Falsa inclusività, dittatura arcobaleno, apologia della fluidità, ipocrisia della “mobilità sociale”, sradicamento coatto, lotta al “patriarcato”, omologazione culturale e sovversione del linguaggio: la scuola “democratica”, purtroppo piegata al verbo globalista, è oggi una fabbrica di automi privi di identità, consapevolezza e spirito critico.
Uno spazio liscio, livellato verso il basso, a metà strada tra i pistolotti morali, le sedute di psicoterapia di gruppo, il circolo ricreativo, la sezione comunista di paese, il lazzaretto, un’agenzia di viaggi e un inferno lastricato di frustrazioni…
Partendo dalla riscoperta della soave parola “maestra”, questo agile saggio – capace di unire denuncia e proposta – vuole riscoprire l’autentica cultura e la nobile tradizione dell’insegnamento, oltre le distorsioni del nostalgismo e l’analfabetismo galoppante.
Senza indulgere al lamentoso cliché di quell’aberrazione che è diventata la scuola – preda del rifiuto del presepio e schiava di ciò che unicamente può essere detto e professato – queste pagine vogliono essere una riflessione di elegante violenza argomentativa sul vero problema della fine dell’eccellenza tutta italiana: le mani rozze della società sull’autorità del Modello-guida, patrocinatore del vero sapere.

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