curioso, è che questa impostazione ideologico-culturale di matrice marxista-leninista, antiborghese e – curioso dirlo – “virile”, il comunismo italiano non lo ha inventato dal nulla, bensì, lo ha saccheggiato da una cultura ideologica, altrettanto militante, ma – teoricamente – di orientamento opposto: il fascismo. Non affermo che non vi fosse nulla di inedito, di “originale” nella cultura comunista italiana del Dopoguerra, né – si badi bene – nego l’alto valore artistico, culturale e morale di questa “egemonia culturale” che per decenni ha dominato in Italia. Ma, insisto, il socialcomunismo ha pescato a gran mani nella cultura precedente, liberalconservatrice e soprattutto nazional-rivoluzionaria e fascista. La battaglia contro “il borghese”, l’elogio alla “virilità”, l’estasi della “battaglia” (perché alla fine i partigiani hanno dovuto usare le armi per far la Resistenza, seppur, forse, con meno onore rispetto a chi le armi le usava in regolare combattimento servendo la Patria, magari in una guerra non da tutti condivisa e certamente cominciata male e finita peggio, con palesi responsabilità almeno di una parte della classe dirigente fascista, sebbene, non tutta). Inutile girarci intorno, il gramscismo, applicato da Palmiro Togliatti, era in gran parte un “copia e incolla” dal “gentilismo” e tutto quanto è stato prodotto in arte e cultura durante il Ventennio nero. Con però delle differenze di non poco conto. Differenze che troppo spesso si tende a dimenticare: il comunismo voleva rovesciare con violenza la borghesia, sognava utopisticamente una società priva di classi sociali, un egualitarismo assoluto e materialista, che era innaturale e ingiusto da un punto di vista logico. La battaglia che il fascismo ha sferrato – soprattutto negli anni Trenta – era contro lo “spirito borghese”, non contro la borghesia o le differenze di classe in sé. Certo, era sociale. Era interclassista. Era corporativista. Si poteva fare di più e meglio. Ci furono alcuni collaboratori che non si dimostrarono all’altezza e in parte mancò il tempo e la fortuna. Ma l’idea era quella, e in gran parte funzionava, tanto che parzialmente fu proseguita dalla Democrazia Cristiana nel Secondo Dopoguerra, e ultimamente sembra fortemente ripresa dal Governo Meloni, soprattutto su spinta di Fratelli d’Italia che ha voluto la riforma che prevederebbe la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, al capitale e agli utili. Riforme sociali (post)fasciste che aspettavamo da decenni, mentre le Sinistre al potere hanno smantellato lo Stato Sociale.

Se approfondiamo, in origine, la borghesia era la classe sociale che viveva nei borghi (da cui il termine “borghese”), distinta dalla nobiltà e dai contadini. Si trattava di mercanti, artigiani, professionisti e altri che svolgevano attività economiche e intellettuali. Non c’è nulla di male in ciò. Ma in senso dispregiativo, “borghese” può essere usato per indicare grettezza, meschinità, mancanza di apertura mentale o di raffinatezza. Più dettagliatamente il borghese è visto – fascisticamente – come il “mite”, il “medio”, “il diplomatico”, “il pacifista”, “il parolaio”, “il pantofolaio”, ovvero, l’uomo non d’azione, il vile, che concepisce la vita solo come comodità, privilegi, agiatezza, vizio, pigrizia. Queste erano le “tare” che il fascismo individuava nell’essere borghese e che intendeva “correggere” con l’attività fisica: sport e ginnastica, con l’esaltazione del mondo tradizionale rurale, con la vita militare, non solo attraverso le guerre (che ricordiamolo, le vinse tutte, tranne l’ultima), ma concependo la vita civile stessa con uno spirito “militaresco”, in una parola: “marziale”. Che poi il fascismo combattesse le plutocrazie, che ritenesse che fosse la politica che dovesse prendere le decisioni nel mondo e non l’economia industriale e finanziaria, e di conseguenza, che nulla fosse al di sopra dello Stato nazionale, e lo Stato fosse “etico” (in senso gentiliano), non significa che il fascismo intendesse portare avanti la “lotta di classe”, non riconoscesse il diritto alla proprietà privata, non rispettasse – entro precise regole – una sostanziale “libertà di mercato”. In ciò – e so di dire qualcosa che a tanti “nostalgici” non piace – il fascismo non era un “Socialismo nazionale” come ad esempio si ostinava a intendere l’ottimo intellettuale fascista francese “Pierre Drieu La Rochelle”, ma era una variante del liberalismo in senso nazionalistico, ovviamente completamente revisionato. Invece del “fascismo immenso e rosso” sognato dal grande Giano Accame, perché non sognare un “nuovo fascismo blu?” (immenso non lo so).

La tara fu che se il comunismo rivoluzionario fu una radicalizzazione del socialismo riformista, il fascismo fu – almeno in parte – una “scissione eretica” del socialismo in senso nazionalistico. Il fascismo storico nacque da Sinistra. Però, ha sempre governato “da Destra”, è innegabile; da solo o in coalizione. Fascisti e liberali hanno governato assieme, magari facendosi gli sgambetti a vicenda. Se si potesse ancora usare il termine “fascismo” (e io mi permetto di usarlo) lo immagino come una “radicalizzazione” del liberalismo, ma non in senso più “individualistico” (a parte l’idea dell’anarco-individualismo che raggiunge l’apice con il concetto di “Anarca”, ma non possiamo qui consentirci divagazioni), ma ancora, come indicava Giovanni Gentile (che non a caso proveniva dal liberalismo più conservatore), in quella sintesi tra Stato e individuo, tra Autorità e Libertà, insomma, un “comunitarismo che moltiplica l’individualità, anziché annichilirla”.
Il fascismo blu che immagino io, nasce da una interpretazione “eretica” e rivoluzionaria di un liberalismo che si ripensa, e non concepisce la borghesia e il mercato come nemici, ma come qualcosa che devono essere completamente trasmutati. Torneremo certamente in futuro ad approfondire il concetto.
Leggetevi “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, perché merita. E poi pensate: noi siamo un’altra cosa, opposta, noi non vogliamo il rovesciamento della borghesia, ma trasformarla, liberarla dal suo conformismo stantio.




